L'artista mescola il sangue con la terra, per generare sempre nuova vita...

Sarà sicuramente potente, la vita. Piuttosto dolorosa, a mio avviso, a volte sorprendente, sicuramente intensa, vibrante, indubbiamente da vivere. Sempre e comunque.

Sara Tenaglia

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento
Fire cup
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martedì 10 luglio 2007

Nel frattempo

Prima o poi dovevo ritornare a raccontarvi di Granada.

Nel frattempo, imbelli presidenti americani credono di godersi abbracci di folla in Albania e invece si fanno inculare l'orologio, generando finalmente così quella sorta di umana simpatia e fratellanza tra il popolo italiano (in particolare napoletano) e quello albanese... Nel frattempo, uomini cui puzzano i piedi in maniera - non mi viene un termine adatto per dirlo - provocano irruzioni della polizia tedesca convinta di trovare un cadavere... Nel frattempo, a Pescara si è chiusa iLudiamoci, dove mi son divertito come un picchio, ho conosciuto Angelo Porazzi e ho subito comprato il suo gioco "Love Pigs" grazie al quale ho scoperto molte compatibilità con Arianna, mi son fatto fare un grandioso massaggio da Lyra, e mi son perso nel decolleté di Crizia (ma anche sul volto adornato da un piccolo piercing che sembrava un neo)... Nel frattempo, un romeno sotto cocaina ha fatto inversione a U sull'Olimpica in mezzo a Villa Pamphili prendendo in pieno un albero e facendo volare un motociclista quarantenne contro un palo, spezzandolo letteralmente in tre; e tutto questo è avvenuto praticamente dietro casa mia... Nel frattempo fra tre giorni Corinna si laurea... Nel frattempo i ragazzi di recitazione qui han fatto una prova aperta adesso adesso, da "La signorina Julie" di Strindberg.

Nel frattempo tutto scorre.

Sto cercando disperatamente di riprendere il romanzo, ma arrivo a casa sempre troppo stanco.
Sto informandomi pian piano per produrre il cd dell'Anonima Armonisti, che è stata in concerto venerdì scorso.
Sto cercando di ultimare quelle due minchiate che mancano e fare il playtesting di Arkipélagon, e di lavorare invece su Escondida.
Ho mandato un testo musicale ("L'Alchimista") a Filippo Gatti, ex voce degli Elettrojoyce e adesso in proprio.
E ho un bordello di altre cose da fare, da D.N.H. a stirare i panni, a mettere a posto la stanza.

Ma devo ancora rccontarvi almeno un paio di cose di Granada.
Ad esempio, devo parlarvi dello spettacolo a El Apeadero.
In calle Ave Maria n. 2, a Granada, c'è il teatro El Apeadero. Messo su da una compagnia che voleva far teatro, all'interno di un ex-garage. Ricorda qualcosa, no? ^__-
Riguardo al civico, me lo ricordo bene perché il giorno dopo a Granada arrivò anche Federicone (Fefé), e - visto che era il giorno in cui lì avrebbero fatto lo spettacolo i gruppi Yogurt e Saltymbanco, mentre noi avremmo fatto parata pubblicitaria in giro - lui coniò per l'occasione una canzoncina, sulla musica delle nostre 'Osterie':

"A la calle Ave Mariaaaaaa
'ndo se toma la sangriaaaaaa"

^__^
Comprenderete che, visto il mix romanespagnolo, che io me la ricordi! =)P
Bene, dopo la gran parata che vi ho raccontato l'ultima volta, siamo finiti in quel teatro. Lì, ci attendeva la visione collettiva del loro spettacolo - ovviamente in spagnolo - che, a quanto mi avrebbero spiegato a posteriori altri che c'avevano capito di più, riguardava gli sforzi, le emozioni e le pulsioni che avevano avuto nel metter su proprio El Apeadero.
Visto che avevo un piede in fuorigioco ed ero alla ricerca di un posto dove collassare e santìare a mezza voce (perché proprio non riuscivo a farlo in silenzio), io ero sdraiato davanti alle poltrone, assieme ad altri di Ludyka. Sicuramente avevo a destra Sara. E - la scelta non era stata fatta a caso - dietro la schiena avevo la sedia di qualche yogurtina (e che c'ho scritto 'fesso' sul davanti? ^__^), credo Cristina.
In scena (niente palco, come a Ygramul) davanti a noi, un attaccapanni e una panca contro il muro con su gli attori: quattro ragazze e un ragazzo. Sorridenti e in paziente attesa.
La ragazza, moretta, con le frezze grigie, che avevamo conosciuto fuori poco prima - e che sembrava la coordinatrice di tutto, un po' il Vania della situazione e con il tipico fascino di alcune delle sue ex (occhi intelligenti, capelli scuri, occhi nocciola, magra, look 'sinistrorso'... davo un po' per scontato che facesse breccia sul nostro regista) - era sulla panca. Accanto a lei una roscia bella ceciona, una bionda che non ricordo troppo bene ma sul tipo tedesca, una mora dallo sguardo allegro e pazzo al tempo stesso (una piperina, insomma) e lui: magro, volto simpatico, aria furbetta.
Frezze grigie ha cominciato lo spettacolo, con una introduzione, una spiegazione narrata e recitata dello spettacolo, durante la quale ha anche tirato fuori il cellulare ordinando delle pizze. Per me, che non capivo molto, era difficile afferrare il senso di quella scena e dell'argomento dello spettacolo - che, come vi ho detto, mi sarebbe stato spiegato dopo.
Però, quella scena in particolare l'avrei capita verso la fine dello spettacolo: siamo lì, che guardiamo l'evolversi della situazione quando, dal corridoio che porta al foyer (tiè, quanto sono fine! ^_^) emerge un tizio con il giubbotto catarifrangente arancione, il casco in testa e cinque pizze in mano.
L'avevano ordinata sul serio!!!
Il tizio è rimasto totalmente interdetto: credeva che stessero facendo delle prove, ma quando è arrivato a bordo sala, ha scoperto che c'erano minimo sessanta persone, e TUTTE con lo sguardo fisso su di lui!
C'è rimasto di merda, ovviamente, anche perché frezza grigia - parlava proprio lei in quel momento - s'è interrotta e lo ha pubblicamente ringraziato, andando a prendere le pizze, poi saldando il conto, chiedendo gli spicci agli altri e infine invitandolo a rimanere in sala a godersi la fine dello spettacolo.
Che è pure un gesto carino. ^__^
Il ragazzotto, a metà arrossito e a metà gongolante per la storia che avrebbe potuto raccontare da lì a breve, ha cortesemente declinato adducendo il lavoro come scusa e si è defilato.
A pensarci adesso, è stato proprio un bel modo di narrare come loro siano andati avanti a pizza nel tirar su il teatro.
Peccato che poi si siano messi a mangiare davanti a noi, che eravamo digiuni dal pomeriggio! ^__^

Tornando indietro, lo spettacolo comincia e mette in scena un'intervista esilarante - in perfetto stile televisivo - tra il ragazzo e la bionda, durante la quale lui ogni tanto si alza, fa "Ahora!" ammiccando al pubblico (ammiccava di continuo) e salta col corpo perfettamente a squadra, toccandosi le punte dei piedi con le mani. Così, a buffo.
Matti, matti come cavalli.
Lo avremmo capito di lì a poco, quando, come ipotizzato in seguito, hanno mostrato la parte relativa alle "reciproche attrazioni scattate tra di loro durante la costruzione del teatro".

Sono tutti seduti sulla panca.
Lui è all'estrema sinistra, seguono le altre. C'è una musica di sfondo.
Improvvisamente, cominciano a diventare languidi, a strusciarsi, a guardarsi infoiati e... a toccarsi.
Vi ho detto che il maschio era a un'estremità, quindi...
...c'erano quattro donne che limonavano tra di loro, palpandosi le tette, infilandosi le mani tra le gambe, una con l'altra.

Temperatura improvvisa della sala: 8 milioni di gradi Fahrenheit.
La mia fantasia sessuale preferita è una qualsiasi forma geometrica dal triangolo in su con me come unico maschio. Quindi...
Non capisco più un c... di niente. I miei ormoni ululanti sguazzano per tutta la sala, mentre io con uno sforzo stoico cerco quantomeno di metterli in ordine, visto che è evidente che non li posso fermare.
E sul più bello, proprio mentre cerco un modo di far defluire il sangue dal mio cervello per evitare epistassi (sangue dal naso) come il Maestro Muten, si alzano pian piano verso la panca e vengono verso di noi.
Lo sguardo che hanno non lascia adito a dubbi: è pura lussuria.
I loro occhi percorrono i nostri volti alla chiara ricerca della preda.
La rossa ceciona è al centro, forse troppo distante da me (è stato il mio primo pensiero) e io...

...io stavo dalla parte del maschio, porca puttana!!!
^_______^

Grazie al cielo punta Sara - ecco perché ricordo bene che era vicino a me! ^_^ - la quale, però, è letteralmente terrorizzata. Il simpaticone, quindi, dopo esserle arrivato a circa dieci centimetri sventolando la lingua come un biglietto da visita, ha la geniale trovata di girarsi verso di me.
Credo anche che Sara, nel suo deliquio, gli abbia anche detto qualcosa tipo "và da lui, và da lui!" indicando me, ma col passare del tempo non posso più esserne tanto sicuro.
A questo punto, devo scoattarmela.
Il primo pensiero dopo il panico iniziale è che se il suo gioco è quello di provocare, anche in maniera pesante, se io mi ritraggo sono condannato. Se non me lo cago, ho qualche chance.
Sudore freddo, ma massimo controllo.
Se fossi stato un pneumatico, sarei stato vincente anche in condizioni di pioggia. ^___^
Il tipo si avvicina con la lingua di fuori, io sorrido e non mi scosto di un millimetro, e lui torna a tormentare Sara. Matematico.
Il teatro è così: anche nel nostro laboratorio, quando si tratta di affrontare o coinvolgere la gente nello spettacolo ci sono delle regole e dei meccanismi da applicare. Io ho avuto abbastanza lucidità e me lo sono ricordato.
Sara no.
...ma poi lui non ne ha approfittato.

Ritornati ai loro posti, lo spettacolo continua e alcuni - solo alcuni - sono invitati a unirsi a loro.
Sette, per la precisione.
Nel frattempo, una di loro (la mora pazza) va a preparare la stanza in cui entreranno. Si tratta di una porta verso il fondo della scena, forse un ingresso alle quinte, che ci viene spiegato essere il luogo più importante di tutto il teatro. E questo luogo, con tutto quello che contiene, verrà mostrato solo a quei sette.
Intimamente, desidero che la rosciona dalle belle bocce venga a scegliere me, maalla fine molti vengono presi dal pubblico (perché c'era pubblico oltre a noi 45!) e solo due dei nostri, Ester (Saltymbanco) e Alessio (Yogurt e Ludyka), vengono presi.

Ora tenete a mente questo: Ester è al primo anno di teatro con Vania, sta ancora al liceo, è una mia giocatrice di ruolo, ed è una tipa allegra, un po' spigliata e all'apparenza molto acqua e sapone. Alessio è decisamente timido, balbetta un poco, è molto rigido nei movimenti, è un tipo da collettivo politico di sinistra, è impacciato e un po' introverso e... insomma... il perché è un grande lo capirete poi.
I sette fanno una passeggiata tipo trenino delle feste lungo la scena e poi s'infilano nella porta dalla quale la mora pazza NON riemerge. In scena restano dunque in quattro: lui, la frezze grigie, la rosciona e la tedesca.

Io ero convinto che entrare in quella stanza fosse assistere a uno spettacolo esclusivo. Sinceramente. E forse era realmente così, ma fatto sta che appena si chiude la porta alle loro spalle, tutti quelli rimasti in scena si spogliano e restano in mutande.
Tutte bocce al vento.
Io così. A bocca aperta.
Esattamente il contrario di quello che pensavo.
E la rosciona era fuori!!! ^_^
Parte una musica quasi industrial, le luci si fanno blu elettrico e scende la penombra comunque rotta da lampi di luce costanti e, mentre la moretta rimasta legge a torso nudo una serie di proclami gli altri raccolgono una serie di strumenti tipo trapani Black&Decker e roba simile e cominciano una danza sul posto pure pericolosetta, visto che - ad esempio - la bionda fa girare vorticosamente sulla sua testa un punzonatore da più di un kilo tenendolo per il filo come se fosse un lazo.
Comunque, una scena potente. Sudando come addannati, puro sforzo fisico, pura materia. Tette al vento, era un momento quasi animale, bellissimo da vedere.
Talmente tanto riuscito, a mio giudizio, che a differenza del precedente stato di "onda anomala ormonale", stavolta sento che quello che vedo è teatro, buon teatro. E mi eccito un po' meno.
Però decido che la rosciona è una con cui ci dovrei provare! ^_-
Passa questa sudata collettiva su di una bella musica, frezze grigie ha finito di leggere quelli che non erano proclami ma pagine di diario relative al bucio di culo che si son fatti a tirar su la sala, a fare gli impianti, a mettere in funzione gli scarichi, e alla fine si rivestono.
Appena rivestiti si sente un grido collettivo dalla stanzetta e poi la porta si apre e i sette escono in fila indiana come sono entrati, ma stavolta ballando.
Come dite?
Cosa c'era nella stanza?

Quella stanza l'avremmo conosciuta il giorno dopo, quando sarebbe toccato a Yogurt e Saltymbanco andare in scena.
Dentro c'era uno stanzino/attrezzeria, due cessi con le porte a soffietto - di cui uno fuori uso - e un piccolo camerino. Niente di speciale.
Tranne quello che c'era quella sera, quando ci sono entrato Ester e Alessio.
Ovvero la porta a soffietto del cesso funzionate completamente spalancata e dentro la mora pazza completamente nuda che pisciava. E che li ha intrattenuti con un discorso sulla naturalezza delle cose e dei gesti eccetera eccetera.
Ora capite perché - pur conscio di sbagliare e generalizzare - per identificarla dico 'pazza'. ^__^
E adesso capirete perché Alessio è un grande: poteva chiudersi, sentirsi offeso, deriso, incazzarsi. Al posto suo tonnellate di gente l'avrebbero fatto.
Invece se l'è scialata.
E' uscito tutto contento, come se fosse clamorosamente tutto normale.
Il bello del teatro! ^__^
Ester invece, un po' ha accusato.

Insomma, alla fine lo spettacolo è andato a chiudere. Mentre la pazza faceva la malta in scena e le altre mimavano altri lavori, il tipo leggeva tutta una serie di regolamentazioni cavillose del municipio di Granada sul teatro e i finanziamenti eccetera, in cui la morale della favola più o meno era "se fate un sacco di soldi con gli spettacoli e di conseguenza investite parecchio, noi del comune vi diamo il culo e siete i benvenuti; altrimenti attaccatevi al cazzo".
Poi è arrivato quello delle pizze e loro si son messi a mangiare in scena - la mora con tutte le mani impastate di malta.
Fine dello spettacolo.

Il giorno dopo ci saremmo andati per due nostri spettacoli, e ci saremmo aspettati che, per questa sorta di scambio di teatro, ci fossero anche quelli che avevamo visto la sera prima. Non è stato così.
C'erano solo frezze grigie e la regista. Non c'era nemmeno la rosciona, sigh.
Senza contare che noi, per il loro spettacolo, abbiam comunque pagato un simbolico biglietto. Certo, saremo stati 45 sfiatati che puzzavano come mufloni, una manica di sciamannati stragonfi di sudore e dalle ascelle pezzate, ma almeno io me lo sarei aspettato uno scambio di cortesia.
Non potevano essere più lontani da quella che invece sarebbe stata la gioia di conoscere i ragazzi del 5° Espiral...
Ma questa è un'altra storia.


GrimFang

martedì 22 maggio 2007

Granada - El dia de El Apeadero

Alé, riprendiamo i racconti di Granada, sennò non affittiamo più! ^__^
La telecronaca, radiocronaca, videocronaca... uh, la blogcronaca (che orrore, sembra un verso onomatopeico di un rospo di tre chili) degli spettacoli che sto facendo in questi due giorni la post-icipo ad un post post-ato post-eriormente.
Unica nota a margine: ieri sera è venuta a vederci Lyra, che so che legge il blog. Di tutti gli altri, niente! Vabbè che sono giorni infrasettimanali, però... Nessuna traccia di Corinna, di mia cugina Nocciolina e di mia non-cugina Reby, che invece avevan detto sarebbero venute... vediamo stasera. [n.b.: ovviamente ho finito il post ben dopo la seconda messa in scena... Ma per sapere che fu vi tocca pazientare...]


Il giorno 28 aprile, in quel di Granada, Vania ci ha dato la mattinata libera.
Le avremmo avute tutte libere, e al tempo stesso quella sarebbe stata l'unica realmente tale.

Presi dalla spossatezza del viaggio, si può dire che ci siamo alzati tutti ben dopo le galline, e che - almeno io - non mi sia minimamente accorto degli aerei starnazzamenti che giungevano dalla tromba...uh, no, quella è delle scale... come si chiama un posto su cui si affacciano un sacco di finestre, verso l'interno di un palazzo? Deso? Non credo si possa definire un cortile interno, se è sotto il metro quadro... vabbè, magari era poco più grande, però era davvero un buco.
Insomma, come avremmo scoperto, chi al risveglio quel giorno stesso, chi dopo, la dolce e simpatica vecchina 'panna e fragola' oltre che di gatti era patita anche di volatili.

...ma che malpensanti!!! Santo cielo, ho solo detto patita di volatili, mica di uccelli!!!
Che gretti.

Insomma, all'ultimo piano doveva avere una specie di... sottotetto, voliera, che cazzo ne so, dove teneva questi misteriosi... uccelli. Oh, adesso mica potete sbottare a ridere ogni volta che dico uccelli!
...Ma che bel gruppo di ornitologi, eh?
Vabbè, continuiamo. Il fatto è che non si riusciva a capire cosa fossero. Indubitabilmente ogni tanto si sentiva qualcosa di simile a un gallo, ma, che mi risulti, nemmeno il gallo più rincoglionito fa chicchiricchì alle dieci e a mezzogiorno, poi alle due e infine alle sei (orari orientativi del tutto inventati, non sono mica stato lì col cronometro per vedere se erano intervalli regolari!).
Così, io mi sono fatto la personale teoria che si trattasse in realtà di pappagalli. Che coi galli semplici senza pappa non c'entrano niente, ma che da costoro potevano aver imparato il verso del chicco ricco, e quindi per la felicità degli inquilini di tutto lo stabile potevano imitarlo. Un verso gioiosamente trillante privato del suo senso e stupidamente ripetuto ogni mezz'ora (ma anche meno), ma non privato della sua intrinseca natura di verso eminentemente scassamarroni. Stefano - ma mica solo lui - se li sarebbe stufati volentieri, con o senza pappa che fossero.
Ad ogni modo, così sollecitato, mi tiravo in su sul letto verso le undici, credo, stupendomi di non essere rimasto in letargo fino al mattino successivo. Per prima cosa, la mia scelta di accettare la coperta aggiuntiva offerta dalla vecchina la sera prima si dimostrava pagante: Stefano si alzava con fare da zombie, e con aria minacciosa mugugnava "Stasera devo ricordarmi di chiedere una coperta alla vecchia".
Lo so, gioire delle disgrazie altrui non è cosa bella.
Ma umana, sì! Quindi mi alzai decisamente di buon umore.
Tanto più che la prima scelta della giornata l'ho imbroccata: memore dello strazio caldo/freddo del giorno precedente, optavo per cassare dal mio vestiario il vocabolo 'camicia', e d'indossare la felpa direttamente sulla maglietta. Perfetto.
Per tutta la mia successiva permanenza in Spagna, ho girato in t-shirt e felpa. Da paiùra. Superata l'impasse termica della Madrid-Granada! ^_^

La punta con tutti gli altri era per mezzogiorno, mezzogiorno e mezza alla piazzetta sotto 'casa nostra': plaza De La Trinidad. Il che era una bella botta di culo, perché mi consentiva di andarmene a zonzo per un pochino, con tutto il gusto di esplorare per la prima volta quella città.
Almeno, il quartiere.
A dire il vero, non ne ho girati che pochi isolati in tutto, ma per un motivo in particolare.
Questo.
Pontezuelas 32 BJ, local 1.
Girando per le calles di Granada (calle [pronuncia kàye] è strada in spagnolo, e non è plurale di calla, che in romanesco ha tutt'altro significato) mi sono imbattuto in quest'indirizzo.
E' un piccolo negozietto; avendo io la necessità di fare colazione, ed essendoci lì un cartello con scritto Illy, non ho atteso oltre altre indicazioni.

Il locale è rettangolare, lato corto sulla strada, portelloni aperti invece della serranda alzata e uno strabordare di merce a far da fermaporta.
La prima cosa che noto, oltre al cartello Illy, è un cartello scritto a mano col pennarello, che dice "Si fanno fotocopie". E un banco frigo da gelati.
Non è esattamente il tipo di negozio che m'ispira o che m'incuriosisce: ha l'aria un po'... barocca, nel sovrabbondare di merci decisamente superflue. Intendo, sovrabbondanti cascate di pacchetti di caramelle gommose attaccati a rachitiche grucce metalliche... un po' triste. Insomma, uno di quei negozi che tende ad innalzare il tuo tasso calorico alla sola vista ed il colesterolo nel tuo sangue se entri.
Non che io abbia problemi di linea, semmai sono una linea, e dovrei provvedere.
Però, insomma, quel negozio, visto così, da fuori, non era molto nelle mie corde.
Ma il cartello Illy lo era eccome.
Entro.

Ora, vi devo precisare, e confessare, che non ricordo tanto bene se questo sia accaduto proprio il 28, o invece il 29. Ma non credo sia poi così importante.
Al massimo, vi racconterò come accaduto il 29 quello che è realmente accaduto il 28 mattina...

Una volta dentro quel locale, ci si accorgeva che non era proprio corrispondente all'immagine che dava all'esterno.
Oddio, a pensarci ora, sia quel posto che l'edicola in Plaza De La Trinidad avevano un che dell'estetica dei paesi calabresi della mia infanzia. Di quei negozietti che trovi con un sacco di roba vecchia e nuova esposta, coi gadget per bambini piccoli dai nomi tipo, che so, 'La busta millesorprese'... Ecco, anche questo negozietto era un po' così.
Solo adesso riesco a dargli un nome, come attività.
Era un emporio.
Piccolo, senza troppe pretese, un emporio di paese.
Aperto, particolare non indifferente visto che anche in Spagna si festeggia il 1° maggio come festa nazionale del lavoro. Infatti, la quasi totalità di negozietti che avrei voluto vedere (un bel negozio di giocattoli - con Mazinga sull'insegna! - uno di modellismo, una libreria, due fumetterie...) erano chiusi per il fine settimana o per il ponte, e l'unica chance di trovarli aperti si riduceva a lunedì mattina. In più, visto che stavo girando di sabato quasi all'ora di pranzo (e lì la pausa pranzo è bella lunga) era praticamente matematico trovare tutto chiuso, ristorazione a parte.
Spendo due parole sulla questione della pausa pranzo.
In Spagna non c'è fuso orario.
Sono le sei da noi? Sono le sei anche lì.
Il fatto che poi ci siano Francia e Inghilterra di mezzo, di cui sicuramente quest'ultima viaggia con un'ora di ritardo rispetto a noi, è dato trascurabile. Loro hanno stabilito che il fuso orario che vogliono è lo stesso nostro.
Che vuol dire?
Beh, questo si traduce nel fatto che loro vanno a lavoro 'tardi' e quindi chiudono 'tardi': in pratica, alle otto di sera da loro c'è un sacco di luce naturale - quella che c'era da noi alle sette!
Ecco perché si possono tranquillamente 'coccolare' con una sostanziosa pausa pranzo, visto che chiudono molto più tardi e stanno in giro più a lungo. ^_^
Per stringere alla sugna del discorso, non ho mai trovato un negozio aperto quando volevo. Obvious.

Il piccolo emporio senza nome dentro era parquettato, e vendeva di tutto: dai giornali, riviste, prodotti editoriali con dvd allegati, allo shampoo ed i prodotti per la casa, dalle caramelle al pane, dal caffè fatto con le cialde Illy alle sigarette dal distributore automatico.
E proprio in quell'angolo lì, al fondo del locale, arredato moderno - tra parquet, porta a vetri sempre aperta (su cui troneggiava il cartello "qui si può fumare" ^__^), distributore di sigarette contro la parete di fondo, tre postazioni internet su mensola di legno chiaro sulla destra e bancone del pane con ripiano in vetro trasparente su cui consumare il proprio caffè (posacenere a portata di mano) a sinistra - mi sono andato a sistemare dopo aver chiesto alla commessa (o proprietaria?) un caffè.
C'è chi sostiene con forza il fatto che conoscere un paese è anche sacrificare qualcosa del proprio gusto nazionale in favore degli usi e costumi locali. Ovvero: paese che vai, caffè che ti bevi. Visto come fanno il caffè in Francia, so che non sono un sostenitore di questo punto di vista, magari teoricamente corretto. E a me, vedere la macchina Illy, seppure a cialde (anzi, meglio: fattore umano azzerato!), scaldava il cuore.
Come?
No, Paolo, la commessa non era carina.
L'avrei conosciuta meglio le volte in cui ci son tornato: si chiama Florencia (chiaro che appena sentito il nome mi sia rimasta un'emiparesi temporanea del sorriso pensando a Florence), ma vi racconterò di lei a tempo debito. Che poi, in effetti, non era commessa, ma gestiva lei il posto. Non so però se fosse anche la proprietaria...

Così, mi approprio del mio angolo, del mio sgabello, e del posacenere che gentilmente mi porge.
Mi dà la mia tazzina di plastica col caffè cortito, e se ne torna alla cassa.
Preziosa solitudine.
Senza fretta, senza meta.
Come piace a me.

Nessuno di noi, in quei giorni, è andato mai in giro senza il suo quadernino.
Il 'Diario dell'attore', che Vania ci aveva dato molto tempo prima, non solo per il viaggio.
Una sorta di taccuino su cui appuntare non tanto e non solo le lezioni, le informazioni su come è nata la tal maschera o quali esercizi siano migliori per sciogliere le muscolature legate allo Zanni o quant'altro, ma anche esperienze, emozioni, riflessioni che aiutano ad osservarsi e a migliorare il proprio percorso di attore.
Io, forse non ritenendomi un attore, o molto allergico al 'prendere appunti' di scolastica memoria, prima di Granada là sopra ci avevo scritto solo l'elenco dei miei 'Tori' da sconfiggere in scena (è una teoria teatrale di Vania) e le indicazioni sui personaggi di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, che mi eran piaciuti troppo.
Come dire... alacre e zelante nella stesura di appunti! ^__^
Ad ogni modo, a Granada era diverso.
Non c'era da scegliere se 'perder tempo' a trascrivere appunti o direttamente rielaborare cose di giorni precedenti. Semplicemente, si stava lì, e se c'era qualcosa che ti colpiva, e ti andava di scrivere, scrivevi.
Quindi, lì, nella pace di quel locale, visto in un'ottica diversa (dal fondo verso la strada era invece molto gradevole come locale), sorseggiando il caffè, mi è venuto naturale tirar fuori il taccuino e scrivere.
Mi sentivo un po' come mi capitò ad Amsterdam: l'intellettuale nel bistrò che prende appunti, o lascia scorrere i pensieri sulla carta.
In pratica, mi sono preso un sacro momento per me, e mi son goduto il mio star bene.
Talmente tanto che al pensiero "ma così finisce che devo tornare alla piazza e non ho visto niente!" con un sorrisetto e una scrollata di spalle mi sia detto "e 'sti cazzi", continuando a scrivere e a gustarmi sigaretta e caffè.
Forse quello è stato un momento molto importante.
No, non scherzo: è stata la reale differenza tra il viaggio da turista e il viaggio da attore.
Da turista, mi sarebbe davvero dispiaciuto sacrificare la visita alla città in nome di uno sgabello su cui mi piaceva stare. Da turista non mi sarei mai fermato in un simile posto così a lungo. Ma io non ero lì da turista.
Di vedere Granada - paradossalmente - m'importava poco.
A me, che di andare in viaggio e in esplorazione e farmi le mappe mentali dei posti vado pazzo!
Ma io ero lì come attore.
E come attore tu un posto lo vivi, e non te ne frega molto di esplorarlo.
Ecco, lo fai tuo, anche se è straniero. Magari facendo finta di essere in un piccolo caffè d'Argentina, minuscolo emulo di Borges, e che quando uscirai a fare quattro passi verso la piazza ti troverai in mezzo a case basse e colorate pastello, tra camionette verdi militari che presidiano la strada e una musica di tango che suona da qualche parte in un bordello. (...bum! ^_^)
E così è del tutto naturale passare il tempo a guardar fuori, fumare e abbassare lo sguardo sul taccuino come sospeso sulle baguettes, per via della lastra di vetro. E scrivere.

Quello che ho scritto sul mio taccuino a proposito di questo locale, merita un apposito post (anche perché è lungo, e delirante).

Uscito da lì, di corsa alla piazza, o quasi.
Il fatto è che si doveva mangiare, ed io ancora accusavo un pelino il caldo.
Trattandosi di piazza piena di alberi dalle fronde scarse e di un orario col sole a picco, non mi trovavo propriamente in vena di nutrirmi (memore soprattutto dei maledetti calamaros). Del resto non mi andava di svenire per calo di zuccheri, specie nella prospettiva che, fatta riunione, si partisse immediatamente per lavorare.
A trarmi in assoluto d'impaccio è venuta Francesca di Saltymbanco: donnone siciliano verace, abbondante in tutto, assieme a Chiara s'era semplicemente comprata della frutta. Arance.
Banale, nutriente, soprattutto se - come avevan fatto loro - accompagnato col pane.
Ho praticamente sempre mangiato pane e arance a pranzo, al massimo togliendomi lo sfizio di una bella mela verde verso l'ultimo giorno. (in realtà l'ultimo giorno a pranzo mi sarei sfondato al quartiere arabo, ma suvvia, bisogna pur romanzare!) ^__-

La riunione è andata via veloce, un po' di preparazione spirituale di tutti all'improba prova che ci attendeva e un po' di organizzazione degli spostamenti della giornata. In pratica, tutta la nostra attività del giorno 28 si riduceva ad una parata da farsi il pomeriggio, da una delle piazze principali di Granada (che era lì vicino - e praticamente sotto l'ostello degli altri) fino a questo teatrino, che si trovava in Calle Ave Maria 2.
Nota a margine: il giorno dopo ci avrebbe raggiunto Federicone dall'Irlanda, ed avrebbe preso parte alla parata per pubblicizzare i nostri spettacoli proprio in quel teatro. Beh, nessuno di noi si potrà scordare l'indirizzo di quel posto, perché Federicone in quell'occasione ha coniato la seguente canzonetta, che ora campeggia nella firma delle sue email:
"A la calle Ave Mariaaaaaaa 'ndo se toma la sangriiiaaaaa"
...e avrebbo potuto tranquillamente continuare come tutte le Osterie numero qualcosa.

Bene, i momenti di libertà prima del nuovo raduno vengono per lo più spesi in chiacchiera inter nos, soprattutto sdraiati a quattro di bastoni sul letto.
Poi ci si cambia e via, fuori!
Alla punta ci si arriva alla spicciolata, la qual cosa si sarebbe sempre ripetuta, pur se in maniera io direi contenuta, pur facendo, però, anche saltare i nervi a qualcuno - a lungo andare.
Tutti già vestiti, ci si trucca e si ottengono le ultime istruzioni.
Tutti insieme ci si muove cantando il 'Tonga', agli stop ci si ferma e si dice in coro
"A vosotros que mirais tres talleres proponemos con nosotros disfruitais de lo que os contaremos!"
Che sarebbe più o meno 'a voi che guardate proponiamo tre laboratori, tramite noi mettete a frutto quello che vi racconteremo'. E poi
"Los comediantes de la Italia: revelamos los secretos"
che non ha bisogno di traduzione.
A questo punto ci si separava e prima Yogurt, poi noi, poi Saltymbanco avevamo delle frasi relative ai singoli spettacoli. La nostra era fica assai, ed era
"Si los ojos màs no cierras y pones los piés en tierra los bufones de la antiquidad llegaran à esta ciudad!"
Ovvero: 'se non chiudi più gli occhi e metti i piedi per terra, i giullari dell'antichità giungeranno in questa città'.
^__^
Così, in questo modo sollecitati, cominciavamo a percorrere il corrispettivo della Rambla di Barcellona o di via del Corso, se preferite, per poi inerpicarci verso 'sto benedetto teatro dove, come da programma stabilito, avremmo poi assistito alla messinscena del gruppo teatrale autoctono del quale il giorno dopo saremmo stati ospiti graditi.
Mannaggia quanto sarà lungo 'sto post.
E' che vi devo spiegare cos'è il parkour.
L'idea del parkour è esaltante: sfruttare il corpo al massimo nella sua elasticità e nella sua potenza per riuscire ad arrivare a fare (nei sogni più sfrenati e proibiti, di quelli in cui ti svegli godendo e urlando tutto sudato) quello che normalmente accade nei film di genere wu-xia. Cioè saltare da un muro all'altro per arrivare fino al tetto. Fare in piccolo quello che fa l'Uomo Ragno, ma senza superpoteri. (stai godendo all'idea, eh, Digia? ^__^)
In pratica si tratta di allenarsi a saltare sulle pareti aggrappandosi a qualsiasi tipo di appiglio stabile, per poi rilanciarsi verso - possibilmente - la parete opposta a un appiglio più in alto.
Noi, ovviamente, siamo alla fase saltare e attaccarsi a un appiglio, e difficilmente andremo più in là. ^__^
Però questa è una cosa che mi piace tantissimo, e che ho cercato di fare ogni volta che ho potuto durante il viaggio: ergo, non appena abbandonato il corso per i vicoli in salita, mi sono sbizzarrito.
A onor del vero, l'emissione continua di voce - tra 'Tonga' cantata e annunci corali al pubblico - fatta ininterrottamente per tutto il percorso mi aveva mozzato il fiato, ma devo dire che all'idea di fare parkour m'è passato il fiatone all'istante.
Così, mentre si procedeva nelle calli (stavolta sto usando il termine alla veneziana) davo sfogo alla mia anima esibizionista (che è grande, per chi lo sa), anche perché, nella nostra accezione, il parkour è anche uno strumento per la spettacolarità: un giullare che salta e si attacca a una grata è certamente una figura ricca di spettacolarità, che genera fanciullesco stupore. Non mi dilungo oltre sul concetto, ma riflettete su quanto la nostra idea di normalità sia anche legata allo stare coi piedi per terra, sul marciapiede.
Quanti di voi ad esempio non si concedono da tempo evoluzioni attaccati agli 'appositi sostegni' dei mezzi pubblici? ^__-
Ad ogni modo, in particolare ho apprezzato i salti in salita sui bordi in mattoni di una scalinata (anche se ho dimostrato di aver paura di compiere un salto usando come appoggio la gamba sinistra) e non ho molto apprezzato un salto - pur bello - da una balaustra alla grata di una finestra, perché si è concluso col fantozziano impatto del mio piede sinistro (proprio lì dove la suola del mio stivale medievale non protegge la parte morbida del piede, l'incavo interno) contro il bordo, proprio l'angolino, della suddetta grata. Un dolore bestiale, pazzesco, per dirla come il nostro ragionier Ugo.
Avrei proseguito zoppicando fino alla fine, portandomi appresso il dolore fino al letto sul quale sarei crollato in un sonno di piombo.
Lungo il percorso, verso il finale, avremmo apprezzato un murales, fatto da un tipo che ha riempito Granada. E' bravissimo. Si chiama El Niño De Las Pinturas, e vi posto la foto proprio del murale in questione.


Beh, a questo punto eravamo proprio arrivati.
Nemmeno cento metri dopo, sulla sinistra una strada priva di forma e di asfalto scendeva sulla sinistra e ancora a sinistra c'era l'ingresso di questo teatro, ricavato da un garage proprio come il teatro Ygramul. E dentro sembrava anche messo meglio.
Accoglienza cortese, senza eccessi (quelli sarebbero venuti dopo ^_-) e noi, branco di quarantacinque (lo scrivo a lettere che dà più idea della massa di gente) devastati in cerca di un bicchier d'acqua, che ci svaccavamo stralunati dovunque capitava.
Poi, poi sarebbe venuto lo spettacolo, ma quello meriterebbe un post a parte... e poi questo è già troppo lungo... è tardi...
Vi toccherà aspettare!
^_____^


GrimFang
(in partenza per un weekend con Erika, Digia, il Deso, Sara e Maria!)



venerdì 11 maggio 2007

La prima notte

Riprendiamo i post su Granada.
Difficile mantenersi ligi al racconto, quando c'è stata di mezzo una prova del laboratorio Ludyka in cui - ovviamente - si è parlato di tutto ciò che è avvenuto in Spagna... ma, per necessità di cose, nel caso dovrò raccontarvela alla fine.

Bene, smistati i due gruppi uno verso un ostello e l'altro verso una pensioncina, ciascuno si dirige zaino in spalla alla propria destinazione.
Qualunque viaggiatore prima o poi - soprattutto se nella mia medesima condizione di straccio umano - avrà un letto e un cesso come mèta agognata.
In quel momento, l'unica cosa chiedevo era sottrarmi al freddo umido belluino che mi stava devastando il fisico e l'intestino. Non vedevo l'ora di tirarmi addosso delle coperte, magari ancora vestito.
Così, una volta giunti a Plaza de la Trinidad, dove a tre metri di distanza c'era l'ingresso della pension "Cinco Gatos", gestita dalla vecchina Victoria - in cinque minuti ribattezzata 'panna e fragola' - che parlava italiano smozzicato, spagnolo e francese (lingua con cui conversava col marito francese), il mio obbiettivo era la sopravvivenza personale.
Chiariamo: non ero annebbiato al punto da non aver considerato che, Valentina (la più carina di Yogurt) a parte, la stragrande maggioranza delle yogurtine era in casa con me. Inoltre, nel salir le scale, loro si erano buttate tutte nell'appartamento al secondo piano, il primo disponibile, e avevo preso in considerazione l'idea di infilarmi da loro, ma diversi fattori mi avevano frenato.
Il primo, è che ero veramente in uno stato di schifo e, se da una parte volevo esser coccolato da loro, dall'altra non mi andava poi molto di dare l'impressione - parzialmente vera - di essere deboluccio e devastato. Tanto poi l'avrei data comunque, ma allora non lo sapevo ancora! ^__-
Il secondo è che già da Roma si era un po' discusso delle sistemazioni.
Proprio Isa, o Valentina, credo, del gruppo Yogurt, se ne uscì prospettando la divisione delle case per laboratori.
Adesso, io avevo ben presente il disegno di Vania - cercare di fondere il più possibile i gruppi, per darci la visione collettiva dell'esperienza. Ma mica solo per questo: diciamocelo, 45 persone di quei laboratori erano a fortissimo rischio di trasformarsi tutti in 'gita delle medie', rischiosissimo per la sua salute mentale. L'esigenza di farci conoscere, integrare, supportare e sopportare vicendevolmente da una parte sposava i disegni del viaggio teatrale; dall'altra evitava a Vania di essere trasformato all'istante nel babbo di tutti, nel professore cui tutti si rivolgono per risolvere le questioni, dal "mi fa male un callo" al "tizio mi ha fatto questo" o "Pinco ha spintonato Panco". L'ultima cosa al mondo che Vania voleva - checché ne abbia detto poi - era trovarsi, oltre a dover affrontare l'immensa mole del lavoro quotidiano, anche a dirimere miliardi di piccoli scazzi possibili.
Perché allora spezzettarci e mischiarci nelle stanze veniva a fare il gioco suo?
Beh, fondamentalmente perché avrebbe asciugato molte questioni nate dal 'fare gruppo' ed evitato tutte le possibili contrapposizioni stile 'muro contro muro' tra i gruppi.
Se ciascun laboratorio fosse rimasto compatto si sarebbero perpetuate dinamiche solite, quelle quotidiane di Roma, si sarebbe persa la dimensione comunitaria dell'esperienza e ci si sarebbe, diciamo, chiusi un po' a riccio. Uno scazzo tra persone sarebbe stato comunque gestibile, pur con difficoltà, ma uno tra gruppi... vivere giorni di astio serpeggiante tra comunità non integrate... (mamma che sto a dì, sembra che parlo della comunità cingalese a Littele Italy)... no, non se ne parla neppure. Abolire il rischio di faide e di prese di posizione collettive, magari ingenerate dal semplice diverbio tra due persone. Quindi, Vania non poteva lasciare la scelta ai singoli. Si sarebbero certamente formate sacche isolate di conoscenti, com'è naturale che sia.
Apertura versus chiusura; la scelta era obbligata, specie considerata la filosofia del viaggio.
Considerato poi che invece gli è andata talmente di lusso da poter persino beccare Fatima... ma di questo parleremo più avanti. (Godo, a sapere quanto sono bastardo, a volte) ^__^
Ad ogni modo, vi ho detto che ero perfettamente cosciente di questa situazione.
Quindi, a Ciampino, ci ho messo un attimo a farmi portabandiera dell'integrazione tra gruppi.
Ne dubitavate? ^_^
Mosso meramente da istinto piacionesco (o piacionico, per dirla alla Proietti), ma con l'abilità oratoria di un Cicerone, sorretta da simili inoppugnabili motivazioni, in quattro e quattr'otto convincevo le yogurtine non solo della mia idea - di Vania - ma dell'ingiustizia della loro.
Se anche i numeri potevano dare adito a immaginare una possibile divisione un laboratorio in una casa e due nell'altra, non si poteva evitare che almeno un laboratorio si dovesse trovare, seppur in minima parte, diviso tra due case: allora perché solo un laboratorio avrebbe dovuto essere penalizzato, e non poter ripassare o provare lo spettacolo senza essere costretto a spostarsi?
E dire che non mi era nemmeno venuto in mente che Stefano fa parte sia di Ludyka che di Saltymbanco, o Sara ed Alessio che invece son parte sia di Ludyka che di Yogurt. Quindi nemmeno poteva porsi l'idea.
Fatto sta che la questione veniva comunque affrontata da Vania nel fatidico autogrill dei calamaros fritos, in terra iberica.
In quell'occasione, il buon regista girava fra i tavoli con un foglio delle preferenze: con chi si voleva stare o quali caratteristiche dovevano avere (o assolutamente non avere) i compagni di strada. Nei restanti 300 e passa km fino a Granada, lui avrebbe elaborato una sistemazione delle stanze. In realtà, lui non aveva la più pallida idea di quante stanze da quante persone ci sarebbero state, quindi era un compito impossibile; ma ad ogni modo, dava a tutti noi la possibilità di riflettere sulle sistemazioni 'miste' (tra gruppi).
A quel punto, viaggio appena iniziato, non avevo la più pallida idea di quale ragazza (o almeno una rosa ristretta di ragazze) avrebbe da me ricevuto le maggiori attenzioni. Quindi, non avrei potuto dire "voglio stare in stanza con...", specie davanti a tutti. Troppo sfacciato, approccio perdente - per quanto potesse, al limite, farla sentire considerata in particolare. E poi, avevo zero voglia di fare la figura dell'allupato mannaro (che poi, a dirla tutta, non sono stato mai - a Granada, ovvio) o di puntare subito su un piano più esplicito, o di boutade, che storicamente ha sempre dimostrato che alla fine dei conti non paga. Quindi, al massimo (imbroccando l'imbeccata di un altro), mi sono limitato ad esternare la mia ampia disponibilità, magari evitando quelli che russano.
Dieci secondi dopo, Vania asseriva - in risposta a domanda altrui - che si poteva dire qualunque cosa: "Alessio, ad esempio, ha chiesto di dormire solo con donne".
Un battito di ciglia dopo, io e Brasca ci accodavamo con entusiasmo, ironizzando sul fatto che ci saremmo trovati in stanza io, lui e Alessio. L'idea di giocarmela più discretamente era già andata a farsi benedire.
In tutto questo, la molla che aveva fatto scattare l'adesione incondizionata a quelle parole continuava ad echeggiare nella mia testa: "Se stavo zitto e poi Vania lo usa davvero come criterio, sai che rosicata!".

Il terzo ed ultimo fattore per cui non mi fermai nell'appartamento al secondo piano, fu un grave errore di sottovalutazione che mi aveva viziato il giudizio.
Infatti, pensavo che le yogurtine fossero un pelo più snob, e che fossero entrate lì per valutare in quale appartamento fermarsi e che, in seguito, sarebbero comunque salite. Quindi ero andato al terzo piano.
Invece, còrca (abbreviazione romanesca).
M'ero abbondantemente sbagliato - e ovviamente sono stato felicissimo di scoprirlo - perché, anche se non sono il genere di tranquillone che si svacca dove capita, anche loro non vedevano l'ora di buttarsi su di un letto qualsiasi e prendere possesso del cesso, come tutti. E il primo letto andava benissimo - salvo poi magari protestare debolmente per l'igiene o esprimere dubbi sulle coperte... ma tanto avevano il sacco a pelo, che je fregava?
In tutti e cinque i giorni non credo siano mai salite, manco a dare un'occhio alle nostre stanze.
Ad ogni modo, scoprire che erano più alla mano di quel che immaginavo, ovviamente, non poteva che farmele piacere di più.

Così, una volta in quel di Granada, a due metri e mezzo da Plaza de la Trinidad, alla pension "Cinco Gatos", io avrei dovuto aspettarmi una distribuzione dei posti figlia dei compromessi elaborati da Vania in 300km e passa di strada, quelli fatti dal fatale autogrill fino a lì. Invece Vania era subito corso all'altro ostello perché la tipa di lì voleva essere pagata subito, ed io ero talmente devastato che non mi fregava nulla di con chi capitavo in stanza e volevo solo un letto e un cesso, appunto.
Non stavo poi così distrutto da non rendermi conto però del fatto che le yogurtine non salivano. Che si stavano riunendo tutte lì, che da me stavano salendo solo gente di Ludyka e Saltymbanco, con l'eccezione di Laura Yogurt (per distinguerla da Laura Ludyka cioè Lalla) che prendeva possesso di un posto nella stanza a fianco alla mia. Prospettandosi una situazione simile alla divisione delle macchine in cui avevo rischiato di restare a piedi e - se non era per Cri - di fare un viaggio veramente scomodo, mi decidevo a piazzare i bagagli in una camera da tre, e di lasciare che scegliessero gli altri di stare con me. Di fermarmi a guardare cosa il fluire del mondo avrebbe condotto da me.

...ve la siete bevuta?
^__^
La realtà è stata che sono rimasto tentennante a fare su e giù sulle scale, avanti e indietro, senza decidermi ad entrare dalle yogurtine e chiedere "qui c'è posto?" perché mi sembrava troppo sfacciato. Così, quando sono entrato da loro zaino in spalla era già tardi e i posti erano già presi, al che mi sono affrettato a salire, per non restare a dovermi adattare all'ultimo posto disponibile, magari vicino a un russatore professionista.
Ed il fluire del mondo ha portato me nella stanza con Stefano e Federichino.

E sinceramente, non poteva andare meglio.
Per quanto Stefano (e non sapete che sforzo sto facendo per non chiamarlo Starna, come lo chiamo sempre) sia un fine russatore - ma solo quando è veramente stanco (indovinate un po' quante volte è capitato in cinque notti a Granada?) - è anche il più sguajato, divertente, assolutamente non politically-correct anarchico mangiapreti che conosca!
Passare tutti quei giorni in stanza con lui e Federichino è stato un tajo. Ho riso fino alle lacrime, piegato a star-tac sul letto, per le battute più gore, grand-guignolesche che abbia mai sentito. Di una mi ricordo solo che aveva a che fare con le donne, un chilo di sabbia e un set di bisturi, e significava l'espressione di un certo qual apprezzamento per le grazie di Valentina di Yogurt...
^__^'
Federichino poi era il perfetto contraltare: pause storiche che davano forza alle battute di Stefano e mimica facciale che parlava fiumi di parole da sola... ogni piano d'ascolto che forniva era la celebrazione dell'assoluto, splendido squallore che Stefano aveva raggiunto (battendo il record precedente), e la battuta successiva era una splendida alzata per la conseguente schiacciata di Stefano.
Perfetti.
Un gioco in cui mi inserivo anch'io, alternando battute fulminanti ad alzate clamorose, spostandomi verso lo squallido di Stefano o l'ascetico giudizio di Federichino... che grandi serate.

Doman...beh, a dire il vero stamattina, li vedo e mi farò rinfrescare la memoria.
Meritano di essere immortalate su questo blog.
Dividere camera con loro è stata un'esperienza davvero gradevole. Lo dico oggi che son passati un po' di giorni in sana solitudine, ovviamente! ^__-
Ad ogni modo, quella sera, dopo aver ricevuto le coperte aggiuntive che panna e fragola aveva proposto e che io avevo accettato (Stefano le avrebbe chieste di corsa il giorno dopo - io nella mia sensazione di freddo, umido e fragilità che mi aveva accompagnato fin lì ero stato saggiamente più lungimirante; Federichino aveva il sacco a pelo e se ne fregava) di buon grado, non sono affatto andato a dormire. E nemmeno al cesso, a dire il vero.
Tanto per cominciare, era la prima notte a Granada, e per quanto fossero forti i miei istinti da pensionato (a nanna, subito!) si contorceva dentro di me il serpente giovanile dell'eccitazione dell'esperienza nuova tutti assieme. La voglia di chiacchierare, di star su svegli ancora un po', di fumare. Di parlare, ad esempio, di panna e fragola, cara vecchina che nel darci le chiavi aveva più e più volte chiesto di chiudere a chiave tutti e quattro i portoni (due portoni giù, uno su strada e uno interno, e due porte su, dell'appartamento e di camera) per cautelarsi dai ladri. Sembrava infatti un po' ossessionata. Ora, considerato che le stanze sembravano essere tutto tranne che invitanti per un ladro, l'unica cosa erano i nostri oggetti - che la vecchina ci pregava di non lasciare in casa se di valore.
Suppongo, in realtà, che la preoccupazione fosse di natura assicurativa: ovvero, panna e fragola NON era assicurata sui furti, e se capitava qualcosa del genere chiudeva baracca e burattini. Ad ogni modo, non era certo troppo entusiasmante arrivare dopo un viaggio simile in una pensioncina che a prima vista meritava una, massimo due stelle, e sentirsi dire che Granada pullulava di topi d'appartamento.
A proposito, mai avuto problemi del genere finché siamo rimasti a Granada. Fortunati? Mah... chi può dirlo?
Comunque, camera nostra era un rettangolo con la porta su di un lato corto e una porta-finestra con balcone sul lato opposto (profondità balcone 20 cm.) che affacciava su di un bel vicoletto che portava alla piazza, purtroppo dall'altro lato rispetto al portone d'ingresso della pensione; per cui, quando Stefano tornava alle 5 di mattina bisognava scendere fino giù per aprirgli - oppure, come avvenne fin dalla seconda volta, lui doveva venire dall'altro lato a farsi tirar le chiavi dal balcone. Per il resto, a fianco al balcone c'era il letto matrimoniale mio e di Federichino, poi il letto singolo di Stefano, poi uno spazio relativamente sgombro dove c'era una cassettiera con specchio sulla destra e una doccia e un lavandino sulla sinistra. Spazio di passaggio tra i letti e il muro (sul lato libero, ovviamente) 20 cm., spazio libero tra il mio letto e quello di Stefano 35 cm. in rapida diminuzione, man a mano che Stefano la notte si lanciava ubriaco sul letto per dormire.
L'ultima sera ci saranno stati un paio di centimetri.
Ad ogni modo, quella sera, la prima sera a Granada, le yogurtine sono state le prime a svenire sui letti. Nel loro appartamento, una stanza aveva - unica - occupanti maschili: indovinate un po'?
Alessio e Brasca.
Più tardi, per terra col sacco a pelo, nella zona del 'salotto' si sarebbe accampato Vania, rimasto fuori dall'altro ostello. E ci sarebbe, guarda un po', rimasto tutti i giorni.
Al piano superiore, nell'appartamento di sinistra si erano disposte le coppie di Ludyka ed un paio di Saltymbanco, già comatosi e a nanna dopo breve tempo.
Svegli fino alla fine solo quelli del nostro appartamento: oltre la nostra stanza, quella delle donne a fianco alla nostra. Sara, Wanda, Valentina (Ludyka) e Laura (Yogurt). Che ovviamente hanno cazzarato con noi fino a quando non stavamo crollando e poi sono andate a dormire. Come noi.
Solo che noi abbiamo continuato a cazzarare a letto!
Io ho approfittato finalmente del bagno, liberandomi dai fantasmi dei maledetti calamaros, e poi sono tornato in stanza. Stefano sotto le coperte, Federichino nel suo sacco a pelo sopra il letto matrimoniale, io dentro il letto matrimoniale, a tratti sotto Federichino.
A conti fatti, io sono stato l'ultimo a dormire.
Solo l'indomani avremmo fatto la conoscenza dei volatili di panna e fragola. Qualsiasi cosa fossero...


GrimFang

lunedì 7 maggio 2007

Madrid-Granada

Ok, sono dislessico.
C'ho messo tre ore a scrivere Madrid correttamente.
Siamo giunti alla seconda parte del mio racconto, e considerato quanto ho scritto per la prima - che era solo il volo Roma/Madrid - capace che ne esce fuori un romanzo a puntate... cercherò di esser più conciso, se mi è possibile.

Una volta sbarcati all'aereoporto, come vi ho detto, ci siamo ritrovati in pieni anni '70.
Voglio dire, avete presente il tipico aereoporto da film poliziottesco di quell'epoca?
Mi aspettavo da un momento all'altro che spuntasse un commissario violento ma biondo, coi baffi spioventi, l'eroe della storia che ci avrebbe comunque preso a calci in faccia prima di scusarsi per l'irruenza... un Chuck Norris dell'epoca, per dare l'idea.
Pavimenti color marroncino, di quelli a grossi quadratoni, muri color giallognolo, o bianco sporco, o verdino latte e menta... Separé di vetro trasparente per dividere gli ambienti, e cartelli pubblicitari gialli e neri come quelli di un tempo per pubblicizzare una marca di amaro o un qualche tipo di caramelle croccanti. Il neon quasi stonava per quant'era cosa moderna!
Vabbé, ce lo siamo fatto piuttosto di filato e siamo andati a prendere i bagagli, come vi ho detto.
Mi soffermo su questo punto perché è qui che è arrivata l'agognata sigaretta, la prima in terra iberica.
Ovviamente, non poteva essere che Alessio a condurmi nella zona adatta, che a me era completamente sfuggita. Trattavasi di area protetta, come in Italia o in un qualsiasi bioparco, MA con una fondamentale differenza.
Culturale.
L'area non era recintata: era libera.
Chiariamo. Il fatto è che, in questo cubo di vetro, una scatola, un box, non c'era porta.
Sissignore. Dieci persone dentro a fumare come turchi, l'ingresso - grande come due ante, diciamo, quasi una parete intera del box - semplicemente non c'era: vuoto, aperto, niente porte.
Eppure, non una spirale, una voluta di fumo riusciva ad uscire.
Aereatori in funzione e una maxipompa d'aria centrale risucchiavano ogni voluttuosa boccata che usciva dalle nostre labbra. Talmente tanto che lì dentro nemmeno puzzava di fumo!
Dico questo perché voglio affrontare qui la fondamentale differenza di atteggiamento verso i fumatori della legge spagnola a confronto della nostra.
In Spagna, se ho un locale dove voglio che si fuma, si fuma.
Metto un cartello, e i non fumatori sanno come regolarsi.
Se non si fuma, metto un cartello e i fumatori sanno come regolarsi.
Tutt'e due? Metto gli aspiratori in una parte del locale, la separo col vetro, anche se è aperta, metto fuori il cartello che indica che c'è una zona per fumatori e un altro cartello che segnala dov'è, e lì si può fumare.
Il locale di Florencia (guarda caso... che nome simile a Florence... vabbé), di cui vi dirò in seguito, era così: si poteva fumare solo sul fondo, nello spazio apposito. Aperto.
Niente gabbie.
Noi invece, per non discriminare i non fumatori - visto che nessun esercente si sarebbe mai sobbarcato la spesa degli aereatori - discriminiamo i fumatori.
Il Bel Paese...
Compatitemi, ho appena visto su Youtube il video di Grillo sul signoraggio... sono un po' avvelenato.

Bene, nell'attesa che i pochi sbrighino la fila alla Europcar - una volta ritirati i bagagli e raggiunta una zona dell'aereoporto un po' più moderna (diciamo anni '80, su!) - io e Federichino ci defiliamo alla svelta per colazione+sigaretta.
Mi sparo un dolce spagnolo ed un caffè, ed ho il primo approccio con questa mitica bevanda fatta in Spagna. Lo fanno lungo. E quando dico lungo, intendo che qualsiasi italiano in terra iberica deve imparare al più presto a dire cortito, quando vuole il caffè. Non solo, scusate il gioco di parole, deve anche imparare cosa intendono con solo.
Perché tu vai lì e gli fai
"Dos cafès"
E lui/lei
"Solos?"
E tu pensi, "perché, che altro cazzo mi dovrei piglià?"
Poi tutto si chiarisce quando loro ti spiegano
"Solos o con leche?"
Solo vuol dire normale (e questo darebbe la stura ad una gran riflessione filosofica), perché in Spagna si pigliano bibitoni con latte.
Quindi, per chiedere un caffè più o meno delle giuste dimensioni - ovviamente non del sapore, per quanto in spagna siano diffusissime la macchine italiane, specie Gaggia e Illy - bisogna dire
"Un cafè muy cortito, solo."
Il muy è d'obbligo perché pure se gli dite cortito vi arriva quello che da noi è un caffè molto lungo... Rovesciando il punto di vista, pensa quanto s'incazzano gli spagnoli quando vedono cosa gli arriva quando han chiesto un caffè.
Per quanto riguarda il dolce, il modo migliore per descriverlo era stendere la mano destra tesa in orizzontale e posizionare la sinistra, anch'essa tesa allo stesso modo, poco sotto il polso destro, a mo' di taglio.
Lo sfilatino.
Una bomba di pastasfoglia che trasudava zuccheri da tutte le parti. Li potevi vedere lì, i contenuti calorici, che danzavano attorno a te la danza del colesterolo. Come gli indiani per la pioggia.
Federichino s'è preso una ciambella glassata di cioccolato, quindi forse dovrei starmi zitto...

Alé, macchine prese, si va ad imbarcarci!
Passiamo sotto una statua bronzea di Botero (!) anonimamente collocata lì davanti, raffigurava una donna su un toro, e arriviamo al parcheggio. Scatta l'operazione sistemazione, ovvero il concorso: con chi mi siederò per condividere i prossimi 433 km della mia vita?
In realtà, in me (ma non solo) era scattato il gioco de "in quali macchine si può fumare?".
La Omar-mobile, bontà mia, era già piena. Avevo ceduto il posto a mezzo gruppo Saltymbanco che aveva l'aria di aver bisogno delle tossine della nicotina per respirare. I posti macchina erano sette ciascuna, guidatore compreso, più una da quattro - e già su due era imperativo non fumare.
Comprendendo che la vera esigenza primaria era piazzare i miei bagagli, mi premuravo di sistemarli e di sistemare tutti quelli che dovevano per forza di cose entrare nelle macchine. I bagagli più grossi e ingombranti, quelli coi trampoli&Co., venivano spacchettati e smistati per auto: alcune di loro divenivano da sei posti e non da sette.
Compresa la mia, ovviamente.
Solo che il settimo posto era il mio.
Eccola là, resto a piedi.
Bagagli caricati su di una macchina, disposto a farmi il viaggio anche su un'altra, no problema, scopro che però il posto su di un'altra non c'è.
Cazzus.
Il buon Vania si prodiga per risolvere il problema, ma ecco che la macchina su cui ho caricato i bagagli mi chiama: ci si può entrare.
Beh, diciamola tutta... la fila da tre posti si può stringere. Si vuole stringere. E' da loro che parte l'iniziativa.
Da Isabella, Elena e Cristina.
^_-
Ed è proprio accanto a Cristina che mi siedo, ringraziando quanto sono smilzo io e quanto lo è lei, nonché la mia forte capacità di adattamento... alle femmine! ^__^
Adesso, in tutta onestà avevo scelto la Yogurt-mobile perché a bordo c'era Andrea detto Brasca, il che comunque la dice lunga sulla possibilità di fumare in auto, che è la persona di Yogurt (Sara a parte - lei fa parte, come Alessio, sia di Yogurt che di Ludyka; mentre Stefano sia di Ludyka che di Saltymbanco) che conosco meglio nonché un ragazzo davvero spiritoso. Giuro che alle ragazze non ci avevo pensato... beh, oddio... ci avevo pensato poco!
E poi, l'altro motivo fondamentale è che non volevo stare in macchina con solo gente del mio laboratorio. Cazzo, fai un viaggio in 45 e ti chiudi su quelli che già conosci?
Tenetelo a mente: questa è stata la cifra del mio viaggio a Granada. Socializzare. Fare gruppo.
E ci sono riuscito, devo dire. Ma ne parleremo poi.
Salgo dunque sull'auto. Alla guida Andrea Crocco - che credo sia il cognome. Navigatore, Brasca. Dietro, Isa, Elena, Cri e me. In piccionaia - il posto dietro di me, schiacciatissimo tra i bagagli e che si deve impiccare per uscire dalla mia portiera, Carlotta - immediatamente ribatezzata 'il cagnolino'. Ancora si stava ripigliando dall'effetto delle gocce antipanico prese per l'aereo (che, a giudicare dal comportamento in auto, dovevano fare l'effetto di qualche buon litro di Frascati).
Si parte.
Arriva il primo sms di Vania con le indicazioni.
Sbagliamo.
Ovvio.
Ritorniamo al punto di partenza e riprendiamo quella giusta, ma oramai la cordata di macchine ce la siamo persa.
Con la scusa di star più comodo, passo il braccio dietro le spalle di Cri fino alla spalla di Elena, quasi fino a toccare Isa. Di lì a poco avrei fatto di peggio.
Imbocchiamo la strada giusta e osserviamo Madrid, la parte popolare vicino all'aereoporto. Sembra Roma, Cinecittà o giù di lì. Alcuni palazzi sono dei veri e propri casermoni.
Il cielo è coperto e c'è un botto di traffico.
La macchina ha il lettore cd. La mia mossa di portarmi il cd col best of dei Simple Minds pur non avendo lettori si rivela vincente. Peccato che a) sarà l'ultimo cd che ascolteremo prima di Granada e b) o è rimasto in macchina o ce l'ha Brasca.
Si ascolta, invece, il cd con le musiche del loro laboratorio (Vania fa fare una compilation a ogni laboratorio coi brani che 'servono' per lo spettacolo). Non l'ho mai sentito, è molto bello. Ne avrei avuto la nausea, per quante volte mi sarebbe toccato sentirlo (tra l'altro ho scoperto che sta nel registratore che mi ha ammollato Vania nello zaino al ritorno, e me lo sono pure risentito... c'è un brano degli Area - quelli di Demetrio Stratos - da paura, "Cometa rossa").
Arriva un altro sms da Vania: punta al primo autogrill.
Dopo un bel po' ci arriviamo, ma sbagliamo a imboccare l'uscita (e te pareva), ma per fortuna non era quello. Ci viene indicato come l'autogrill dove c'è un grosso cartellone nero a forma di toro, non si può sbagliare. Scoprirò più avanti che l'Andalusia e la Mancha sono tappezzate di simili cartelloni, anche a forma di torero o di Don Chisciotte (se non sbaglio).
Bingo.
Ci fermiamo, troviamo gli altri già a tavola.
Per carità, sarà una spesa, ma bisogna anche metter da conto che bisogna pur arrivare in forze, a Granada, quindi... vinello rosso a bottiglioni, una saggia scelta come primo (zuppa di pollo), una pessima scelta di secondo (uova fritte con bacon e patatine, fritte, naturalmente) e una terribile scelta di scambio (quel che avanza a me contro quel che avanza a te) col Brasca, che aveva preso i calamaros fritos. Il loro sapore l'avrei sentito in ogni rutto fatto fino al momento di andare a dormire.
Almeno, c'era anche l'insalata...
Ma l'effetto più devastante, mentre partiamo alla spicciolata, l'avrebbero fatto a breve.
Prevedendo poche soste usufruivo del cesso, ma una volta fuori il tempo era cambiato: dal sole, piovigginava. Freddo.
Blocco gastrico.
Sto male.
Si riparte: tutti in macchina.

Vi avevo detto che avrei fatto di peggio... beh, poco prima di raggiungere l'autogrill, io e Cri avevamo raggiunto una posizione più comoda...
^__^
Semplicemente, io avevo passato la mia gamba dietro di lei, e lei sedeva nell'incavo delle mie. Avendo davanti la sua schiena, era scattato immediato il massaggino, il contatto fisico.
E finché stavo bene, non era certo un problema, anzi!
Senza contare che si stava realmente più comodi entrambi.
Certo, quando le mie braccia erano in posizione di riposo stavano o sulle sue cosce o sui suoi fianchi, ma vista la posizione sarebbe stato innaturale il contrario, no?
=)P
Vabbè, a questo punto però, necessito di un rapido flashback.
Non mi ricordo esattamente come io, sull'aereo, sia finito a fare massaggi a Isa (ieri ho un po' tagliato corto perché crollavo dal sonno)... suppongo per una di lei affermazione in proposito relativa a quanto le piace ricevere massaggi.
Fatto sta che, immediatamente dopo essere atterrati, in un momento di complicità, mi si è avvicinata Lalla, del mio laboratorio, per dirmi
"Oh, ammazza! Ti stai dando subito da fare, eh? T'ho visto con Isabella a far massaggi, sull'aereo..."
Il tono era quello del "Vai! Siamo tutti con te!", e mi ha fatto parecchio piacere, anche perché a Lalla, che è la ragazza di Gab, le voglio veramente bene. Una ragazza pulita pulita, sembra la Monna Lisa, che certe volte - diciamo pure il 70% delle occorrenze generali - si scafa talmente da proferire affermazioni in grado di far impallidire un camionista. ^__^

Bene, detta questa premessa, mentre io sto in quella posizione, col sole che batte sul mio finestrino, si affianca a noi una delle altre macchine e, indovina un po', Lalla mi vede con Cri fra le gambe.
La sua faccia con gli occhi strabuzzati e la bocca spalancata e poi lo scuotere la testa come per dire "sei incorreggibile" sono un altro dei ricordi mitici di questo viaggio. Le ho risposto con la mimica internazionale per dire "Eeeh... che ce vòi fà?" e poi le macchine si sono allontanate.

Il resto del viaggio l'ho fatto in preda alle fitte di mal di stomaco, con sudorazione lenta ma inesorabile, scarsa attitudine al dialogo.
E' migliorata quando ho fatto cambio di posto col Brasca - che per gli ultimi 100 km ha deciso di imitare Tiziano Ferro, fino a diventare insopportabile - e quando Crocco, col mio pieno, assoluto, abnegato consenso ha imposto - fallendo ripetutamente e ogni volta imponendosi nuovamente - che fino al bivio per Granada non si doveva cantare più.
Anche perché stava insorgendo pure il mal di testa.
A dire il vero abbiamo entrambi abbondantemente barato perché abbiamo continuato pure dopo averlo imboccato da un pezzo, ma almeno siamo riusciti ad arginare i cori indiscriminati.
E' migliorata anche quando han messo il cd dei Simple Minds - perché mi son sforzato di cantare "Belfast Child" e perché poi si son voluti sentire diverse tracce - e perché le ragazze da dietro regolarmente mi chiedevano se mi sentivo meglio, quindi mi son sentito coccolato.
Però, una volta dentro Granada, al parcheggio dove avevamo appuntamento, faceva un freddo becco, ed è risalito su tutto.
Meno male, nota a margine, che ben tre ragazze di Yogurt facciano medicina (in particolare Doriana, ma era Cri a stare in macchina con me - oddio, forse anche Isa... non ricordo qual'è la terza) e che quindi mi sia sentito schifosamente parato sotto questo versante.
No, non giocavo a fare il malatino per farmi visitare dal medico...
...malpensanti.
^__^
Insomma, con me in uno stato comatoso che non mi è affatto nuovo, imbocchiamo pure un'avenida vietata al traffico privato e ci fermiamo in zona pedonale per aspettare l'arrivo di Alessandro, il basista.
Di lì a poco sarebbe diventato per tutti Capitan Torrieni, più che Alessandro, ma allora dovevamo ancora andare in scena.
Nel tempo dell'attesa, arriva un'ambulanza della Cruz Roja, che si mette a montare un banchetto proprio lì.
Quando arriva, si scende dalle macchine, si scaricano i bagagli, i guidatori le vanno a posteggiare (alla fine dei conti, 80 euro di parcheggio a macchina, per tutto il periodo) e noi si segue, a piedi, il buon Alessandro fino a casa della vecchina. Victoria, della pensione Cinco Gatos (cinque gatti, ma suppongo ne avesse di più), ribattezzata a razzo 'panna e fragola', per via dei colori che abitualmente ha avuto indosso: rosa, bianco e grigio.
Con chi sarei finito in stanza?
Sarei andato a finire nel letto doppio di Cristina? In camera con Isa? A letto con Alessio? O banalmente coi miei del gruppo Ludyka?
Ma questo ve lo racconto nella terza parte...


GrimFang

venerdì 4 maggio 2007

Il volo (A/R) - andata (27 aprile)

Da qualche parte dovrò pur iniziare...
Il magone assurdo che sale e scende in gola a tratti ancora mi accompagna, ma siccome so che razza di lettori mi ritrovo, dovrei partire col raccontare degli spettacoli di chi ci ha ospitato, a partire da quello del teatro El Apeadero...
Ma ritenendo un simile argomento più adatto alla lettura del lunedì mattina in ufficio, o simile giornata inizio-settimanale, rimando il tutto ad allora.
Anche perché, riannodando i fili della memoria, mi sono accorto che ci sono cose che... si apprezzano meglio con la conoscenza a monte! ^__^
Quindi, purtroppo, dovrò fare come non faccio quasi mai, cioè andare con ordine.
Cioè partendo dal volo.

Come vi ho detto, volare mi preoccupava.
Era da un po' (un bel po', più di un decennio) che non mi era capitato di salire su quei trabiccoli che, grazie al genio dei fratelli Wright, possono farci dare di stomaco in comode ed apposite buste di carta. Già, quelle stesse - o almeno dello stesso tipo - con cui il vostro barista o pasticcere di fiducia incarta i vostri preziosi cornetti la mattina.
Certo, grazie al cielo queste due cose avvengono separatamente, altrimenti sai che colazione saporita...

Rieccomi qui, scusate, ero in bagno a vomitare.
Dicevo, la magnifica invenzione dei fratelli Wright - invenzione loro perché a loro funzionava: a tutti quelli che c'avevan provato prima, Leonardo in testa, non era andata altrettanto bene (vedi la fine di Icaro, ad esempio) - che, nel corso del secolo e decenni vari successivi si è evoluta mirabolmente: dalle quattro assi di legno e tela in croce su cui i fantastici fratelli avevano montato un motore se ne è fatta di strada!
Sono venuti i quadriplani, i biplani, gli aerei a reazione, quelli per il trasporto passeggeri, i giganteschi Boeing, i missilinei (a forma di missile) Concorde, per approdare infine alla summa: i voli low-cost.
Easyjet.
Quella è la compagnia con cui abbiamo viaggiato.
Posso testimoniarlo, perché mi sono inculato il libretto con le istruzioni di emergenza, ma questa è un'altra storia.
Ah, no, è sempre questa, ma trattasi di dettaglio irrilevante.
Dicevo, Easyjet. Non ho la benché minima idea di dove venga, ma pagare 170 euro per un viaggio che le altre compagnie di bandiera fan pagare tipo 400 ha il suo perché. Tra l'altro, avessimo preso il volo Alitalia, saremmo rimasti in Spagna, perché han fatto sciopero proprio il giorno del nostro rientro, il 2/3...
Vabbé, il fatto che fosse un volo low-cost in realtà non mi preoccupava: quello che mi preoccupava era la levataccia alle 6 di mattina (se mi diceva di lusso) e il dover poi affrontare il resto del giorno in questa sequenza
1. Ricontrollare il bagaglio perché so che sono un imbecille e finisce che mi scordo cose importanti tipo la carta d'identità che va a finire che resto a Roma e ho dato 170 euro in beneficienza. (se la meritassero, poi...)
2. Arrivare in orario (per una volta!), pronto e preparato, all'appuntamento con Sara e Albertino che mi davano un passaggio. (evitandomi la mostruosa impresa di una levataccia peggiore, di 24 fermate di Metro A, del correre a prendere la navetta e arrivare fiaccato e sfinito - sicuramente col mal di stomaco e un accenno di squeraus fin da Flaminio, come minimo... O l'alternativa di andare a Ciampino in macchina e trovar parcheggio lì: così sarei stato in para per la macchina per una settimana e al ritorno avrei dovuto fare una donazione di sangue in multe)
3. Arrivare in orario a Ciampino, che il check-in era per le 7, tipo.
4. Ricontrollare che il bagaglio a mano fosse correttamente sprovvisto di tutte quelle cose che al controllo ti fanno buttare.
5. Tenere a bada la nausea, la sudorazione, il mal di pancia e tutta la sintomatologia da poco sonno e nuova esperienza (più gnoccae vicinantia).
6. Imbarcarsi e decollare. (una cosa da niente...)
7. Sobbarcarsi qualcosa come tre/quattro orette di viaggio in una scatola di latta a circa 24mila piedi (no, più su, che se un piede sono 30cm...) facendo finta di cercare di dormire e recuperare il sonno perduto sapendo benissimo che mai e poi mai ci sarei riuscito, e il tutto con la stessa libertà di movimento che ha un orangotango nella gabbia di un gatto.
8. Atterrare a Madrid - qualsiasi clima ci fosse - e recuperare il bagaglio, indi avviarsi al loco onde avevamo affittato les voitures (le màchine).
9. Sobbarcarmi tutta la tratta autostradale Madrid-Granada, che è qualcosa tipo 433km.
10. Arrivare a Granada, parcheggiare, farsela a piedi fino all'ostello, pensione, sottoponte che fosse.
11. Far tardi con tutti i compagni di viaggio che, sicuramente sovraeccitati dall'esperienza, avrebbero subito deciso di far movida - una movida per la quale avrei rosicato come un picchio se non ci fossi andato.

Con tale, simile limpida coscienza delle mie azioni, andavo a dormire tardi la sera prima - l'una, forse - e mi svegliavo presto la mattina, credo alle 6.15 o giù di lì.
Stranamente, l'aver fatto tardi la sera prima consisteva nell'aver fatto armi e bagagli a puntino, e quindi potermi permettere una piccola dose di sonno in più.
Però, l'attesa telefonata di Sara che mi avrebbe avvisato del loro imminente arrivo, non arrivava.
Aspetto, aspetto ancora. Ricordando che lei era stata drastica, più che normativa (qualcosa come "se non sei pronto per le 6.30 ti lascio lì!"), chiamo io.
Dall'altro capo del filo, con un inequivocabile sfondo casalingo di carabattole e cianfrusaglie che vengono assestate, Sara mi risponde di non preoccuparmi, che stanno arrivando. Beh, mi preparo, non faccio colazione perché il piano era di farla insieme, e aspetto.
Non ho fatto un cazzo dalle 6.30, pronto a partire, a poco meno delle 7, quando si sono presentati. L'unica cosa che ho fatto è stata chiamarla una seconda volta, ricevendo la medesima risposta tra il piccato e lo scherzoso.
Beh, anche un po' per la stanchezza, Bodhisatva GrimFang ha atteso sotto casa. Al loro arrivo, ha anche scoperto che avevan fatto colazione per conto loro, ma siccome la pazienza è la via della misericordia, s'è preso un caffè senza cornetto (o con? Mah, non ricordo) e s'è imbarcato in auto con la mochilla sempre in spalla.
Ritardo, ritardo, ritardo.
Arriviamo a Ciampino ben oltre l'appuntamento 7.15 pattuito, ma con la soddisfazione di veder arrivare un'auto dopo di noi: ovviamente, Martina.
^__^
Ci incontriamo praticamente subito con gli altri (Alessio e Antonio fuori a fumare, una scena che avrei visto spesso), e cominciamo a vedere se siamo tutti. Mancavano le due sorelle Claudia e Doriana del gruppo Yogurt (e qualcun'altra che era in macchina con loro, credo) e saremmo stati pronti.
Ammetto che non mi sentivo poi così male all'idea di partire, si vede che avevo avuto tempo per essermici oramai abituato. Però, alla domanda su come andasse con la paura del volo, beh, ho risposto che un po' d'ansia ce l'avevo.
Ma non poteva essere nulla, a confronto di quella di Alessio, e Carlotta, che non avevano MAI preso l'aereo.
Quindi, il tempo trascorso all'aereoporto di Ciampino è andato via piuttosto veloce, accompagnato da quel senso di disagio lieve semplicemente dovuto alla levataccia e a qualche insicurezza strisciante minore.
Fila al check-in, distribuzione dei bagagli 'speciali' (un tamburo riempito di roba e due borsoni coi trampoli e i pezzi necessari a montare 'il nano' dello spettacolo) e loro consegna - previo pagamento di sovrattassa, suppongo - all'impiegato della dogana, o quello che era.
Poi in fila per i metal detector che, essendo esperienza nuova, mi han fatto riccamente scordare i residui di ansia. Quindi, una volta dentro, un'altra colazione e l'acquisto di un panino prosciutto e formaggio che avrei - ma allora non lo sapevo - consumato decisamente molto tempo dopo...
Infine, ta-dah!, l'imbarco.
Scaglionati in quattro diversi gruppi, secondo le lettere A, B (la mia), C e D dell'alfabeto, uscivamo all'aperto sulle piste per imbarcarci sulla navetta che ci avrebbe portato all'aereo.
A questo punto, il tabagista che sono si rifaceva vivo in me: non avevo fumato e prima di sopportare tutte quelle ore di volo volevo levarmi lo sfizio del tabacco.
Evidentemente anche Murphy, l'autore delle famose leggi, doveva essere a Ciampino quel giorno, perché appena accesa è arrivato l'autista che mi ha fatto cenno di spegnerla. In realtà, forse è perché sulle piste non si fuma, dovesse esserci qualche residuo di gasolio o similia sul terreno quando butti la cicca...
Voilà, in bus fino all'aereo.
Nemmeno troppo grande, bimotore a turbine belle grosse.
Lì ho scoperto che il colore della Easyjet è l'arancione, il mio preferito.
Insomma, salgo e vengo accolto dal personale di bordo, spagnolo. Primo contatto con la Spagna: due steward e una hostess, che sembra simpatica anche se non troppo carina. Di lì a poco avrei visto sbarcare i passeggeri dall'aereoplano di fronte: la Ryan Air aveva una hostess decisamente più gnocca. Ad ogni modo, colgo al volo il nome della nostra, Paloma.
Come chiamarsi Colomba. Di nome.
Al massimo in Italia abbiamo Colombina, ma è una maschera della commedia dell'arte...
Vabbé, il nome è sempre strategico: aiuta non solo a rompere il ghiaccio, ma a farsi caga... ehm... considerare di più.

Adesso, il dilemma.
La scelta del posto.
Non mi sarei mai perdonato di mettermi vicino alle ali, senza poter vedere una beneamata ceppa al di sotto dell'aereo; pertanto, dovevo mettermi più avanti.
Non ho mai preso in considerazioni problematiche del tipo "meglio la coda perché se l'aereo si spezza di solito è al centro" - LOST insegna - quello che mi interessava era la vista. Matematica dunque la scelta del posto vicino al finestrino.
Ma, ovviamente, era la scelta del vicino a chi sedermi ad importare!
^___^
Ma il problema era che le persone vicino alle quali valeva la pena esser seduti ancora dovevano arrivare! Infatti, erano tutte sulla seconda tornata di passeggeri della navetta.
Che fare?
Niente: ti siedi, aspetti e speri, non c'è un cazzo da fare.

...ma in realtà, c'è stata un'altra considerazione a guidare la scelta del mio posto.
Ebbene sì, per tutti gli amanti del "Psicomagia, fratello!" che mi ha accolto al ritorno in patria, a guidare la mia scelta c'era anche il sogno che avevo fatto. Quello in cui spegnevo un motore in fiamme.
DOVEVO sedermi in modo tale che quel sogno venisse rispettato. Perché?
Beh, perché nel sogno l'incendio lo spegnevo: metti caso che fosse successo e le posizioni non fossero rispettate, io che facevo? Che sarebbe successo?
Nel sogno, però, io ero in piedi, non c'era una reale conoscenza di un posto a sedere. Quindi alla fine, ha influito solo per farmi decidere su quale lato dell'aereo posizionarmi: a destra, perché da quel lato si sarebbe incendiato il motore, e in modo tale da vederlo e tenerlo sotto controllo.
Ma, ad ogni modo, nel mio sogno era notte, mentre avremmo viaggiato di giorno. Era al ritorno da Madrid che saremmo partiti all'alba...


Arrivano gli altri, prendono posizione.
Quasi tutti dietro: vicino a me si siede Alessio, che non ha mai volato.
Non ricordo chi fosse a fianco a lui, ma dall'altro lato del corridoio siedono Wanda, Isabella e Carlotta, l'altra che non ha mai volato. Sono sulla fila delle probabili crisi di panico. Alessio è 'sobrio', Carlotta si è bombata di gocce tranquillanti (13!!!) che le ha dato Fabrizio - che non è la prima volta che vola, ma che si caga sotto ogni volta. Lui di gocce ne ha prese 20.
E così, percependo da un lato il nervosismo di Alessio, che non sta fermo un momento, soprattutto con le gambe, e dall'altro la rosicata di non avere una giunonica femmina come, ad esempio, proprio Isa, cui aggrapparmi per lenire l'ansia del viaggio (non mi sentite, ma sto fischiettando con lo sguardo al cielo e finta nonchalance - anzi, nonchalantza), m'improvviso confortatore di anime, come al mio solito, ed aiuto Alessio ad affrontare l'esperienza.
Con tono pacato e piglio sicuro, gli spiego tutte le diverse fasi del decollo, dell'atterraggio, di come funzionano i motori, le cinture come e quando si allacciano e così via: in pratica, sdrammatizzo e improvviso quintalate di castronerie plausibili pur di non avere una crisi di panico alla mia sinistra.
Faccio il sicuro: e lo divento!
^__^
Calmare Alessio è stato catartico e contagioso: infatti, è andata a finire che Alessio era contento come un pupo, ed io pure! Stavamo lì a indicarci le cose fuori dall'oblò, a veder decollare l'elicottero, l'aereo della protezione civile, a parlare di fasi, autorizzazioni, casette minuscole, uomini e autostrade viste dall'alto... Un taglio!
Fatto sta che, Isa sulla parte sinistra, le altre ragazze Yogurt sparse nei pressi - ero circondato, ma la maggior parte stramazzava dal sonno - l'aereo si appresta al decollo.
Rolla sulla pista.
Accelera. Cazzotto allo stomaco, sensazione strana, ma non poi così terribile come pensavo.
E si alza.
E Roma diventa via via piccola sotto di me.
E cabra (gira, vira) verso sinistra, piegandosi a quarantacinque gradi, praticamente subito, mandandomi simpatici friccicori elettrici giù per tutti i neuroni, che per fortuna si trasformano immediatamente in entusiasmo.
Sono su, e volo.
Volo.
E allora mi tornano i ricordi, delle altre volte che ho volato.
E spalanco gli occhi verso fuori, e mi godo la vista della costa, di Fiumicino, del mare... ma soprattutto della leggerezza.

Così come avere vicino Alessio è stato un toccasana per ogni paura eventuale del... vuoto, allo stesso modo è stato un toccasana potersi alzare dal posto e farsi quattro passi in giro.
Prima dell'atterraggio a Madrid, avevo già sfoderato le mie carte migliori: cromoterapia, dialettica, e massaggi!
Oh, yeah, l'atterraggio ha interrotto un gran bel massaggio a Isa (^__^), la quale resta debitrice di altrettanto nei miei confronti. Saprò riscuotere? Ai posteri l'ardua sentenza!

...malfidati.
Comunque, mancavano solo i tarocchi e il carnet era completo.
Come dite?
Certo che ce li avevo in valigia, i tarocchi!
^__^
Non li ho mai tirati fuori, ma almeno in una occasione ho accennato al fatto che sapevo farli!

Fatto sta che, dopo la traversata in cui a tratti ho cercato di dormire, spesso sono andato a far chiacchiera con le ragazze, e altrimenti ho discorso di argomenti seri (a proposito, mi è stato contestato il modo di fare un particolare movimento nei massaggi da Robertone, di Saltymbanco, il quale a quanto ho capito coi massaggi ci lavora - ma è persona di ottima creanza, pertanto ha aspettato di potermelo contestare in separata sede), il momento dell'atterraggio ha riseparato tutti, rimettendoci ai posti.
Sulla Spagna, e su Madrid in particolare, il cielo non era affatto sereno.
Nuvole enormi coprivano il cielo. Da sotto, uno mica ha idea di quanto cavolo siano spesse. A quale diversa altezza siano.
Ma da dentro un aereo, tuffarsi nel candido bianco, immergersi in quei batuffoli di nebbia e risbucarne fuori aveva tutto il fascino dei duelli della prima guerra mondiale... quando il Barone Rosso dovevi cercartelo a vista, in mezzo alle nuvole.
Le nubi che si aprivano per rivelarci squarci della terra rossa di Spagna, là, sul fondo, ma ancor di più quella sensazione magica, quasi onirica, di sprofondare nel morbido delle nuvole sono uno dei ricordi più belli che mi porto dietro di questo viaggio a Granada.
La sensazione umida di vento e libertà, anche se nulla soffiava sul mio viso, è impressa nella mia mente.

Poi, l'atterraggio, l'applauso conseguente e il rollaggio eterno sulla pista (un giro di una quindicina di minuti, non di meno - ma che cavolo di aereoporto ha Madrid!? Prego gli ingegneri e gli architetti ad andarsi a scovare i piani per osservare come NON si fa un aereoporto user-friendly), poi lo sbarco in questo posto anni '70, il recupero bagagli (la civiltà di un paese si vede, adesso, anche nelle zone attrezzate per i fumatori) e infine l'attesa per ingannare il tempo finché non si prendeva possesso delle macchine...
Dopo, sarebbe stata la Madrid-Granada!

^___^


GrimFang

giovedì 3 maggio 2007

GRANADA...

Se volete un consiglio, stampatevi questo post, perché sarà davvero interminabile...
^__^
Scherzo, non riuscirei mai a dirvi tutto nemmeno con un simile papiello, quindi per ora vi dò un'idea generale, di massima, per farvi capire cosa è stato... e poi farò una serie di post, anche più di uno al giorno, per raccontarvi qualche fatto specifico.
Quindi, signori, state pronti, perché vi parlerò dell'Alhambra, di Noordin, delle ragazze spagnole e di quelle dei gruppi Yogurt e Saltymbanco, delle patate calde che non ho mangiato, dei viaggi in macchina, della notte a Madrid, di murales spattacolari, dei voli in aereo, del 5° Espiral, del Apeadero, degli spettacoli, delle parate in piazza, della scoperta della città, dei vicoli, dei leoni di pietra, del negozietto di Florencia, dell'Hagen-Dasz, della squallidissima stazione di servizio sulla strada, dei temibili calamaros fritos, dei massaggi e di tutto il mio repertorio (e qui so che qualcuno si sganascerà fino a finire sotto la scrivania) perché l'ho tirato fuori tutto, della vecchina panna e fragola, dei braccialetti di Vania, di Fatima, dei regali, delle attese, dell'unica notte di movida che mi sia concesso, dei miei compagni di stanza - Stefano in testa! - delle risate, dei quasi pianti, dell'assenza, della crescita, delle prese di coscienza... del cambiamento.
Insomma, vi parlerò di quel che è stato questo viaggio pazzesco a Granada, Andalusia, Spagna.

Per darvi un contesto, siamo partiti da Roma in 45.
Tre laboratori di teatro, il mio (Ludika) e altri due (Yogurt e Saltymbanco) più Vania, il regista, Antonio (aiuto regista, supporto, factotum, collaboratore e altro) e Fabrizio (in veste di fotografo ufficiale, ma con un preciso progetto di elaborazione teatrale in mente).
Cercare di tornare con la mente a prima della partenza è quasi difficile. Forse perché è ancora un'esperienza troppo vicina, troppo calda.
Qual'era l'obbiettivo?
Andare a Granada, in Spagna, per mettere in scena in due teatrini - scovati dal nostro agente sul campo, Alessandro, uno degli attori di Saltymbanco che studia lì in Erasmus - i nostri rispettivi spettacoli. Con la differenza che il nostro laboratorio (in spagnolo, taller) diversamente dagli altri non aveva realmente uno spettacolo. Cioè, noi siamo partiti senza sapere esattamente cosa dovessimo poi mettere in scena nel teatro... vabbè.
Già sapevamo che ogni serata avrebbe coinvolto due laboratori, ed il terzo avrebbe semplicemente fatto la parata promozionale per le strade, per portare gente la sera a vedere lo spettacolo degli altri due. E sapevamo che noi di Ludika avremmo avuto più tempo perché, appunto, saremmo andati in scena solo dopo, visto che la prima parata spettava a noi.
Come mi sentivo prima di partire, cosa mi aspettavo?
Beh, per la prima, la risposta è facile: sotto certi versi ero tranquillo, per altri, come al solito, ero nel panico.
Primo: paura di volare. Meglio, paura di aver paura di volare.
Era un sacco di tempo che non prendevo l'aereo, e visto che un mio parente ha recentissimamente avuto una crisi d'ansia che gli ha impedito di farsi il viaggio in Australia - con tanto di biglietto pagato! - ero vagamente nervoso all'idea di arrivare lì a Ciampino, alle sei e mezza di mattina e farmi prendere da crisi gastriche che, se non m'avessero impedito il volo, m'avrebbero reso il viaggio un vero inferno.
Secondo: la stessa idea di arrivare in aereoporto a quell'ora mi dava la nausea.
Io sono uno che si sveglia alle nove per andare a lavoro, e che quando dorme poco si sente uno straccio e sta da schifo. Non sapevo come avrei fatto - e a che ora mi sarebbe toccato svegliarmi! - per arrivare lì...
Fortuna che poi ci ha pensato Sara, che andava col fratello, a darmi uno strappo. Ah, nota a margine: io e lei (e Martina) siamo i ritardatari cronici del gruppo Ludika. Stavolta, io ero strapronto in orario, e lei è riuscita ad arrivare tardi! Con un aereo che parte! E poi ha avuto la faccia tosta (scherzando) di dare la colpa a me di fronte agli altri! Ma la cosa più assurda, è che Martina è arrivata dopo di noi!!! ^__^
Dico io, se dovete dare un appuntamento a noi tre insieme, è il caso che ce lo date per il giorno precedente...
Vabbè, terzo: le case in cui stare (due pensioni/albergo/quello che era) ce le aveva rimediate sempre Alessandro. Una da venti e una da ventiquattro posti.
Adesso, chiaramente, non è che avessi il panico di dove andare a dormire. No, il punto tre della mia lista dei nervosismi è che con noi partivano le ragazze di Yogurt.
Il gruppo Yogurt, al 70%, è composto da ragazze. E ce ne fosse una che non è almeno carina.
Questo mi dava preoccupazioni.
Ovvero: in una casa 'comune' con stanze da tre, da quattro... con chi mi capiterà di andare a dormire? O meglio, con chi devo fare in modo che mi capiti di dormire? O ancora, quale rito segreto sciamanico devo fare per ottenere di dormire in stanza con loro? ^__^
Perché, vedete, il gruppo Yogurt lo conosco da un pezzo, a differenza di Saltymbanco con cui ho stretto soltanto da poco. E quindi sapevo benissimo cosa mi aspettava... soprattutto per come Vania ha cominciato a 'vendere' le "bellissime ragazze di Yogurt" con tre settimane di anticipo, in particolare facendo riferimento al "devi darti da fare" rivolto alla mia persona.
Chiaramente, sono finito in stanza con Federichino e Starna (un uomo, un mito) che ovviamente non sono affatto due belle gnocche, ma che hanno arricchito la mia permanenza ispanica - secondo me - di un buon 60% di risate in più... alle lacrime, certe volte!
Non posso esimermi qui dal dargli un abbraccio e un grazie di cuore. Dovessero propormi nuovamente di dividere la stanza con loro non avrei esitazioni... ne prenderei un'altra! ^__- Scherzo...
Comunque, questo era il quadro che mi si affacciava alla mente. Priorità: caccia alla gnocca. Nostrana o autoctona. Dopo, il teatro.
Sugli spettacoli, in effetti, ero piuttosto tranquillo.
Sarà per questo che poi in scena ho fatto abbastanza schifo, ma ne parleremo... ^__-

Cosa è successo, quindi?
Granada è stata una delle esperienze più intense che mi siano capitate da un bel po'.
Mal di pancia, febbricitazioni, malesseri ne ho avuti, sì. Ma a volte anche per qualcosa di totalmente inaspettato.
Vi racconterò, più avanti, del 5° Espiral (che si pronuncia 'kintoespiral'), ma ad esempio, è proprio quello un caso in cui io mi sia sentito male non per un'ansia, una preoccupazione o similia, bensì per una cosa totalmente positiva.
Tirare le somme di un viaggio è sempre difficile. Le parole non vengono, o se vengono non bastano mai.
In un messaggio ad Erika, le ho scritto che qualcuno sarebbe tornato cambiato.
Lo sono, ma so che mi piace pensare di essere cambiato di più di quanto non sia.
Sento che qualcosa in me, ma non so dire di preciso cosa sia, mi ha reso più... ricco.
Non so, forse è solo una presa di coscienza, la mia. L'aver compreso che esiste una strada, non normativa, che posso percorrere da attore senza essere professionista, amatoriale, semiprofessionista, o un altro termine a caso, ma semplicemente attore: uno che si diverte a recitare. Che può farlo, magari anche per lavoro, senza essere inquadrato e stritolato in un ingranaggio industriale. E' stato anche, in parte, il riconoscersi negli altri. Negli alter ego spagnoli, più che in quelli italiani, che son comunque figli dello stesso teatro. Il sentirsi parte di un gruppo. Così grande, espanso, esteso. Poliedricamente differente.
La gioia di condividere. Tutto, l'entusiasmo, gli appartamenti, le pause, gli spettacoli, il pubblico, la strada, il pranzo, la cena... anche quella piccola insofferenza che alla fine ci spingeva a stare un po' da soli, e a dirci l'un l'altro che per un po' non ci si voleva più vedere... E invece oggi mi mancano.
Metterei su una comune per vivere assieme a loro.
La strana esperienza di un viaggio fatto non per vacanza, non turistico, non spensierato. Un viaggio di teatro. Sentire una città che ti accoglie, non come estraneo né come cittadino, ma comunque come una parte di sé da proteggere. Da tenere al caldo.
Ci sono stati almeno due momenti in cui stavo per piangere dalla commozione.
Allora, sono cambiato o no?
Non lo so più dire. So che a Ciampino, quando sono stato convinto di aver perso il cellulare - che poi ho invece ritrovato in una tasca apposita interna alla borsa - non mi dispiaceva nemmeno troppo.
Perché la convinzione che fosse altro la cosa importante era, ed è tuttora, radicata in me. Non nuova, ma riscoperta nel senso.
Ecco, il contatto umano, il vivere lo spazio in funzione del luogo, delle persone, e solo da ultimo del tempo... in una parola sola vivere: è questo che è stato Granada per me. Un'esperienza faticosa, per chi non è poi così abituato.
Avere così tanto in così poco tempo è spiazzante, anche in senso antropologico, come insegnava Canevacci.
E disorientato mi sto sentendo; quello che vi dico ora potrebbe non essere esattamente uguale tra cinque minuti, perché è così che funzionano le cose in processo. E la mia mente non smette di rimuginare, da molto prima che alle 9 di mattina il mio volo toccasse terra all'aereoporto di Ciampino.
Cambiare è un processo; a volte lento, altre veloce. Io credo di avere iniziato, vedremo come e dove si finirà, per cominciare che cosa.
In fondo, l'Appeso potrebbe scendere dalla sua forca.


GrimFang