Ok, sono dislessico.
C'ho messo tre ore a scrivere Madrid correttamente.
Siamo giunti alla seconda parte del mio racconto, e considerato quanto ho scritto per la prima - che era solo il volo Roma/Madrid - capace che ne esce fuori un romanzo a puntate... cercherò di esser più conciso, se mi è possibile.
Una volta sbarcati all'aereoporto, come vi ho detto, ci siamo ritrovati in pieni anni '70.
Voglio dire, avete presente il tipico aereoporto da film poliziottesco di quell'epoca?
Mi aspettavo da un momento all'altro che spuntasse un commissario violento ma biondo, coi baffi spioventi, l'eroe della storia che ci avrebbe comunque preso a calci in faccia prima di scusarsi per l'irruenza... un Chuck Norris dell'epoca, per dare l'idea.
Pavimenti color marroncino, di quelli a grossi quadratoni, muri color giallognolo, o bianco sporco, o verdino latte e menta... Separé di vetro trasparente per dividere gli ambienti, e cartelli pubblicitari gialli e neri come quelli di un tempo per pubblicizzare una marca di amaro o un qualche tipo di caramelle croccanti. Il neon quasi stonava per quant'era cosa moderna!
Vabbé, ce lo siamo fatto piuttosto di filato e siamo andati a prendere i bagagli, come vi ho detto.
Mi soffermo su questo punto perché è qui che è arrivata l'agognata sigaretta, la prima in terra iberica.
Ovviamente, non poteva essere che Alessio a condurmi nella zona adatta, che a me era completamente sfuggita. Trattavasi di area protetta, come in Italia o in un qualsiasi bioparco, MA con una fondamentale differenza.
Culturale.
L'area non era recintata: era libera.
Chiariamo. Il fatto è che, in questo cubo di vetro, una scatola, un box, non c'era porta.
Sissignore. Dieci persone dentro a fumare come turchi, l'ingresso - grande come due ante, diciamo, quasi una parete intera del box - semplicemente non c'era: vuoto, aperto, niente porte.
Eppure, non una spirale, una voluta di fumo riusciva ad uscire.
Aereatori in funzione e una maxipompa d'aria centrale risucchiavano ogni voluttuosa boccata che usciva dalle nostre labbra. Talmente tanto che lì dentro nemmeno puzzava di fumo!
Dico questo perché voglio affrontare qui la fondamentale differenza di atteggiamento verso i fumatori della legge spagnola a confronto della nostra.
In Spagna, se ho un locale dove voglio che si fuma, si fuma.
Metto un cartello, e i non fumatori sanno come regolarsi.
Se non si fuma, metto un cartello e i fumatori sanno come regolarsi.
Tutt'e due? Metto gli aspiratori in una parte del locale, la separo col vetro, anche se è aperta, metto fuori il cartello che indica che c'è una zona per fumatori e un altro cartello che segnala dov'è, e lì si può fumare.
Il locale di Florencia (guarda caso... che nome simile a Florence... vabbé), di cui vi dirò in seguito, era così: si poteva fumare solo sul fondo, nello spazio apposito. Aperto.
Niente gabbie.
Noi invece, per non discriminare i non fumatori - visto che nessun esercente si sarebbe mai sobbarcato la spesa degli aereatori - discriminiamo i fumatori.
Il Bel Paese...
Compatitemi, ho appena visto su Youtube il video di Grillo sul signoraggio... sono un po' avvelenato.
Bene, nell'attesa che i pochi sbrighino la fila alla Europcar - una volta ritirati i bagagli e raggiunta una zona dell'aereoporto un po' più moderna (diciamo anni '80, su!) - io e Federichino ci defiliamo alla svelta per colazione+sigaretta.
Mi sparo un dolce spagnolo ed un caffè, ed ho il primo approccio con questa mitica bevanda fatta in Spagna. Lo fanno lungo. E quando dico lungo, intendo che qualsiasi italiano in terra iberica deve imparare al più presto a dire cortito, quando vuole il caffè. Non solo, scusate il gioco di parole, deve anche imparare cosa intendono con solo.
Perché tu vai lì e gli fai
"Dos cafès"
E lui/lei
"Solos?"
E tu pensi, "perché, che altro cazzo mi dovrei piglià?"
Poi tutto si chiarisce quando loro ti spiegano
"Solos o con leche?"
Solo vuol dire normale (e questo darebbe la stura ad una gran riflessione filosofica), perché in Spagna si pigliano bibitoni con latte.
Quindi, per chiedere un caffè più o meno delle giuste dimensioni - ovviamente non del sapore, per quanto in spagna siano diffusissime la macchine italiane, specie Gaggia e Illy - bisogna dire
"Un cafè muy cortito, solo."
Il muy è d'obbligo perché pure se gli dite cortito vi arriva quello che da noi è un caffè molto lungo... Rovesciando il punto di vista, pensa quanto s'incazzano gli spagnoli quando vedono cosa gli arriva quando han chiesto un caffè.
Per quanto riguarda il dolce, il modo migliore per descriverlo era stendere la mano destra tesa in orizzontale e posizionare la sinistra, anch'essa tesa allo stesso modo, poco sotto il polso destro, a mo' di taglio.
Lo sfilatino.
Una bomba di pastasfoglia che trasudava zuccheri da tutte le parti. Li potevi vedere lì, i contenuti calorici, che danzavano attorno a te la danza del colesterolo. Come gli indiani per la pioggia.
Federichino s'è preso una ciambella glassata di cioccolato, quindi forse dovrei starmi zitto...
Alé, macchine prese, si va ad imbarcarci!
Passiamo sotto una statua bronzea di Botero (!) anonimamente collocata lì davanti, raffigurava una donna su un toro, e arriviamo al parcheggio. Scatta l'operazione sistemazione, ovvero il concorso: con chi mi siederò per condividere i prossimi 433 km della mia vita?
In realtà, in me (ma non solo) era scattato il gioco de "in quali macchine si può fumare?".
La Omar-mobile, bontà mia, era già piena. Avevo ceduto il posto a mezzo gruppo Saltymbanco che aveva l'aria di aver bisogno delle tossine della nicotina per respirare. I posti macchina erano sette ciascuna, guidatore compreso, più una da quattro - e già su due era imperativo non fumare.
Comprendendo che la vera esigenza primaria era piazzare i miei bagagli, mi premuravo di sistemarli e di sistemare tutti quelli che dovevano per forza di cose entrare nelle macchine. I bagagli più grossi e ingombranti, quelli coi trampoli&Co., venivano spacchettati e smistati per auto: alcune di loro divenivano da sei posti e non da sette.
Compresa la mia, ovviamente.
Solo che il settimo posto era il mio.
Eccola là, resto a piedi.
Bagagli caricati su di una macchina, disposto a farmi il viaggio anche su un'altra, no problema, scopro che però il posto su di un'altra non c'è.
Cazzus.
Il buon Vania si prodiga per risolvere il problema, ma ecco che la macchina su cui ho caricato i bagagli mi chiama: ci si può entrare.
Beh, diciamola tutta... la fila da tre posti si può stringere. Si vuole stringere. E' da loro che parte l'iniziativa.
Da Isabella, Elena e Cristina.
^_-
Ed è proprio accanto a Cristina che mi siedo, ringraziando quanto sono smilzo io e quanto lo è lei, nonché la mia forte capacità di adattamento... alle femmine! ^__^
Adesso, in tutta onestà avevo scelto la Yogurt-mobile perché a bordo c'era Andrea detto Brasca, il che comunque la dice lunga sulla possibilità di fumare in auto, che è la persona di Yogurt (Sara a parte - lei fa parte, come Alessio, sia di Yogurt che di Ludyka; mentre Stefano sia di Ludyka che di Saltymbanco) che conosco meglio nonché un ragazzo davvero spiritoso. Giuro che alle ragazze non ci avevo pensato... beh, oddio... ci avevo pensato poco!
E poi, l'altro motivo fondamentale è che non volevo stare in macchina con solo gente del mio laboratorio. Cazzo, fai un viaggio in 45 e ti chiudi su quelli che già conosci?
Tenetelo a mente: questa è stata la cifra del mio viaggio a Granada. Socializzare. Fare gruppo.
E ci sono riuscito, devo dire. Ma ne parleremo poi.
Salgo dunque sull'auto. Alla guida Andrea Crocco - che credo sia il cognome. Navigatore, Brasca. Dietro, Isa, Elena, Cri e me. In piccionaia - il posto dietro di me, schiacciatissimo tra i bagagli e che si deve impiccare per uscire dalla mia portiera, Carlotta - immediatamente ribatezzata 'il cagnolino'. Ancora si stava ripigliando dall'effetto delle gocce antipanico prese per l'aereo (che, a giudicare dal comportamento in auto, dovevano fare l'effetto di qualche buon litro di Frascati).
Si parte.
Arriva il primo sms di Vania con le indicazioni.
Sbagliamo.
Ovvio.
Ritorniamo al punto di partenza e riprendiamo quella giusta, ma oramai la cordata di macchine ce la siamo persa.
Con la scusa di star più comodo, passo il braccio dietro le spalle di Cri fino alla spalla di Elena, quasi fino a toccare Isa. Di lì a poco avrei fatto di peggio.
Imbocchiamo la strada giusta e osserviamo Madrid, la parte popolare vicino all'aereoporto. Sembra Roma, Cinecittà o giù di lì. Alcuni palazzi sono dei veri e propri casermoni.
Il cielo è coperto e c'è un botto di traffico.
La macchina ha il lettore cd. La mia mossa di portarmi il cd col best of dei Simple Minds pur non avendo lettori si rivela vincente. Peccato che a) sarà l'ultimo cd che ascolteremo prima di Granada e b) o è rimasto in macchina o ce l'ha Brasca.
Si ascolta, invece, il cd con le musiche del loro laboratorio (Vania fa fare una compilation a ogni laboratorio coi brani che 'servono' per lo spettacolo). Non l'ho mai sentito, è molto bello. Ne avrei avuto la nausea, per quante volte mi sarebbe toccato sentirlo (tra l'altro ho scoperto che sta nel registratore che mi ha ammollato Vania nello zaino al ritorno, e me lo sono pure risentito... c'è un brano degli Area - quelli di Demetrio Stratos - da paura, "Cometa rossa").
Arriva un altro sms da Vania: punta al primo autogrill.
Dopo un bel po' ci arriviamo, ma sbagliamo a imboccare l'uscita (e te pareva), ma per fortuna non era quello. Ci viene indicato come l'autogrill dove c'è un grosso cartellone nero a forma di toro, non si può sbagliare. Scoprirò più avanti che l'Andalusia e la Mancha sono tappezzate di simili cartelloni, anche a forma di torero o di Don Chisciotte (se non sbaglio).
Bingo.
Ci fermiamo, troviamo gli altri già a tavola.
Per carità, sarà una spesa, ma bisogna anche metter da conto che bisogna pur arrivare in forze, a Granada, quindi... vinello rosso a bottiglioni, una saggia scelta come primo (zuppa di pollo), una pessima scelta di secondo (uova fritte con bacon e patatine, fritte, naturalmente) e una terribile scelta di scambio (quel che avanza a me contro quel che avanza a te) col Brasca, che aveva preso i calamaros fritos. Il loro sapore l'avrei sentito in ogni rutto fatto fino al momento di andare a dormire.
Almeno, c'era anche l'insalata...
Ma l'effetto più devastante, mentre partiamo alla spicciolata, l'avrebbero fatto a breve.
Prevedendo poche soste usufruivo del cesso, ma una volta fuori il tempo era cambiato: dal sole, piovigginava. Freddo.
Blocco gastrico.
Sto male.
Si riparte: tutti in macchina.
Vi avevo detto che avrei fatto di peggio... beh, poco prima di raggiungere l'autogrill, io e Cri avevamo raggiunto una posizione più comoda...
^__^
Semplicemente, io avevo passato la mia gamba dietro di lei, e lei sedeva nell'incavo delle mie. Avendo davanti la sua schiena, era scattato immediato il massaggino, il contatto fisico.
E finché stavo bene, non era certo un problema, anzi!
Senza contare che si stava realmente più comodi entrambi.
Certo, quando le mie braccia erano in posizione di riposo stavano o sulle sue cosce o sui suoi fianchi, ma vista la posizione sarebbe stato innaturale il contrario, no?
=)P
Vabbè, a questo punto però, necessito di un rapido flashback.
Non mi ricordo esattamente come io, sull'aereo, sia finito a fare massaggi a Isa (ieri ho un po' tagliato corto perché crollavo dal sonno)... suppongo per una di lei affermazione in proposito relativa a quanto le piace ricevere massaggi.
Fatto sta che, immediatamente dopo essere atterrati, in un momento di complicità, mi si è avvicinata Lalla, del mio laboratorio, per dirmi
"Oh, ammazza! Ti stai dando subito da fare, eh? T'ho visto con Isabella a far massaggi, sull'aereo..."
Il tono era quello del "Vai! Siamo tutti con te!", e mi ha fatto parecchio piacere, anche perché a Lalla, che è la ragazza di Gab, le voglio veramente bene. Una ragazza pulita pulita, sembra la Monna Lisa, che certe volte - diciamo pure il 70% delle occorrenze generali - si scafa talmente da proferire affermazioni in grado di far impallidire un camionista. ^__^
Bene, detta questa premessa, mentre io sto in quella posizione, col sole che batte sul mio finestrino, si affianca a noi una delle altre macchine e, indovina un po', Lalla mi vede con Cri fra le gambe.
La sua faccia con gli occhi strabuzzati e la bocca spalancata e poi lo scuotere la testa come per dire "sei incorreggibile" sono un altro dei ricordi mitici di questo viaggio. Le ho risposto con la mimica internazionale per dire "Eeeh... che ce vòi fà?" e poi le macchine si sono allontanate.
Il resto del viaggio l'ho fatto in preda alle fitte di mal di stomaco, con sudorazione lenta ma inesorabile, scarsa attitudine al dialogo.
E' migliorata quando ho fatto cambio di posto col Brasca - che per gli ultimi 100 km ha deciso di imitare Tiziano Ferro, fino a diventare insopportabile - e quando Crocco, col mio pieno, assoluto, abnegato consenso ha imposto - fallendo ripetutamente e ogni volta imponendosi nuovamente - che fino al bivio per Granada non si doveva cantare più.
Anche perché stava insorgendo pure il mal di testa.
A dire il vero abbiamo entrambi abbondantemente barato perché abbiamo continuato pure dopo averlo imboccato da un pezzo, ma almeno siamo riusciti ad arginare i cori indiscriminati.
E' migliorata anche quando han messo il cd dei Simple Minds - perché mi son sforzato di cantare "Belfast Child" e perché poi si son voluti sentire diverse tracce - e perché le ragazze da dietro regolarmente mi chiedevano se mi sentivo meglio, quindi mi son sentito coccolato.
Però, una volta dentro Granada, al parcheggio dove avevamo appuntamento, faceva un freddo becco, ed è risalito su tutto.
Meno male, nota a margine, che ben tre ragazze di Yogurt facciano medicina (in particolare Doriana, ma era Cri a stare in macchina con me - oddio, forse anche Isa... non ricordo qual'è la terza) e che quindi mi sia sentito schifosamente parato sotto questo versante.
No, non giocavo a fare il malatino per farmi visitare dal medico...
...malpensanti.
^__^
Insomma, con me in uno stato comatoso che non mi è affatto nuovo, imbocchiamo pure un'avenida vietata al traffico privato e ci fermiamo in zona pedonale per aspettare l'arrivo di Alessandro, il basista.
Di lì a poco sarebbe diventato per tutti Capitan Torrieni, più che Alessandro, ma allora dovevamo ancora andare in scena.
Nel tempo dell'attesa, arriva un'ambulanza della Cruz Roja, che si mette a montare un banchetto proprio lì.
Quando arriva, si scende dalle macchine, si scaricano i bagagli, i guidatori le vanno a posteggiare (alla fine dei conti, 80 euro di parcheggio a macchina, per tutto il periodo) e noi si segue, a piedi, il buon Alessandro fino a casa della vecchina. Victoria, della pensione Cinco Gatos (cinque gatti, ma suppongo ne avesse di più), ribattezzata a razzo 'panna e fragola', per via dei colori che abitualmente ha avuto indosso: rosa, bianco e grigio.
Con chi sarei finito in stanza?
Sarei andato a finire nel letto doppio di Cristina? In camera con Isa? A letto con Alessio? O banalmente coi miei del gruppo Ludyka?
Ma questo ve lo racconto nella terza parte...
GrimFang
Terra, Pioggia, Fuoco & Vento
Fire cup
lunedì 7 maggio 2007
venerdì 4 maggio 2007
Il volo (A/R) - andata (27 aprile)
Da qualche parte dovrò pur iniziare...
Il magone assurdo che sale e scende in gola a tratti ancora mi accompagna, ma siccome so che razza di lettori mi ritrovo, dovrei partire col raccontare degli spettacoli di chi ci ha ospitato, a partire da quello del teatro El Apeadero...
Ma ritenendo un simile argomento più adatto alla lettura del lunedì mattina in ufficio, o simile giornata inizio-settimanale, rimando il tutto ad allora.
Anche perché, riannodando i fili della memoria, mi sono accorto che ci sono cose che... si apprezzano meglio con la conoscenza a monte! ^__^
Quindi, purtroppo, dovrò fare come non faccio quasi mai, cioè andare con ordine.
Cioè partendo dal volo.
Come vi ho detto, volare mi preoccupava.
Era da un po' (un bel po', più di un decennio) che non mi era capitato di salire su quei trabiccoli che, grazie al genio dei fratelli Wright, possono farci dare di stomaco in comode ed apposite buste di carta. Già, quelle stesse - o almeno dello stesso tipo - con cui il vostro barista o pasticcere di fiducia incarta i vostri preziosi cornetti la mattina.
Certo, grazie al cielo queste due cose avvengono separatamente, altrimenti sai che colazione saporita...
Rieccomi qui, scusate, ero in bagno a vomitare.
Dicevo, la magnifica invenzione dei fratelli Wright - invenzione loro perché a loro funzionava: a tutti quelli che c'avevan provato prima, Leonardo in testa, non era andata altrettanto bene (vedi la fine di Icaro, ad esempio) - che, nel corso del secolo e decenni vari successivi si è evoluta mirabolmente: dalle quattro assi di legno e tela in croce su cui i fantastici fratelli avevano montato un motore se ne è fatta di strada!
Sono venuti i quadriplani, i biplani, gli aerei a reazione, quelli per il trasporto passeggeri, i giganteschi Boeing, i missilinei (a forma di missile) Concorde, per approdare infine alla summa: i voli low-cost.
Easyjet.
Quella è la compagnia con cui abbiamo viaggiato.
Posso testimoniarlo, perché mi sono inculato il libretto con le istruzioni di emergenza, ma questa è un'altra storia.
Ah, no, è sempre questa, ma trattasi di dettaglio irrilevante.
Dicevo, Easyjet. Non ho la benché minima idea di dove venga, ma pagare 170 euro per un viaggio che le altre compagnie di bandiera fan pagare tipo 400 ha il suo perché. Tra l'altro, avessimo preso il volo Alitalia, saremmo rimasti in Spagna, perché han fatto sciopero proprio il giorno del nostro rientro, il 2/3...
Vabbé, il fatto che fosse un volo low-cost in realtà non mi preoccupava: quello che mi preoccupava era la levataccia alle 6 di mattina (se mi diceva di lusso) e il dover poi affrontare il resto del giorno in questa sequenza
1. Ricontrollare il bagaglio perché so che sono un imbecille e finisce che mi scordo cose importanti tipo la carta d'identità che va a finire che resto a Roma e ho dato 170 euro in beneficienza. (se la meritassero, poi...)
2. Arrivare in orario (per una volta!), pronto e preparato, all'appuntamento con Sara e Albertino che mi davano un passaggio. (evitandomi la mostruosa impresa di una levataccia peggiore, di 24 fermate di Metro A, del correre a prendere la navetta e arrivare fiaccato e sfinito - sicuramente col mal di stomaco e un accenno di squeraus fin da Flaminio, come minimo... O l'alternativa di andare a Ciampino in macchina e trovar parcheggio lì: così sarei stato in para per la macchina per una settimana e al ritorno avrei dovuto fare una donazione di sangue in multe)
3. Arrivare in orario a Ciampino, che il check-in era per le 7, tipo.
4. Ricontrollare che il bagaglio a mano fosse correttamente sprovvisto di tutte quelle cose che al controllo ti fanno buttare.
5. Tenere a bada la nausea, la sudorazione, il mal di pancia e tutta la sintomatologia da poco sonno e nuova esperienza (più gnoccae vicinantia).
6. Imbarcarsi e decollare. (una cosa da niente...)
7. Sobbarcarsi qualcosa come tre/quattro orette di viaggio in una scatola di latta a circa 24mila piedi (no, più su, che se un piede sono 30cm...) facendo finta di cercare di dormire e recuperare il sonno perduto sapendo benissimo che mai e poi mai ci sarei riuscito, e il tutto con la stessa libertà di movimento che ha un orangotango nella gabbia di un gatto.
8. Atterrare a Madrid - qualsiasi clima ci fosse - e recuperare il bagaglio, indi avviarsi al loco onde avevamo affittato les voitures (le màchine).
9. Sobbarcarmi tutta la tratta autostradale Madrid-Granada, che è qualcosa tipo 433km.
10. Arrivare a Granada, parcheggiare, farsela a piedi fino all'ostello, pensione, sottoponte che fosse.
11. Far tardi con tutti i compagni di viaggio che, sicuramente sovraeccitati dall'esperienza, avrebbero subito deciso di far movida - una movida per la quale avrei rosicato come un picchio se non ci fossi andato.
Con tale, simile limpida coscienza delle mie azioni, andavo a dormire tardi la sera prima - l'una, forse - e mi svegliavo presto la mattina, credo alle 6.15 o giù di lì.
Stranamente, l'aver fatto tardi la sera prima consisteva nell'aver fatto armi e bagagli a puntino, e quindi potermi permettere una piccola dose di sonno in più.
Però, l'attesa telefonata di Sara che mi avrebbe avvisato del loro imminente arrivo, non arrivava.
Aspetto, aspetto ancora. Ricordando che lei era stata drastica, più che normativa (qualcosa come "se non sei pronto per le 6.30 ti lascio lì!"), chiamo io.
Dall'altro capo del filo, con un inequivocabile sfondo casalingo di carabattole e cianfrusaglie che vengono assestate, Sara mi risponde di non preoccuparmi, che stanno arrivando. Beh, mi preparo, non faccio colazione perché il piano era di farla insieme, e aspetto.
Non ho fatto un cazzo dalle 6.30, pronto a partire, a poco meno delle 7, quando si sono presentati. L'unica cosa che ho fatto è stata chiamarla una seconda volta, ricevendo la medesima risposta tra il piccato e lo scherzoso.
Beh, anche un po' per la stanchezza, Bodhisatva GrimFang ha atteso sotto casa. Al loro arrivo, ha anche scoperto che avevan fatto colazione per conto loro, ma siccome la pazienza è la via della misericordia, s'è preso un caffè senza cornetto (o con? Mah, non ricordo) e s'è imbarcato in auto con la mochilla sempre in spalla.
Ritardo, ritardo, ritardo.
Arriviamo a Ciampino ben oltre l'appuntamento 7.15 pattuito, ma con la soddisfazione di veder arrivare un'auto dopo di noi: ovviamente, Martina.
^__^
Ci incontriamo praticamente subito con gli altri (Alessio e Antonio fuori a fumare, una scena che avrei visto spesso), e cominciamo a vedere se siamo tutti. Mancavano le due sorelle Claudia e Doriana del gruppo Yogurt (e qualcun'altra che era in macchina con loro, credo) e saremmo stati pronti.
Ammetto che non mi sentivo poi così male all'idea di partire, si vede che avevo avuto tempo per essermici oramai abituato. Però, alla domanda su come andasse con la paura del volo, beh, ho risposto che un po' d'ansia ce l'avevo.
Ma non poteva essere nulla, a confronto di quella di Alessio, e Carlotta, che non avevano MAI preso l'aereo.
Quindi, il tempo trascorso all'aereoporto di Ciampino è andato via piuttosto veloce, accompagnato da quel senso di disagio lieve semplicemente dovuto alla levataccia e a qualche insicurezza strisciante minore.
Fila al check-in, distribuzione dei bagagli 'speciali' (un tamburo riempito di roba e due borsoni coi trampoli e i pezzi necessari a montare 'il nano' dello spettacolo) e loro consegna - previo pagamento di sovrattassa, suppongo - all'impiegato della dogana, o quello che era.
Poi in fila per i metal detector che, essendo esperienza nuova, mi han fatto riccamente scordare i residui di ansia. Quindi, una volta dentro, un'altra colazione e l'acquisto di un panino prosciutto e formaggio che avrei - ma allora non lo sapevo - consumato decisamente molto tempo dopo...
Infine, ta-dah!, l'imbarco.
Scaglionati in quattro diversi gruppi, secondo le lettere A, B (la mia), C e D dell'alfabeto, uscivamo all'aperto sulle piste per imbarcarci sulla navetta che ci avrebbe portato all'aereo.
A questo punto, il tabagista che sono si rifaceva vivo in me: non avevo fumato e prima di sopportare tutte quelle ore di volo volevo levarmi lo sfizio del tabacco.
Evidentemente anche Murphy, l'autore delle famose leggi, doveva essere a Ciampino quel giorno, perché appena accesa è arrivato l'autista che mi ha fatto cenno di spegnerla. In realtà, forse è perché sulle piste non si fuma, dovesse esserci qualche residuo di gasolio o similia sul terreno quando butti la cicca...
Voilà, in bus fino all'aereo.
Nemmeno troppo grande, bimotore a turbine belle grosse.
Lì ho scoperto che il colore della Easyjet è l'arancione, il mio preferito.
Insomma, salgo e vengo accolto dal personale di bordo, spagnolo. Primo contatto con la Spagna: due steward e una hostess, che sembra simpatica anche se non troppo carina. Di lì a poco avrei visto sbarcare i passeggeri dall'aereoplano di fronte: la Ryan Air aveva una hostess decisamente più gnocca. Ad ogni modo, colgo al volo il nome della nostra, Paloma.
Come chiamarsi Colomba. Di nome.
Al massimo in Italia abbiamo Colombina, ma è una maschera della commedia dell'arte...
Vabbé, il nome è sempre strategico: aiuta non solo a rompere il ghiaccio, ma a farsi caga... ehm... considerare di più.
Adesso, il dilemma.
La scelta del posto.
Non mi sarei mai perdonato di mettermi vicino alle ali, senza poter vedere una beneamata ceppa al di sotto dell'aereo; pertanto, dovevo mettermi più avanti.
Non ho mai preso in considerazioni problematiche del tipo "meglio la coda perché se l'aereo si spezza di solito è al centro" - LOST insegna - quello che mi interessava era la vista. Matematica dunque la scelta del posto vicino al finestrino.
Ma, ovviamente, era la scelta del vicino a chi sedermi ad importare!
^___^
Ma il problema era che le persone vicino alle quali valeva la pena esser seduti ancora dovevano arrivare! Infatti, erano tutte sulla seconda tornata di passeggeri della navetta.
Che fare?
Niente: ti siedi, aspetti e speri, non c'è un cazzo da fare.
...ma in realtà, c'è stata un'altra considerazione a guidare la scelta del mio posto.
Ebbene sì, per tutti gli amanti del "Psicomagia, fratello!" che mi ha accolto al ritorno in patria, a guidare la mia scelta c'era anche il sogno che avevo fatto. Quello in cui spegnevo un motore in fiamme.
DOVEVO sedermi in modo tale che quel sogno venisse rispettato. Perché?
Beh, perché nel sogno l'incendio lo spegnevo: metti caso che fosse successo e le posizioni non fossero rispettate, io che facevo? Che sarebbe successo?
Nel sogno, però, io ero in piedi, non c'era una reale conoscenza di un posto a sedere. Quindi alla fine, ha influito solo per farmi decidere su quale lato dell'aereo posizionarmi: a destra, perché da quel lato si sarebbe incendiato il motore, e in modo tale da vederlo e tenerlo sotto controllo.
Ma, ad ogni modo, nel mio sogno era notte, mentre avremmo viaggiato di giorno. Era al ritorno da Madrid che saremmo partiti all'alba...
Arrivano gli altri, prendono posizione.
Quasi tutti dietro: vicino a me si siede Alessio, che non ha mai volato.
Non ricordo chi fosse a fianco a lui, ma dall'altro lato del corridoio siedono Wanda, Isabella e Carlotta, l'altra che non ha mai volato. Sono sulla fila delle probabili crisi di panico. Alessio è 'sobrio', Carlotta si è bombata di gocce tranquillanti (13!!!) che le ha dato Fabrizio - che non è la prima volta che vola, ma che si caga sotto ogni volta. Lui di gocce ne ha prese 20.
E così, percependo da un lato il nervosismo di Alessio, che non sta fermo un momento, soprattutto con le gambe, e dall'altro la rosicata di non avere una giunonica femmina come, ad esempio, proprio Isa, cui aggrapparmi per lenire l'ansia del viaggio (non mi sentite, ma sto fischiettando con lo sguardo al cielo e finta nonchalance - anzi, nonchalantza), m'improvviso confortatore di anime, come al mio solito, ed aiuto Alessio ad affrontare l'esperienza.
Con tono pacato e piglio sicuro, gli spiego tutte le diverse fasi del decollo, dell'atterraggio, di come funzionano i motori, le cinture come e quando si allacciano e così via: in pratica, sdrammatizzo e improvviso quintalate di castronerie plausibili pur di non avere una crisi di panico alla mia sinistra.
Faccio il sicuro: e lo divento!
^__^
Calmare Alessio è stato catartico e contagioso: infatti, è andata a finire che Alessio era contento come un pupo, ed io pure! Stavamo lì a indicarci le cose fuori dall'oblò, a veder decollare l'elicottero, l'aereo della protezione civile, a parlare di fasi, autorizzazioni, casette minuscole, uomini e autostrade viste dall'alto... Un taglio!
Fatto sta che, Isa sulla parte sinistra, le altre ragazze Yogurt sparse nei pressi - ero circondato, ma la maggior parte stramazzava dal sonno - l'aereo si appresta al decollo.
Rolla sulla pista.
Accelera. Cazzotto allo stomaco, sensazione strana, ma non poi così terribile come pensavo.
E si alza.
E Roma diventa via via piccola sotto di me.
E cabra (gira, vira) verso sinistra, piegandosi a quarantacinque gradi, praticamente subito, mandandomi simpatici friccicori elettrici giù per tutti i neuroni, che per fortuna si trasformano immediatamente in entusiasmo.
Sono su, e volo.
Volo.
E allora mi tornano i ricordi, delle altre volte che ho volato.
E spalanco gli occhi verso fuori, e mi godo la vista della costa, di Fiumicino, del mare... ma soprattutto della leggerezza.
Così come avere vicino Alessio è stato un toccasana per ogni paura eventuale del... vuoto, allo stesso modo è stato un toccasana potersi alzare dal posto e farsi quattro passi in giro.
Prima dell'atterraggio a Madrid, avevo già sfoderato le mie carte migliori: cromoterapia, dialettica, e massaggi!
Oh, yeah, l'atterraggio ha interrotto un gran bel massaggio a Isa (^__^), la quale resta debitrice di altrettanto nei miei confronti. Saprò riscuotere? Ai posteri l'ardua sentenza!
...malfidati.
Comunque, mancavano solo i tarocchi e il carnet era completo.
Come dite?
Certo che ce li avevo in valigia, i tarocchi!
^__^
Non li ho mai tirati fuori, ma almeno in una occasione ho accennato al fatto che sapevo farli!
Fatto sta che, dopo la traversata in cui a tratti ho cercato di dormire, spesso sono andato a far chiacchiera con le ragazze, e altrimenti ho discorso di argomenti seri (a proposito, mi è stato contestato il modo di fare un particolare movimento nei massaggi da Robertone, di Saltymbanco, il quale a quanto ho capito coi massaggi ci lavora - ma è persona di ottima creanza, pertanto ha aspettato di potermelo contestare in separata sede), il momento dell'atterraggio ha riseparato tutti, rimettendoci ai posti.
Sulla Spagna, e su Madrid in particolare, il cielo non era affatto sereno.
Nuvole enormi coprivano il cielo. Da sotto, uno mica ha idea di quanto cavolo siano spesse. A quale diversa altezza siano.
Ma da dentro un aereo, tuffarsi nel candido bianco, immergersi in quei batuffoli di nebbia e risbucarne fuori aveva tutto il fascino dei duelli della prima guerra mondiale... quando il Barone Rosso dovevi cercartelo a vista, in mezzo alle nuvole.
Le nubi che si aprivano per rivelarci squarci della terra rossa di Spagna, là, sul fondo, ma ancor di più quella sensazione magica, quasi onirica, di sprofondare nel morbido delle nuvole sono uno dei ricordi più belli che mi porto dietro di questo viaggio a Granada.
La sensazione umida di vento e libertà, anche se nulla soffiava sul mio viso, è impressa nella mia mente.
Poi, l'atterraggio, l'applauso conseguente e il rollaggio eterno sulla pista (un giro di una quindicina di minuti, non di meno - ma che cavolo di aereoporto ha Madrid!? Prego gli ingegneri e gli architetti ad andarsi a scovare i piani per osservare come NON si fa un aereoporto user-friendly), poi lo sbarco in questo posto anni '70, il recupero bagagli (la civiltà di un paese si vede, adesso, anche nelle zone attrezzate per i fumatori) e infine l'attesa per ingannare il tempo finché non si prendeva possesso delle macchine...
Dopo, sarebbe stata la Madrid-Granada!
^___^
GrimFang
Il magone assurdo che sale e scende in gola a tratti ancora mi accompagna, ma siccome so che razza di lettori mi ritrovo, dovrei partire col raccontare degli spettacoli di chi ci ha ospitato, a partire da quello del teatro El Apeadero...
Ma ritenendo un simile argomento più adatto alla lettura del lunedì mattina in ufficio, o simile giornata inizio-settimanale, rimando il tutto ad allora.
Anche perché, riannodando i fili della memoria, mi sono accorto che ci sono cose che... si apprezzano meglio con la conoscenza a monte! ^__^
Quindi, purtroppo, dovrò fare come non faccio quasi mai, cioè andare con ordine.
Cioè partendo dal volo.
Come vi ho detto, volare mi preoccupava.
Era da un po' (un bel po', più di un decennio) che non mi era capitato di salire su quei trabiccoli che, grazie al genio dei fratelli Wright, possono farci dare di stomaco in comode ed apposite buste di carta. Già, quelle stesse - o almeno dello stesso tipo - con cui il vostro barista o pasticcere di fiducia incarta i vostri preziosi cornetti la mattina.
Certo, grazie al cielo queste due cose avvengono separatamente, altrimenti sai che colazione saporita...
Rieccomi qui, scusate, ero in bagno a vomitare.
Dicevo, la magnifica invenzione dei fratelli Wright - invenzione loro perché a loro funzionava: a tutti quelli che c'avevan provato prima, Leonardo in testa, non era andata altrettanto bene (vedi la fine di Icaro, ad esempio) - che, nel corso del secolo e decenni vari successivi si è evoluta mirabolmente: dalle quattro assi di legno e tela in croce su cui i fantastici fratelli avevano montato un motore se ne è fatta di strada!
Sono venuti i quadriplani, i biplani, gli aerei a reazione, quelli per il trasporto passeggeri, i giganteschi Boeing, i missilinei (a forma di missile) Concorde, per approdare infine alla summa: i voli low-cost.
Easyjet.
Quella è la compagnia con cui abbiamo viaggiato.
Posso testimoniarlo, perché mi sono inculato il libretto con le istruzioni di emergenza, ma questa è un'altra storia.
Ah, no, è sempre questa, ma trattasi di dettaglio irrilevante.
Dicevo, Easyjet. Non ho la benché minima idea di dove venga, ma pagare 170 euro per un viaggio che le altre compagnie di bandiera fan pagare tipo 400 ha il suo perché. Tra l'altro, avessimo preso il volo Alitalia, saremmo rimasti in Spagna, perché han fatto sciopero proprio il giorno del nostro rientro, il 2/3...
Vabbé, il fatto che fosse un volo low-cost in realtà non mi preoccupava: quello che mi preoccupava era la levataccia alle 6 di mattina (se mi diceva di lusso) e il dover poi affrontare il resto del giorno in questa sequenza
1. Ricontrollare il bagaglio perché so che sono un imbecille e finisce che mi scordo cose importanti tipo la carta d'identità che va a finire che resto a Roma e ho dato 170 euro in beneficienza. (se la meritassero, poi...)
2. Arrivare in orario (per una volta!), pronto e preparato, all'appuntamento con Sara e Albertino che mi davano un passaggio. (evitandomi la mostruosa impresa di una levataccia peggiore, di 24 fermate di Metro A, del correre a prendere la navetta e arrivare fiaccato e sfinito - sicuramente col mal di stomaco e un accenno di squeraus fin da Flaminio, come minimo... O l'alternativa di andare a Ciampino in macchina e trovar parcheggio lì: così sarei stato in para per la macchina per una settimana e al ritorno avrei dovuto fare una donazione di sangue in multe)
3. Arrivare in orario a Ciampino, che il check-in era per le 7, tipo.
4. Ricontrollare che il bagaglio a mano fosse correttamente sprovvisto di tutte quelle cose che al controllo ti fanno buttare.
5. Tenere a bada la nausea, la sudorazione, il mal di pancia e tutta la sintomatologia da poco sonno e nuova esperienza (più gnoccae vicinantia).
6. Imbarcarsi e decollare. (una cosa da niente...)
7. Sobbarcarsi qualcosa come tre/quattro orette di viaggio in una scatola di latta a circa 24mila piedi (no, più su, che se un piede sono 30cm...) facendo finta di cercare di dormire e recuperare il sonno perduto sapendo benissimo che mai e poi mai ci sarei riuscito, e il tutto con la stessa libertà di movimento che ha un orangotango nella gabbia di un gatto.
8. Atterrare a Madrid - qualsiasi clima ci fosse - e recuperare il bagaglio, indi avviarsi al loco onde avevamo affittato les voitures (le màchine).
9. Sobbarcarmi tutta la tratta autostradale Madrid-Granada, che è qualcosa tipo 433km.
10. Arrivare a Granada, parcheggiare, farsela a piedi fino all'ostello, pensione, sottoponte che fosse.
11. Far tardi con tutti i compagni di viaggio che, sicuramente sovraeccitati dall'esperienza, avrebbero subito deciso di far movida - una movida per la quale avrei rosicato come un picchio se non ci fossi andato.
Con tale, simile limpida coscienza delle mie azioni, andavo a dormire tardi la sera prima - l'una, forse - e mi svegliavo presto la mattina, credo alle 6.15 o giù di lì.
Stranamente, l'aver fatto tardi la sera prima consisteva nell'aver fatto armi e bagagli a puntino, e quindi potermi permettere una piccola dose di sonno in più.
Però, l'attesa telefonata di Sara che mi avrebbe avvisato del loro imminente arrivo, non arrivava.
Aspetto, aspetto ancora. Ricordando che lei era stata drastica, più che normativa (qualcosa come "se non sei pronto per le 6.30 ti lascio lì!"), chiamo io.
Dall'altro capo del filo, con un inequivocabile sfondo casalingo di carabattole e cianfrusaglie che vengono assestate, Sara mi risponde di non preoccuparmi, che stanno arrivando. Beh, mi preparo, non faccio colazione perché il piano era di farla insieme, e aspetto.
Non ho fatto un cazzo dalle 6.30, pronto a partire, a poco meno delle 7, quando si sono presentati. L'unica cosa che ho fatto è stata chiamarla una seconda volta, ricevendo la medesima risposta tra il piccato e lo scherzoso.
Beh, anche un po' per la stanchezza, Bodhisatva GrimFang ha atteso sotto casa. Al loro arrivo, ha anche scoperto che avevan fatto colazione per conto loro, ma siccome la pazienza è la via della misericordia, s'è preso un caffè senza cornetto (o con? Mah, non ricordo) e s'è imbarcato in auto con la mochilla sempre in spalla.
Ritardo, ritardo, ritardo.
Arriviamo a Ciampino ben oltre l'appuntamento 7.15 pattuito, ma con la soddisfazione di veder arrivare un'auto dopo di noi: ovviamente, Martina.
^__^
Ci incontriamo praticamente subito con gli altri (Alessio e Antonio fuori a fumare, una scena che avrei visto spesso), e cominciamo a vedere se siamo tutti. Mancavano le due sorelle Claudia e Doriana del gruppo Yogurt (e qualcun'altra che era in macchina con loro, credo) e saremmo stati pronti.
Ammetto che non mi sentivo poi così male all'idea di partire, si vede che avevo avuto tempo per essermici oramai abituato. Però, alla domanda su come andasse con la paura del volo, beh, ho risposto che un po' d'ansia ce l'avevo.
Ma non poteva essere nulla, a confronto di quella di Alessio, e Carlotta, che non avevano MAI preso l'aereo.
Quindi, il tempo trascorso all'aereoporto di Ciampino è andato via piuttosto veloce, accompagnato da quel senso di disagio lieve semplicemente dovuto alla levataccia e a qualche insicurezza strisciante minore.
Fila al check-in, distribuzione dei bagagli 'speciali' (un tamburo riempito di roba e due borsoni coi trampoli e i pezzi necessari a montare 'il nano' dello spettacolo) e loro consegna - previo pagamento di sovrattassa, suppongo - all'impiegato della dogana, o quello che era.
Poi in fila per i metal detector che, essendo esperienza nuova, mi han fatto riccamente scordare i residui di ansia. Quindi, una volta dentro, un'altra colazione e l'acquisto di un panino prosciutto e formaggio che avrei - ma allora non lo sapevo - consumato decisamente molto tempo dopo...
Infine, ta-dah!, l'imbarco.
Scaglionati in quattro diversi gruppi, secondo le lettere A, B (la mia), C e D dell'alfabeto, uscivamo all'aperto sulle piste per imbarcarci sulla navetta che ci avrebbe portato all'aereo.
A questo punto, il tabagista che sono si rifaceva vivo in me: non avevo fumato e prima di sopportare tutte quelle ore di volo volevo levarmi lo sfizio del tabacco.
Evidentemente anche Murphy, l'autore delle famose leggi, doveva essere a Ciampino quel giorno, perché appena accesa è arrivato l'autista che mi ha fatto cenno di spegnerla. In realtà, forse è perché sulle piste non si fuma, dovesse esserci qualche residuo di gasolio o similia sul terreno quando butti la cicca...
Voilà, in bus fino all'aereo.
Nemmeno troppo grande, bimotore a turbine belle grosse.
Lì ho scoperto che il colore della Easyjet è l'arancione, il mio preferito.
Insomma, salgo e vengo accolto dal personale di bordo, spagnolo. Primo contatto con la Spagna: due steward e una hostess, che sembra simpatica anche se non troppo carina. Di lì a poco avrei visto sbarcare i passeggeri dall'aereoplano di fronte: la Ryan Air aveva una hostess decisamente più gnocca. Ad ogni modo, colgo al volo il nome della nostra, Paloma.
Come chiamarsi Colomba. Di nome.
Al massimo in Italia abbiamo Colombina, ma è una maschera della commedia dell'arte...
Vabbé, il nome è sempre strategico: aiuta non solo a rompere il ghiaccio, ma a farsi caga... ehm... considerare di più.
Adesso, il dilemma.
La scelta del posto.
Non mi sarei mai perdonato di mettermi vicino alle ali, senza poter vedere una beneamata ceppa al di sotto dell'aereo; pertanto, dovevo mettermi più avanti.
Non ho mai preso in considerazioni problematiche del tipo "meglio la coda perché se l'aereo si spezza di solito è al centro" - LOST insegna - quello che mi interessava era la vista. Matematica dunque la scelta del posto vicino al finestrino.
Ma, ovviamente, era la scelta del vicino a chi sedermi ad importare!
^___^
Ma il problema era che le persone vicino alle quali valeva la pena esser seduti ancora dovevano arrivare! Infatti, erano tutte sulla seconda tornata di passeggeri della navetta.
Che fare?
Niente: ti siedi, aspetti e speri, non c'è un cazzo da fare.
...ma in realtà, c'è stata un'altra considerazione a guidare la scelta del mio posto.
Ebbene sì, per tutti gli amanti del "Psicomagia, fratello!" che mi ha accolto al ritorno in patria, a guidare la mia scelta c'era anche il sogno che avevo fatto. Quello in cui spegnevo un motore in fiamme.
DOVEVO sedermi in modo tale che quel sogno venisse rispettato. Perché?
Beh, perché nel sogno l'incendio lo spegnevo: metti caso che fosse successo e le posizioni non fossero rispettate, io che facevo? Che sarebbe successo?
Nel sogno, però, io ero in piedi, non c'era una reale conoscenza di un posto a sedere. Quindi alla fine, ha influito solo per farmi decidere su quale lato dell'aereo posizionarmi: a destra, perché da quel lato si sarebbe incendiato il motore, e in modo tale da vederlo e tenerlo sotto controllo.
Ma, ad ogni modo, nel mio sogno era notte, mentre avremmo viaggiato di giorno. Era al ritorno da Madrid che saremmo partiti all'alba...
Arrivano gli altri, prendono posizione.
Quasi tutti dietro: vicino a me si siede Alessio, che non ha mai volato.
Non ricordo chi fosse a fianco a lui, ma dall'altro lato del corridoio siedono Wanda, Isabella e Carlotta, l'altra che non ha mai volato. Sono sulla fila delle probabili crisi di panico. Alessio è 'sobrio', Carlotta si è bombata di gocce tranquillanti (13!!!) che le ha dato Fabrizio - che non è la prima volta che vola, ma che si caga sotto ogni volta. Lui di gocce ne ha prese 20.
E così, percependo da un lato il nervosismo di Alessio, che non sta fermo un momento, soprattutto con le gambe, e dall'altro la rosicata di non avere una giunonica femmina come, ad esempio, proprio Isa, cui aggrapparmi per lenire l'ansia del viaggio (non mi sentite, ma sto fischiettando con lo sguardo al cielo e finta nonchalance - anzi, nonchalantza), m'improvviso confortatore di anime, come al mio solito, ed aiuto Alessio ad affrontare l'esperienza.
Con tono pacato e piglio sicuro, gli spiego tutte le diverse fasi del decollo, dell'atterraggio, di come funzionano i motori, le cinture come e quando si allacciano e così via: in pratica, sdrammatizzo e improvviso quintalate di castronerie plausibili pur di non avere una crisi di panico alla mia sinistra.
Faccio il sicuro: e lo divento!
^__^
Calmare Alessio è stato catartico e contagioso: infatti, è andata a finire che Alessio era contento come un pupo, ed io pure! Stavamo lì a indicarci le cose fuori dall'oblò, a veder decollare l'elicottero, l'aereo della protezione civile, a parlare di fasi, autorizzazioni, casette minuscole, uomini e autostrade viste dall'alto... Un taglio!
Fatto sta che, Isa sulla parte sinistra, le altre ragazze Yogurt sparse nei pressi - ero circondato, ma la maggior parte stramazzava dal sonno - l'aereo si appresta al decollo.
Rolla sulla pista.
Accelera. Cazzotto allo stomaco, sensazione strana, ma non poi così terribile come pensavo.
E si alza.
E Roma diventa via via piccola sotto di me.
E cabra (gira, vira) verso sinistra, piegandosi a quarantacinque gradi, praticamente subito, mandandomi simpatici friccicori elettrici giù per tutti i neuroni, che per fortuna si trasformano immediatamente in entusiasmo.
Sono su, e volo.
Volo.
E allora mi tornano i ricordi, delle altre volte che ho volato.
E spalanco gli occhi verso fuori, e mi godo la vista della costa, di Fiumicino, del mare... ma soprattutto della leggerezza.
Così come avere vicino Alessio è stato un toccasana per ogni paura eventuale del... vuoto, allo stesso modo è stato un toccasana potersi alzare dal posto e farsi quattro passi in giro.
Prima dell'atterraggio a Madrid, avevo già sfoderato le mie carte migliori: cromoterapia, dialettica, e massaggi!
Oh, yeah, l'atterraggio ha interrotto un gran bel massaggio a Isa (^__^), la quale resta debitrice di altrettanto nei miei confronti. Saprò riscuotere? Ai posteri l'ardua sentenza!
...malfidati.
Comunque, mancavano solo i tarocchi e il carnet era completo.
Come dite?
Certo che ce li avevo in valigia, i tarocchi!
^__^
Non li ho mai tirati fuori, ma almeno in una occasione ho accennato al fatto che sapevo farli!
Fatto sta che, dopo la traversata in cui a tratti ho cercato di dormire, spesso sono andato a far chiacchiera con le ragazze, e altrimenti ho discorso di argomenti seri (a proposito, mi è stato contestato il modo di fare un particolare movimento nei massaggi da Robertone, di Saltymbanco, il quale a quanto ho capito coi massaggi ci lavora - ma è persona di ottima creanza, pertanto ha aspettato di potermelo contestare in separata sede), il momento dell'atterraggio ha riseparato tutti, rimettendoci ai posti.
Sulla Spagna, e su Madrid in particolare, il cielo non era affatto sereno.
Nuvole enormi coprivano il cielo. Da sotto, uno mica ha idea di quanto cavolo siano spesse. A quale diversa altezza siano.
Ma da dentro un aereo, tuffarsi nel candido bianco, immergersi in quei batuffoli di nebbia e risbucarne fuori aveva tutto il fascino dei duelli della prima guerra mondiale... quando il Barone Rosso dovevi cercartelo a vista, in mezzo alle nuvole.
Le nubi che si aprivano per rivelarci squarci della terra rossa di Spagna, là, sul fondo, ma ancor di più quella sensazione magica, quasi onirica, di sprofondare nel morbido delle nuvole sono uno dei ricordi più belli che mi porto dietro di questo viaggio a Granada.
La sensazione umida di vento e libertà, anche se nulla soffiava sul mio viso, è impressa nella mia mente.
Poi, l'atterraggio, l'applauso conseguente e il rollaggio eterno sulla pista (un giro di una quindicina di minuti, non di meno - ma che cavolo di aereoporto ha Madrid!? Prego gli ingegneri e gli architetti ad andarsi a scovare i piani per osservare come NON si fa un aereoporto user-friendly), poi lo sbarco in questo posto anni '70, il recupero bagagli (la civiltà di un paese si vede, adesso, anche nelle zone attrezzate per i fumatori) e infine l'attesa per ingannare il tempo finché non si prendeva possesso delle macchine...
Dopo, sarebbe stata la Madrid-Granada!
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GrimFang
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giovedì 3 maggio 2007
GRANADA...
Se volete un consiglio, stampatevi questo post, perché sarà davvero interminabile...
^__^
Scherzo, non riuscirei mai a dirvi tutto nemmeno con un simile papiello, quindi per ora vi dò un'idea generale, di massima, per farvi capire cosa è stato... e poi farò una serie di post, anche più di uno al giorno, per raccontarvi qualche fatto specifico.
Quindi, signori, state pronti, perché vi parlerò dell'Alhambra, di Noordin, delle ragazze spagnole e di quelle dei gruppi Yogurt e Saltymbanco, delle patate calde che non ho mangiato, dei viaggi in macchina, della notte a Madrid, di murales spattacolari, dei voli in aereo, del 5° Espiral, del Apeadero, degli spettacoli, delle parate in piazza, della scoperta della città, dei vicoli, dei leoni di pietra, del negozietto di Florencia, dell'Hagen-Dasz, della squallidissima stazione di servizio sulla strada, dei temibili calamaros fritos, dei massaggi e di tutto il mio repertorio (e qui so che qualcuno si sganascerà fino a finire sotto la scrivania) perché l'ho tirato fuori tutto, della vecchina panna e fragola, dei braccialetti di Vania, di Fatima, dei regali, delle attese, dell'unica notte di movida che mi sia concesso, dei miei compagni di stanza - Stefano in testa! - delle risate, dei quasi pianti, dell'assenza, della crescita, delle prese di coscienza... del cambiamento.
Insomma, vi parlerò di quel che è stato questo viaggio pazzesco a Granada, Andalusia, Spagna.
Per darvi un contesto, siamo partiti da Roma in 45.
Tre laboratori di teatro, il mio (Ludika) e altri due (Yogurt e Saltymbanco) più Vania, il regista, Antonio (aiuto regista, supporto, factotum, collaboratore e altro) e Fabrizio (in veste di fotografo ufficiale, ma con un preciso progetto di elaborazione teatrale in mente).
Cercare di tornare con la mente a prima della partenza è quasi difficile. Forse perché è ancora un'esperienza troppo vicina, troppo calda.
Qual'era l'obbiettivo?
Andare a Granada, in Spagna, per mettere in scena in due teatrini - scovati dal nostro agente sul campo, Alessandro, uno degli attori di Saltymbanco che studia lì in Erasmus - i nostri rispettivi spettacoli. Con la differenza che il nostro laboratorio (in spagnolo, taller) diversamente dagli altri non aveva realmente uno spettacolo. Cioè, noi siamo partiti senza sapere esattamente cosa dovessimo poi mettere in scena nel teatro... vabbè.
Già sapevamo che ogni serata avrebbe coinvolto due laboratori, ed il terzo avrebbe semplicemente fatto la parata promozionale per le strade, per portare gente la sera a vedere lo spettacolo degli altri due. E sapevamo che noi di Ludika avremmo avuto più tempo perché, appunto, saremmo andati in scena solo dopo, visto che la prima parata spettava a noi.
Come mi sentivo prima di partire, cosa mi aspettavo?
Beh, per la prima, la risposta è facile: sotto certi versi ero tranquillo, per altri, come al solito, ero nel panico.
Primo: paura di volare. Meglio, paura di aver paura di volare.
Era un sacco di tempo che non prendevo l'aereo, e visto che un mio parente ha recentissimamente avuto una crisi d'ansia che gli ha impedito di farsi il viaggio in Australia - con tanto di biglietto pagato! - ero vagamente nervoso all'idea di arrivare lì a Ciampino, alle sei e mezza di mattina e farmi prendere da crisi gastriche che, se non m'avessero impedito il volo, m'avrebbero reso il viaggio un vero inferno.
Secondo: la stessa idea di arrivare in aereoporto a quell'ora mi dava la nausea.
Io sono uno che si sveglia alle nove per andare a lavoro, e che quando dorme poco si sente uno straccio e sta da schifo. Non sapevo come avrei fatto - e a che ora mi sarebbe toccato svegliarmi! - per arrivare lì...
Fortuna che poi ci ha pensato Sara, che andava col fratello, a darmi uno strappo. Ah, nota a margine: io e lei (e Martina) siamo i ritardatari cronici del gruppo Ludika. Stavolta, io ero strapronto in orario, e lei è riuscita ad arrivare tardi! Con un aereo che parte! E poi ha avuto la faccia tosta (scherzando) di dare la colpa a me di fronte agli altri! Ma la cosa più assurda, è che Martina è arrivata dopo di noi!!! ^__^
Dico io, se dovete dare un appuntamento a noi tre insieme, è il caso che ce lo date per il giorno precedente...
Vabbè, terzo: le case in cui stare (due pensioni/albergo/quello che era) ce le aveva rimediate sempre Alessandro. Una da venti e una da ventiquattro posti.
Adesso, chiaramente, non è che avessi il panico di dove andare a dormire. No, il punto tre della mia lista dei nervosismi è che con noi partivano le ragazze di Yogurt.
Il gruppo Yogurt, al 70%, è composto da ragazze. E ce ne fosse una che non è almeno carina.
Questo mi dava preoccupazioni.
Ovvero: in una casa 'comune' con stanze da tre, da quattro... con chi mi capiterà di andare a dormire? O meglio, con chi devo fare in modo che mi capiti di dormire? O ancora, quale rito segreto sciamanico devo fare per ottenere di dormire in stanza con loro? ^__^
Perché, vedete, il gruppo Yogurt lo conosco da un pezzo, a differenza di Saltymbanco con cui ho stretto soltanto da poco. E quindi sapevo benissimo cosa mi aspettava... soprattutto per come Vania ha cominciato a 'vendere' le "bellissime ragazze di Yogurt" con tre settimane di anticipo, in particolare facendo riferimento al "devi darti da fare" rivolto alla mia persona.
Chiaramente, sono finito in stanza con Federichino e Starna (un uomo, un mito) che ovviamente non sono affatto due belle gnocche, ma che hanno arricchito la mia permanenza ispanica - secondo me - di un buon 60% di risate in più... alle lacrime, certe volte!
Non posso esimermi qui dal dargli un abbraccio e un grazie di cuore. Dovessero propormi nuovamente di dividere la stanza con loro non avrei esitazioni... ne prenderei un'altra! ^__- Scherzo...
Comunque, questo era il quadro che mi si affacciava alla mente. Priorità: caccia alla gnocca. Nostrana o autoctona. Dopo, il teatro.
Sugli spettacoli, in effetti, ero piuttosto tranquillo.
Sarà per questo che poi in scena ho fatto abbastanza schifo, ma ne parleremo... ^__-
Cosa è successo, quindi?
Granada è stata una delle esperienze più intense che mi siano capitate da un bel po'.
Mal di pancia, febbricitazioni, malesseri ne ho avuti, sì. Ma a volte anche per qualcosa di totalmente inaspettato.
Vi racconterò, più avanti, del 5° Espiral (che si pronuncia 'kintoespiral'), ma ad esempio, è proprio quello un caso in cui io mi sia sentito male non per un'ansia, una preoccupazione o similia, bensì per una cosa totalmente positiva.
Tirare le somme di un viaggio è sempre difficile. Le parole non vengono, o se vengono non bastano mai.
In un messaggio ad Erika, le ho scritto che qualcuno sarebbe tornato cambiato.
Lo sono, ma so che mi piace pensare di essere cambiato di più di quanto non sia.
Sento che qualcosa in me, ma non so dire di preciso cosa sia, mi ha reso più... ricco.
Non so, forse è solo una presa di coscienza, la mia. L'aver compreso che esiste una strada, non normativa, che posso percorrere da attore senza essere professionista, amatoriale, semiprofessionista, o un altro termine a caso, ma semplicemente attore: uno che si diverte a recitare. Che può farlo, magari anche per lavoro, senza essere inquadrato e stritolato in un ingranaggio industriale. E' stato anche, in parte, il riconoscersi negli altri. Negli alter ego spagnoli, più che in quelli italiani, che son comunque figli dello stesso teatro. Il sentirsi parte di un gruppo. Così grande, espanso, esteso. Poliedricamente differente.
La gioia di condividere. Tutto, l'entusiasmo, gli appartamenti, le pause, gli spettacoli, il pubblico, la strada, il pranzo, la cena... anche quella piccola insofferenza che alla fine ci spingeva a stare un po' da soli, e a dirci l'un l'altro che per un po' non ci si voleva più vedere... E invece oggi mi mancano.
Metterei su una comune per vivere assieme a loro.
La strana esperienza di un viaggio fatto non per vacanza, non turistico, non spensierato. Un viaggio di teatro. Sentire una città che ti accoglie, non come estraneo né come cittadino, ma comunque come una parte di sé da proteggere. Da tenere al caldo.
Ci sono stati almeno due momenti in cui stavo per piangere dalla commozione.
Allora, sono cambiato o no?
Non lo so più dire. So che a Ciampino, quando sono stato convinto di aver perso il cellulare - che poi ho invece ritrovato in una tasca apposita interna alla borsa - non mi dispiaceva nemmeno troppo.
Perché la convinzione che fosse altro la cosa importante era, ed è tuttora, radicata in me. Non nuova, ma riscoperta nel senso.
Ecco, il contatto umano, il vivere lo spazio in funzione del luogo, delle persone, e solo da ultimo del tempo... in una parola sola vivere: è questo che è stato Granada per me. Un'esperienza faticosa, per chi non è poi così abituato.
Avere così tanto in così poco tempo è spiazzante, anche in senso antropologico, come insegnava Canevacci.
E disorientato mi sto sentendo; quello che vi dico ora potrebbe non essere esattamente uguale tra cinque minuti, perché è così che funzionano le cose in processo. E la mia mente non smette di rimuginare, da molto prima che alle 9 di mattina il mio volo toccasse terra all'aereoporto di Ciampino.
Cambiare è un processo; a volte lento, altre veloce. Io credo di avere iniziato, vedremo come e dove si finirà, per cominciare che cosa.
In fondo, l'Appeso potrebbe scendere dalla sua forca.
GrimFang
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Scherzo, non riuscirei mai a dirvi tutto nemmeno con un simile papiello, quindi per ora vi dò un'idea generale, di massima, per farvi capire cosa è stato... e poi farò una serie di post, anche più di uno al giorno, per raccontarvi qualche fatto specifico.
Quindi, signori, state pronti, perché vi parlerò dell'Alhambra, di Noordin, delle ragazze spagnole e di quelle dei gruppi Yogurt e Saltymbanco, delle patate calde che non ho mangiato, dei viaggi in macchina, della notte a Madrid, di murales spattacolari, dei voli in aereo, del 5° Espiral, del Apeadero, degli spettacoli, delle parate in piazza, della scoperta della città, dei vicoli, dei leoni di pietra, del negozietto di Florencia, dell'Hagen-Dasz, della squallidissima stazione di servizio sulla strada, dei temibili calamaros fritos, dei massaggi e di tutto il mio repertorio (e qui so che qualcuno si sganascerà fino a finire sotto la scrivania) perché l'ho tirato fuori tutto, della vecchina panna e fragola, dei braccialetti di Vania, di Fatima, dei regali, delle attese, dell'unica notte di movida che mi sia concesso, dei miei compagni di stanza - Stefano in testa! - delle risate, dei quasi pianti, dell'assenza, della crescita, delle prese di coscienza... del cambiamento.
Insomma, vi parlerò di quel che è stato questo viaggio pazzesco a Granada, Andalusia, Spagna.
Per darvi un contesto, siamo partiti da Roma in 45.
Tre laboratori di teatro, il mio (Ludika) e altri due (Yogurt e Saltymbanco) più Vania, il regista, Antonio (aiuto regista, supporto, factotum, collaboratore e altro) e Fabrizio (in veste di fotografo ufficiale, ma con un preciso progetto di elaborazione teatrale in mente).
Cercare di tornare con la mente a prima della partenza è quasi difficile. Forse perché è ancora un'esperienza troppo vicina, troppo calda.
Qual'era l'obbiettivo?
Andare a Granada, in Spagna, per mettere in scena in due teatrini - scovati dal nostro agente sul campo, Alessandro, uno degli attori di Saltymbanco che studia lì in Erasmus - i nostri rispettivi spettacoli. Con la differenza che il nostro laboratorio (in spagnolo, taller) diversamente dagli altri non aveva realmente uno spettacolo. Cioè, noi siamo partiti senza sapere esattamente cosa dovessimo poi mettere in scena nel teatro... vabbè.
Già sapevamo che ogni serata avrebbe coinvolto due laboratori, ed il terzo avrebbe semplicemente fatto la parata promozionale per le strade, per portare gente la sera a vedere lo spettacolo degli altri due. E sapevamo che noi di Ludika avremmo avuto più tempo perché, appunto, saremmo andati in scena solo dopo, visto che la prima parata spettava a noi.
Come mi sentivo prima di partire, cosa mi aspettavo?
Beh, per la prima, la risposta è facile: sotto certi versi ero tranquillo, per altri, come al solito, ero nel panico.
Primo: paura di volare. Meglio, paura di aver paura di volare.
Era un sacco di tempo che non prendevo l'aereo, e visto che un mio parente ha recentissimamente avuto una crisi d'ansia che gli ha impedito di farsi il viaggio in Australia - con tanto di biglietto pagato! - ero vagamente nervoso all'idea di arrivare lì a Ciampino, alle sei e mezza di mattina e farmi prendere da crisi gastriche che, se non m'avessero impedito il volo, m'avrebbero reso il viaggio un vero inferno.
Secondo: la stessa idea di arrivare in aereoporto a quell'ora mi dava la nausea.
Io sono uno che si sveglia alle nove per andare a lavoro, e che quando dorme poco si sente uno straccio e sta da schifo. Non sapevo come avrei fatto - e a che ora mi sarebbe toccato svegliarmi! - per arrivare lì...
Fortuna che poi ci ha pensato Sara, che andava col fratello, a darmi uno strappo. Ah, nota a margine: io e lei (e Martina) siamo i ritardatari cronici del gruppo Ludika. Stavolta, io ero strapronto in orario, e lei è riuscita ad arrivare tardi! Con un aereo che parte! E poi ha avuto la faccia tosta (scherzando) di dare la colpa a me di fronte agli altri! Ma la cosa più assurda, è che Martina è arrivata dopo di noi!!! ^__^
Dico io, se dovete dare un appuntamento a noi tre insieme, è il caso che ce lo date per il giorno precedente...
Vabbè, terzo: le case in cui stare (due pensioni/albergo/quello che era) ce le aveva rimediate sempre Alessandro. Una da venti e una da ventiquattro posti.
Adesso, chiaramente, non è che avessi il panico di dove andare a dormire. No, il punto tre della mia lista dei nervosismi è che con noi partivano le ragazze di Yogurt.
Il gruppo Yogurt, al 70%, è composto da ragazze. E ce ne fosse una che non è almeno carina.
Questo mi dava preoccupazioni.
Ovvero: in una casa 'comune' con stanze da tre, da quattro... con chi mi capiterà di andare a dormire? O meglio, con chi devo fare in modo che mi capiti di dormire? O ancora, quale rito segreto sciamanico devo fare per ottenere di dormire in stanza con loro? ^__^
Perché, vedete, il gruppo Yogurt lo conosco da un pezzo, a differenza di Saltymbanco con cui ho stretto soltanto da poco. E quindi sapevo benissimo cosa mi aspettava... soprattutto per come Vania ha cominciato a 'vendere' le "bellissime ragazze di Yogurt" con tre settimane di anticipo, in particolare facendo riferimento al "devi darti da fare" rivolto alla mia persona.
Chiaramente, sono finito in stanza con Federichino e Starna (un uomo, un mito) che ovviamente non sono affatto due belle gnocche, ma che hanno arricchito la mia permanenza ispanica - secondo me - di un buon 60% di risate in più... alle lacrime, certe volte!
Non posso esimermi qui dal dargli un abbraccio e un grazie di cuore. Dovessero propormi nuovamente di dividere la stanza con loro non avrei esitazioni... ne prenderei un'altra! ^__- Scherzo...
Comunque, questo era il quadro che mi si affacciava alla mente. Priorità: caccia alla gnocca. Nostrana o autoctona. Dopo, il teatro.
Sugli spettacoli, in effetti, ero piuttosto tranquillo.
Sarà per questo che poi in scena ho fatto abbastanza schifo, ma ne parleremo... ^__-
Cosa è successo, quindi?
Granada è stata una delle esperienze più intense che mi siano capitate da un bel po'.
Mal di pancia, febbricitazioni, malesseri ne ho avuti, sì. Ma a volte anche per qualcosa di totalmente inaspettato.
Vi racconterò, più avanti, del 5° Espiral (che si pronuncia 'kintoespiral'), ma ad esempio, è proprio quello un caso in cui io mi sia sentito male non per un'ansia, una preoccupazione o similia, bensì per una cosa totalmente positiva.
Tirare le somme di un viaggio è sempre difficile. Le parole non vengono, o se vengono non bastano mai.
In un messaggio ad Erika, le ho scritto che qualcuno sarebbe tornato cambiato.
Lo sono, ma so che mi piace pensare di essere cambiato di più di quanto non sia.
Sento che qualcosa in me, ma non so dire di preciso cosa sia, mi ha reso più... ricco.
Non so, forse è solo una presa di coscienza, la mia. L'aver compreso che esiste una strada, non normativa, che posso percorrere da attore senza essere professionista, amatoriale, semiprofessionista, o un altro termine a caso, ma semplicemente attore: uno che si diverte a recitare. Che può farlo, magari anche per lavoro, senza essere inquadrato e stritolato in un ingranaggio industriale. E' stato anche, in parte, il riconoscersi negli altri. Negli alter ego spagnoli, più che in quelli italiani, che son comunque figli dello stesso teatro. Il sentirsi parte di un gruppo. Così grande, espanso, esteso. Poliedricamente differente.
La gioia di condividere. Tutto, l'entusiasmo, gli appartamenti, le pause, gli spettacoli, il pubblico, la strada, il pranzo, la cena... anche quella piccola insofferenza che alla fine ci spingeva a stare un po' da soli, e a dirci l'un l'altro che per un po' non ci si voleva più vedere... E invece oggi mi mancano.
Metterei su una comune per vivere assieme a loro.
La strana esperienza di un viaggio fatto non per vacanza, non turistico, non spensierato. Un viaggio di teatro. Sentire una città che ti accoglie, non come estraneo né come cittadino, ma comunque come una parte di sé da proteggere. Da tenere al caldo.
Ci sono stati almeno due momenti in cui stavo per piangere dalla commozione.
Allora, sono cambiato o no?
Non lo so più dire. So che a Ciampino, quando sono stato convinto di aver perso il cellulare - che poi ho invece ritrovato in una tasca apposita interna alla borsa - non mi dispiaceva nemmeno troppo.
Perché la convinzione che fosse altro la cosa importante era, ed è tuttora, radicata in me. Non nuova, ma riscoperta nel senso.
Ecco, il contatto umano, il vivere lo spazio in funzione del luogo, delle persone, e solo da ultimo del tempo... in una parola sola vivere: è questo che è stato Granada per me. Un'esperienza faticosa, per chi non è poi così abituato.
Avere così tanto in così poco tempo è spiazzante, anche in senso antropologico, come insegnava Canevacci.
E disorientato mi sto sentendo; quello che vi dico ora potrebbe non essere esattamente uguale tra cinque minuti, perché è così che funzionano le cose in processo. E la mia mente non smette di rimuginare, da molto prima che alle 9 di mattina il mio volo toccasse terra all'aereoporto di Ciampino.
Cambiare è un processo; a volte lento, altre veloce. Io credo di avere iniziato, vedremo come e dove si finirà, per cominciare che cosa.
In fondo, l'Appeso potrebbe scendere dalla sua forca.
GrimFang
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