L'artista mescola il sangue con la terra, per generare sempre nuova vita...

Sarà sicuramente potente, la vita. Piuttosto dolorosa, a mio avviso, a volte sorprendente, sicuramente intensa, vibrante, indubbiamente da vivere. Sempre e comunque.

Sara Tenaglia

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento
Fire cup

giovedì 7 febbraio 2008

Domani è una settimana

Il primo post del secondo centinaio (non si può dire sia il primo del secondo anno del blog, in effetti) non poteva che essere un omaggio ai miei lettori. Spero l'abbiate gradito, nonostante le sei pagine di lunghezza non si adattino poi così tanto alla struttura di un blog: ho cercato di allegarlo altrimenti, ma proprio non ci sono riuscito. Se qualcuno di voi sa come posso fare, mi dia una voce, così se vi voglio allegare altre cose magari mi riesce più facile.
Quello, per chi non dovesse averne letto su questo blog, era il racconto arrivato finalista al trofeo RiLL, l'anno scorso. Non credo di aver infranto nessuna regola del trofeo, pubblicandovelo qui, quindi l'unica cosa di cui mi devo scusare è l'estrema lunghezza del post che ne è risultata.
Adesso, finalmente, anche quelli di voi che non avevano mai letto niente di mio sono in grado di giudicare (paraculo, eh? Vi posto un racconto arrivato in finale, mica quello bocciato al primo giro! ^__-) o se non altro, di avere le idee più chiare quando vi parlo di quello che faccio.
Se non altro, d'ora in poi, potrete dirmi legittimamente che sono uno scrittore cane! =)P

Anche quest'anno vorrei provare a partecipare a RiLL (e magari anche voi, c'è tempo fino ad aprile, leggete qui), cercando il più possibile di fare tesoro - ovviamente - di quanto accaduto l'anno scorso. Se "Una favola di Buona (Eterna) Notte" è stato trombato alla prima tornata, certamente non sarà il modello di riferimento, mentre per quel che riguarda "Mini Mart" devo tener da conto tutte le annotazioni positive (ben scritto, interessante il modo di tenere il punto di vista del personaggio, coinvolgente) e soprattutto le critiche (non originale, essenzialmente).
Pertanto, anche e soprattutto in quest'ottica, fate piovere commenti a profusione sul mio post: è solo dal confronto con gli altri che posso ottenere quelle indicazioni che mi consentiranno di tenerlo a mente prima e di dimenticarlo poi! ^__-
Ovviamente, io non posso dirvi nulla delle idee che mi bazzicano in testa, pena squalifica.

Intanto, si avvicina la fine della prima settimana in videoteca, settimana in cui - diciamocelo - mi son preso un sacco di spazi per me che probabilmente non potrò prendermi in seguito.
Tanto per cominciare, adesso come adesso, la novità più succosa è che ho una collega neoassunta: Francesca.
Giovane e carina, romana con origini campane, e soprattutto con la caratteristica di avere la postazione accanto alla mia, per cui adesso che sto scrivendo sto un po' strizzando che possa sbirciare e scoprire che sto parlando di lei.
La cosa fondamentale per me, però, è che sia una buona collega: disponibile a incastrarsi (... ... malpensanti maledetti ^_^) con gli orari, i piani di ferie e con la quale non diventi problematica la coesistenza.
Bene, sembra che sia così! ^__^
Carina, umile, disposta ad apprendere (e quindi a togliere grane a me) e soprattutto disposta ad arrivare in ufficio la mattina prima di me, consentendomi ancora per un anno di svegliarmi alle nove! ^___^
Meglio di così...

Un'altra notizia breve: il pc con internet a casa ha deciso di sgarruparsi, ma per una curiosa coincidenza di tempi sono clamorosamente riuscito, dopo mesi di tentativi infruttuosi, a reinstallare il sistema operativo sul mio portatile.
Incredibile a dirsi, l'evento è successo proprio al ritorno a casa - ieri - dal fallito tentativo di farmelo sistemare qua a lavoro: i nostri informatici hanno alzato le mani, io ho rifatto quello che avevano fatto loro e a me è partito.
Tocco del padrone?
Adesso cercherò di piazzare la rete internet su quello, per evitare di racchiudermi in questi attimi angusti di pace prima del ritorno a casa...

Ok, stacco qui che sono in ritardo.
Buona giornata a tutti!


GrimFang

MINI MART

La sveglia fu particolarmente fastidiosa.
Stavo facendo un sogno bellissimo, ero al MiniMart con tre o quattro poppute pinup stile conigliette di Playboy che pubblicizzavano una nuova crema corpo idratante, o qualcosa del genere. Be’, avevano appena cominciato a fare la seconda passata e una di loro, Bunny, aveva appena detto “Che dite ragazze, glielo facciamo un trattamento col corpo?” quando quella bastarda ha suonato.
‘fanculo, mi sono tirato a sedere sul letto bestemmiando e l’ho spenta con un sonoro cazzottone.
Sono rimasto abbrutito e brontolante sulla sponda del letto, poi a tentoni ho cercato il telecomando delle persiane. Fuori era mattino pieno.
A quel punto avevo due scelte: potevo avere davanti un giorno del cazzo o una buona giornata.
Optai per la seconda: mi misi in testa il cappello di Pippo, quello con le orecchie lunghe che ti scendono sulla faccia, e mi andai a lavare.
Io ho questa teoria: che quando ti alzi la mattina sei tu a scegliere le tue giornate.
Insomma, se ti disponi bene, la giornata non può andare di merda più di tanto. A patto che ci siano giornate in cui tu deliberatamente decidi che ti girano i coglioni. Pensare di avere sempre solo giornate positive non funziona.

Mi chiamano Marshmallow, anche se mi chiamo Mark, o Marcus com’è scritto sui documenti.
Vivo a Chattabalooga, un buco del culo di posto che ha come principale attrattiva il centro commerciale Mini Mart sulla Lincoln Avenue, che sarebbe anche l’unica strada decente del paese, da quando Angus, il tipo che si occupava delle sistemazioni stradali, è morto. Insomma, è l’unica dove ci puoi andare via dritto a cinquanta miglia con su una bella cassetta nell’autoradio.
Lì al Mini Mart ci puoi trovare di tutto: dai generi di prima necessità al paradiso del superfluo. E non finisci mai di scoprire nuove cose: io e Stan – il mio migliore amico – l’altro giorno ci abbiamo trovato una poltrona col vibromassaggiatore. No, non una di quelle sedie che vibrano, proprio una poltrona con una taschina sul sedile, che dentro c’era proprio un vibromassaggiatore. Un cazzo di gomma, insomma.
Quindi, siccome a Chattabalooga non c’è un cazzo da fare, io e Stan tutti i giorni andiamo al Mini Mart.
Lavoriamo lì, be’, si può dire così.
Intendo, a nessuno dei due piace stare sempre a fare le stesse cose, quindi va a finire che si cambia spesso. Tanto, almeno questo, non si può dire che a Chattabalooga il lavoro manca.

La colazione è un momento fondamentale della giornata. Non puoi sperare di avere una bella giornata se non fai una buona colazione.
Quindi, dopo aver messo su una maglietta bianca e la mia camicia a scacchi blu preferita, in testa sempre Pippo, mi cucinai due belle uova fritte su pane in cassetta, bacon, un tazzone di caffè patriottico e tirai fuori dalla scatola due o tre donuts dell’altro ieri.

Potendo scegliere – siamo in un paese libero – ho preso una Mustang.
Morde la strada come poche, e dà delle belle soddisfazioni: non si ferma facilmente e fa un sacco di miglia all’ora, a tavoletta. Semmai decidessi di andarmene da questo posto.
L’ho presa blu, che ormai dovreste aver capito che è il mio colore preferito. E ha due righe bianche parallele che la percorrono dalla testa alla coda. Una figata.
La tengo in garage, ma ci tengo a pulirla all’aperto almeno una volta alla settimana.
Ora che ci penso – mi viene sempre in mente ma poi me lo dimentico – devo ancora darle un nome.

Fuori dal garage, dopo aver controllato a destra e sinistra, presi giù per Cypress Street verso la Lincoln, deserta.
Il negozio del signor Drummond, all’angolo, aveva ancora la porta aperta.
Gran bel negozietto, uno di quei locali dove si vede l’impronta del calore umano.
Uno di quei posti dove – ci vado sempre a prendere quello che mi serve su a casa – tutto ti dice qualcosa del proprietario. È un buco, saranno venti metri quadri, ma ti raccontano del signor Drummond: di un omino sui settanta che ripone con amore le merci sugli scaffali, che ama l’odore delle caramelle gommose nella boccia di vetro sul bancone, che ama il sole che sbatte sull’asfalto dell’avenue e gli riscalda il locale l’estate…
Eh, già, negozietti così vengono sempre più ignorati nell’epoca dei supermarket e dei centri commerciali. Adesso è deserto come Chattabalooga.
E persino io sto andando al Mini Mart.

Spingo la Mustang sulle corsie deserte, passo oltre la Chrysler abbandonata e arrivo all’incrocio con Washington Avenue, che chiamarla Avenue è stato un eufemismo, almeno la Lincoln finisce sulla statale.
Passo la piazza del municipio, tiro dritto.
Ci sono due figure che attraversano la strada.
Sterzo, le tiro sotto.
Le avrei ignorate, ma una dei due, la donna, aveva un accostamento orribile: gonna arancione e giacca verde pisello. Pessimo gusto.
Rallento, controllo se la Mustang s’è ammaccata nell’impatto.
A lato della strada c’è un uomo vestito da poliziotto che agita le braccia. Accosto. Abbasso il finestrino.
“Sì, agente?”
Un secondo dopo il poliziotto cade a terra con un proiettile nella fronte.

Il Mini Mart l’hanno tirato su dall’altro lato della città, quello più vicino alla statale.
Mossa furba, perché lì ci sta anche la fermata dell’autobus e c’è anche – ma l’hanno spostata dopo, se mi ricordo bene – la stazione dei Greyhound per Milwaukee.
Davanti c’è un grosso spiazzo sterrato, ci dovevano costruire chissà che cosa ma adesso è abbandonato. Come ogni volta, mi diverto a far girare la Mustang sullo sterrato.
Poi taglio la Lincoln e arrivo al parcheggio del Mini Mart. Ci sono diverse macchine, ma io ho il mio posto particolare.
Fermo la Mustang sotto la grossa rampa marrone delle scale di emergenza, a fianco all’ingresso per gli impiegati. Scendo, tiro fuori le chiavi e mi dirigo verso la bianca porta antipanico. Le infilo nella serratura, giro, sblocco la maniglia e apro.

Dentro, lo stesso deserto di Chattabalooga.
Mi prendo il camice da lavoro dalla rastrelliera, saluto Dan, tiro dritto alla rampa delle scale mobili – ferme – e arrivo al primo piano. Supero Daisy, Linda, Elaine (ma saluto solo l’ultima) e arrivo alla rampa per il secondo piano. Prima di salire, però, tiro dritto fino al bar, passo dietro al bancone e mi verso un po’ di caffè caldo nella tazza bianca e gialla con le api e le margherite, afferro al volo una ciambella ancora calda dalla scatola di cartone, saluto Stan che sta armeggiando con la serranda del negozio anche lui con una ciambella in bocca e gli faccio cenno di raggiungermi sopra.
Al secondo piano, poso la tazza sul ripiano bianco del tavolino tondo dove mi fermerò come al solito a finire la seconda colazione, e vado verso la serranda elettrica del mio negozio. Sulla sedia girevole del negozio del barbiere, che mi dà le spalle, c’è quel gran pezzo di merda del mio capo.
Resto un po’ a guardarmelo sogghignando, poi tiro su la saracinesca.

Il mio regno.
Fucili da caccia, fucili a pompa, pistole, mitragliette, persino un M16 dietro la sua vetrina, ricordo di quando il bastardo faceva parte dei marines. E proiettili di ogni specie, coltelli, e tutta l’utensileria di un negozio di armi ben fornito.
Mi piace il mio lavoro.

Dopo aver aperto il negozio, torno alla mia tazza di caffè.
Parte la musica di sottofondo del centro commerciale, Stan deve aver dato la corrente. Oggi c’è un lento brano country.
Meno male, ieri Stan aveva messo i Sepultura e m’era venuto mal di testa…

Stan mi raggiunge salendo a grandi falcate la rampa della scala mobile.
“Allora Marsh, come va?”
La mio occhiata e il cappello di Pippo gli chiariscono la situazione.
“Dormito male?”
“Svegliato male.”
Stan poggia la sua tazza sul tavolino, e si siede sulla sua sedia.
“Stavo sognando tre conigliette di Playboy che mi spalmavano il corpo di essenze profumate, e la sveglia del cazzo ha suonato proprio quando avevano deciso di spalmarsi loro su di me…”
Stan sorride. È la cosa che più mi scalda il cuore, vederlo sorridere.
Non dice molto, ma è quello che ci lega a rendere speciale persino il silenzio. È il mio migliore amico, be’, l’unico amico.
In quel silenzio, c’è tutta l’intima comprensione di due esseri vicini, simili e affini. In quei momenti siamo come due eletti che governano il mondo, perché c’è qualcosa di semplice e talmente speciale al tempo stesso, che nessuno al mondo potrà mai capire.
E tantomeno condividere.

“Marsh, qual è il tuo ricordo più bello?”
“Uh?”
Era tipico di Stan uscirsene con queste domande a cazzo per movimentare la conversazione.
“Dai! Hai capito, qual è il tuo ricordo migliore?”

Da basso venne un rumore di lattine che rotolavano.
Io e Stan ci tirammo in piedi e guardammo giù dalla balaustra. In mezzo all’atrio del centro commerciale una figura era andata in qualche modo a sbattere contro la pila dei lubrificanti per auto e aveva fatto cadere un barattolo.
“Eh no, cazzo!” – proruppe Stan – “Ci ho messo una settimana a tirarle su bene!”
Come al solito esagerava, ci avrà messo un paio d’ore al massimo, ma si diresse a grandi passi verso il mio negozio, e ne uscì poco dopo con un fucile di precisione. Sollevai un sopracciglio, mentre Stan si affacciava, prendeva la mira e sparava.
La figura fece una mezza capriola all’indietro, mentre parte del suo cranio andava a decorare il pavimento.
“Siamo chiusi!” – gridò Stan.

Non so, forse l’occhio mi ci cadde per caso, ma mentre Stan si chiedeva come cazzo era entrata, mi parve di riconoscere quel corpo steso sul pavimento.
“Hey, quella non era Daisy Arbuckle?”
Stan rimase di sale. Non immaginavo, non ricordavo nemmeno che avevano fatto il liceo insieme. Non potevo sapere.
Stan era diventato improvvisamente pallido. Si mise seduto. Era chiaro che non aveva il coraggio di guardare giù dalla balaustra.
Oppure aveva appena realizzato chi aveva visto per un istante nel mirino.

“Daisy è stato il più grande amore della mia vita.”
Se ve la racconto io, sembrerà sicuramente banale, ma detta come la disse Stan, questa frase significava davvero le tante cose che racchiudeva.
Era piena di affetto, e di ricordi. Piena di quel legame speciale che mi univa a Stan, e che quindi mi rendeva, in parte, parte di quei ricordi. Daisy era ora come un’assenza in quella che avrebbe potuto essere l’affermazione “noi tre”.
“Cazzo.”
Stan ora sedeva sulla sedia di Marsh, e Marsh sulla sua. Tirò via, più lontano da sé, la tazza del caffè – la mia – che gli stava davanti. E capisco che non aveva nessuna voglia di sollevare lo sguardo verso il suo amico leggermente soprappeso, con l’aria mortificata da cretino – come se lui c’entrasse qualcosa – e in testa un ridicolo cappellino con Pippo.
Quando parlò il suo tono era funebre e dolente.
“E dire… t’avevo appena chiesto il migliore dei tuoi ricordi… be’, il mio era lei.”

Mi sentivo impacciato.
Non sapevo come consolare il mio amico, non ne avevo la più pallida idea.
Stan non piangeva. Non ce l’avrebbe fatta. Nemmeno io ci riuscivo più. Sarebbe stato stupido pretenderlo.
Così, non mi muovevo nemmeno. Restavo con l’aria abbacchiata, a spostare lo sguardo tra lui e il tavolino.
Restammo davvero a lungo in silenzio. Con la musica country di sottofondo.

“Be’, io vado… a… insomma, vuoi venire… almeno la togliamo da lì…”
Mi alzai e lo dissi proprio quando non ce la facevo più. Dovevo fare qualcosa, e questa era una cosa sensata, e razionale.
Stan sollevò lo sguardo, in cui brillò un silenzioso grazie, e poi annuì gravemente.
“Sì… È giusto.”
Si tirò in piedi, deciso a smettere di soffrire straziandosi nei ricordi e a fare qualcosa. Ma quando mi girai e feci due passi fino all’inizio delle scale mobili, l’occhio mi cadde sul fondo, due piani più sotto, dove c’era soltanto un paio di barattoli per terra e una sbaffata di sangue e materia cerebrale.
“Oh cazzo. Stan! Non è più lì!”
Stan si precipitò alla balaustra, preoccupato.
“Come non è più lì?”
“Non è più lì, cazzo, guarda! Non l’hai presa bene!”
“Merda!” – e corse a prendere un paio di fucili a canne mozze. Tornò subito e me ne lanciò uno, porgendomi poi la scatola delle munizioni. Caricammo velocemente e ci riempimmo le tasche di cartucce, poi scendemmo al primo piano.
“Dobbiamo trovarla, questo centro commerciale è un puttanaio di nascondigli!”
Passammo al setaccio la zona del bar e i due negozi di abbigliamento lì a fianco. Poi passammo i cadaveri delle tre commesse e imboccammo il corridoio del primo piano. Tre dei quattro negozi avevano le serrande chiuse, quindi non poteva essere entrata lì. Il quarto era vuoto.
Quindi era ancora al primo piano. Il che era un grosso problema, perché lì c’era il supermercato.

Gli ultimi gradini della scala mobile, disattivata perché consumava troppa corrente, li facemmo a fucili spianati sui fianchi.
Il problema principale del supermercato erano gli scaffali. In pratica, era un labirinto. Gli scaffali erano ostacoli allo sguardo, dovevamo infilarci nel labirinto, per trovarla. Questo voleva dire che Stan avrebbe dovuto tenere d’occhio una parte, e io quella opposta, pronti a far fuoco se Daisy avesse dovuto farsi ‘viva’ all’improvviso. Com’era tipico di tutti quei bastardi.
Come aveva fatto il signor Drummond nel suo retrobottega.

Passammo i surgelati senza problemi. Lì ci sono i banconi-frigo che sono bassi, era più facile.
Io e Stan avevamo già pianificato il percorso migliore, tempo prima, ma quella era la prima volta che ci trovavamo a sperimentarlo. Eravamo entrambi piuttosto nervosi.
Passammo anche i cereali e la prima colazione, arrivando fino ai banconi-frigo per la carne. Erano tutti vuoti perché la merce a breve scadenza l’avevamo tutta surgelata nelle celle frigorifere sul retro. Il casino era che, mentre noi ci muovevamo là dentro, lei poteva riuscire dall’altra parte e andare dove voleva nel Mini Mart, senza che noi ci accorgessimo di niente.
E questo voleva dire che, se non la trovavamo lì, dovevamo ricontrollare tutto l’edificio da capo, e tenendo continuamente sotto controllo l’atrio del centro commerciale – in particolare l’ingresso del supermercato. E se non la trovavamo…
Poteva voler dire dare l’addio al Mini Mart. Non sarebbe più stato un posto sicuro. Poteva essersi nascosta in un posto qualunque e il giorno dopo, o un giorno qualsiasi, poteva saltarci addosso all’improvviso.
E il Mini Mart era il nostro mondo. Tutto quello che ci restava.
Lì c’era tutto quello di cui avevamo bisogno.
Daisy Arbuckle rischiava veramente di cacciarci dal paradiso.
E se lei se ne fosse semplicemente andata da dove era entrata, noi non l’avremmo mai saputo, e avremmo abbandonato il Mini Mart per nulla. A proposito,
“Da dove è entrata?!”
“Che?”
“Daisy Arbuckle. Da dove è entrata? Le porte sono tutte sane, le abbiamo chiuse coi lucchetti. Per quelle antipanico si aprono solo da dentro o con le chiavi. Da dove cazzo è entrata?”
Stan fece il perplesso.
“Ma che t’importa da dove è entrata? Voglio dire, prima occupiamoci di stanarla, poi…”

Quello che ancora non avevo pensato, ma che era lì lì per arrivare, ce lo trovammo di fronte all’improvviso.
Dietro lo scaffale dei prodotti per la pulizia della casa, all’angolo di quello per l’igiene del bagno. Wes Cradle, il benzinaio, ed il corpulento signor Watson, della compagnia di assicurazioni, già voltati verso di noi. Cradle stringeva una mazza da baseball nel pugno, decisamente minacciosa. Ci si scagliarono addosso, ruggendo, prendendoci alla sprovvista.
Aprimmo il fuoco, ma era troppo tardi. Tardi per mirare alla testa, tardi per evitare che Cradle si gettasse di peso su Stan. Watson era troppo ciccione per andare giù alla prima botta. Gli scaricai contro tutto il caricatore, preso dal panico, ma ancora stava in piedi. Stan nel frattempo era riuscito a mettere il fucile contro il collo del benzinaio, tenendogli lontana la testa, e spingendolo con tutta la forza che aveva adesso gliela sbatteva contro lo spigolo del frigo delle bevande. Riuscivo a vedere la testa di Cradle che si apriva mano a mano.
Ma il problema era l’enorme Watson, che non sembrava più intontito dai colpi al petto, dove la sua camicia pesante adesso sembrava un ricamo all’uncinetto zuppo di sangue. Grugnì e riprese a muoversi, grazie al cielo puntando me e non le gambe di Stan che gli stavano praticamente sotto.
mi dissi
L’assicuratore era sempre più vicino, e mi tremavano le mani, ma proprio quando le sue mani si stringevano sulle mie spalle – con una forza spaventosa – riuscii a infilare la canna del mio fucile sotto il suo mento e fare fuoco. Ci fu una fontana di carne e sangue verso il cielo, poi il bestione barcollò e, prima che crollasse sopra di me, riuscii a divincolarmi dalla presa e a fare un passo laterale.
Stan si rialzò in piedi e cominciò ad usare furiosamente il suo fucile come una mazza da golf contro la testa del benzinaio, fino a spappolarla.
Mentre Stan era in preda alla furia omicida, mi venne in mente da dove – per quanto improbabile – potevano essere entrati. Corsi verso l’atrio. La salma di Dan, la guardia giurata del Mini Mart, non era più dove l’avevo salutata quella mattina.
Mi si prospettava davanti lo scenario inquietante di un’intelligenza residua in quelle persone.
La mancanza di carne, di prede vive, poteva avergli aguzzato l’ingegno fino a quel punto?
Rifeci i miei passi di quella mattina all’indietro, e osservai con terrore il cadavere di Dan che teneva aperta la porta antipanico. Da guardia giurata a ferma porta.
E da lì stavano entrando altre due figure.
Divennero ferma porta anche loro. Ma nessuno dei due era Daisy.
Era dentro? Era fuori? Ma soprattutto, quanta gente c’era che si stava radunando fuori?
Contai rapidamente le cartucce e mi affacciai allo spiraglio aperto. Ne tirai giù tre, ma ce n’erano altri nel piazzale del parcheggio. Liberai con fretta febbrile la porta dagli ostacoli e la richiusi.
Corsi come un forsennato fino all’atrio e mi lanciai verso le scale mobili, gridando
“Stan! Trova Daisy!”
Al secondo piano presi il fucile di precisione che Stan aveva lasciato appoggiato alla balaustra e mi assicurai che ci fossero abbastanza cartucce. Quindi tirai fuori il mazzo di chiavi del Mini Mart di Dan e aprii la porta di ferro che dava l’accesso al tetto. La luce del sole di mezzogiorno mi prese come un cazzotto in fronte. Mi lanciai verso la scala antincendio (dalla quale non potevano salire, per via dei cancelli) e scesi fino alla prima piattaforma, da cui potevo avere una buona visuale del piazzale.
Li contai, erano una decina.
Avevo abbastanza proiettili. Cominciai con Petey, il figlio dei Leibowitz, perché era il più vicino al muro e poteva uscirmi dalla visuale. Poi con miss Mahoney, il signor Patterson, il signor Glabe – erano mesi che non mi capitava di vederlo –, l’agente O’Riordan, il capitano della squadra di football, poi il tizio che aggiustava la segnaletica a Chattabalooga, la signora Fante e infine due tizi che non conoscevo.
Controllai che non ci fossero altri movimenti, specie alla base della scala e vicino alla mia Mustang, poi rientrai di corsa.
Chiusi la porta dietro di me, a doppia mandata. M’infilai una pistola nei pantaloni, presi altre cartucce per il canne mozze, misi a tracolla il fucile di precisione e scesi cauto e molto, molto più lentamente di quanto ero salito.

“Stan!” – gridai – “Stan, l’hai trovata?”
“Sì!” – gridò in risposta – “…Era qui… nel supermercato!”. E dal suo tono di voce pensai che doveva aver sofferto davvero molto a farla fuori.

Arrivai ai cadaveri di Cradle e Watson e proseguii oltre, verso la zona dei prodotti ortofrutticoli. Non c’era.
“Stan?”
Continuai verso la zona con le videocassette, superando il reparto giardinaggio e quello delle medicine. Stan era lì, seduto contro al muro. Daisy, senza testa, stava sdraiata scomposta sul pavimento.
Stan piangeva.
Io ero vuoto, in una bolla di nebbia.
“…lei lavorava qui, ricordi? Guarda… stringe ancora in mano la chiave…”
Io ero un involucro di cartapesta.
“…capisci com’è entrata? Con la chiave!... cazzo, con la strafottuta chiave!...”
Io non capivo più niente.
Io non volevo capire.

“Ti… ti hanno m-morso?”
Stan aveva il viso rigato dalle lacrime. Si reggeva il braccio che buttava sangue, risposta evidente alla mia domanda inutile.
“Sparami, Marsh. Sparami, non farmi fare quella fine…”
L’avrò sentita cento volte quella frase, nei film.
Ma provate a sentirvela dire dal vostro migliore amico.
Provate a pensare voi che fareste.
Che provereste.
“… Stan, non ce la faccio…”
Piangevo.
Non lo vedevo quasi più, tra le lacrime. Sapevo che era peggio che morto, ma lui era Stan.
Stan, capite?
“Sparami, cazzo! Sparami! Non voglio diventare un mangiacarne rincoglionito e senza memoria!”
Ci provai. Ci provai disperatamente.
Ma non riuscivo a non pensare che forse, forse c’era il modo di salvarlo, amputargli il braccio, o magari, chissà, Stan si sarebbe trovato bene tra di loro… senza pensieri, senza problemi, solo alla ricerca di carne fresca. Sangue vivo.
“… sparami Marsh, ti prego… cazzo…”
Si sarebbe trovato bene. Bene, con la maggioranza.
“…Cristo! Sparami… finché mi ricordo di te.”
Sollevò lo sguardo verso di me. Implorante, tra le lacrime.
Si sarebbe…
Senza ricordi.

Arrivai alla Mustang con calma, e mi accesi una sigaretta.
Il sole stava tramontando, dall’altro lato del Mini Mart. Il cielo era colorato a pastello, per strisce orizzontali.
Intorno, tutto sembrava deserto.
Aprii il portabagagli e ci buttai dentro gli zaini con le provviste e le armi di riserva, con pallottole e cartucce in abbondanza. Aprii lo sportello e dentro misi tutto l’occorrente per accamparmi, sacco a pelo, zaini, fornelli a gas, torce elettriche e batterie, e tutto quello che avevo pensato potesse essermi utile.
Tornai a guardare il panorama, e la città fantasma che si stendeva di fronte a me.
Chattabalooga non aveva più niente da dirmi.

Salii su Daisy e partii sgommando.

lunedì 4 febbraio 2008

Il numero 100 - Antonia Cammareri

Questa mattina è morta mia nonna.
Antonia Cammareri, classe 1915, è morta una decina di giorni prima del suo compleanno, se non ricordo male. Ma in realtà si chiamava Carmela. Un nome all'anagrafe non vale quanto il nome che si è scelto da una vita.
Carmelina Cammareri era mia nonna, ed aveva tutte le caratteristiche nonnesche. Era bassina, rotonda, profumava di pulito. Questo prima che la 'malattia' la devastasse riducendola a un lumicino, ovviamente.
Quando dico 'malattia' in realtà sto mentendo, perché non so dirvi di cosa sia morta. Dovrei scrivere 'di degenza', perché è da quando si ruppe un'anca l'anno scorso che ha cominciato a deperire.
E stare ferma a letto, e prima in carrozzina, non le ha fatto certo bene: la perdita delle consuetudini, poi dell'interesse. E, a parte la zia che ci viveva assieme, anche le visite dei parenti erano poco frequenti. Parlo io, poi, che praticamente l'avrò vista un paio di volte.
Però, quando ancora stava bene, in preda a non so quale urgenza le spedii dalla Germania una cartolina in cui le dicevo a chiare lettere "ti voglio bene". Il che in seguito mi ha aiutato a trovare il coraggio di ripeterglielo a voce.
Era l'estate dell'interrail con gli ihggers, quella in cui espressi il desiderio di farla vivere ancora, la notte del 10 agosto, sdraiato a guardare le stelle cadenti su di un tavolino del campeggio di Heidelberg, mentre tutti intorno dormivano nelle loro tende.
Il 2000, se non ricordo male. Desiderio esaudito.

Chissà perchè, da grandi, abbiamo questo maledetto pudore nell'affermare semplicemente i nostri sentimenti.
Grazie a Dio non avrò il rimpianto di non averle mai detto il mio affetto.
Credo che a noi italiani, a me sicuramente, ci faccia paura la morte. Terrore. Davvero: a noi più che altrove.
Sarà per la presenza della chiesa, ma in generale per la nostra cultura, che ci rende scettici a prescindere sull'aldilà, e miopi sulle ineludibili necessità della vita. Per questo la morte ci risulta indigesta.
A parte il fatto che viene conosciuta perché si porta via parenti ed amici (e nella mia breve vita quanto è maledettamente lungo quest'elenco), è una questione di sentimenti. Io non li so gestire, i miei sentimenti. Non so voi.
Io la morte non riesco a digerirla. Mi resta sullo stomaco, incapace di sfogarsi mettendomi a piangere, o di essere disciolta nella consapevolezza che - come so benissimo - è solo una parte del ciclo della vita.
Il pessimo rapporto che ho con le mie emozioni mi consente solo di fare spallucce e fingere di prenderla con filosofia, ma intanto ringrazio che oggi sia lunedì di psicologo. Gesù Maria quanto devo ancora crescere...

Mi mancheranno i suoi "camìna, camìna" quando pensava gli stessi dicendo delle sciocchezze. Come quando le dicevo il mio nome, e lei pensava che stessi dicendo che ero suo marito, mio nonno, di cui porto il nome.
Ma non mi mancherà l'ossessione che aveva di pulirci la bocca appena avevamo infilato in bocca il boccone, scusate l'espressione, quando eravamo piccoli: sembrava un falco che si aggirava dietro le nostre sedie, alla cena di Natale, per far spuntare una mano improvvisa armata di tovagliolo davanti alle nostre facce, per poi premercelo contro un po' alla cieca sfregando forte per far venir via inesistenti tracce del nostro alimentarci.
Ma mi mancherà lei, con o senza quella memoria dei fatti che non ha mai avuto troppo spiccata e che verso la fine era quasi scomparsa del tutto.
Lei che ha perso il primogenito da piccolo, per una cattiva diagnosi di una malattia.
Lei che è stata - da quanto ho capito - ricoverata per un po' di tempo in un sanatorio. E se ti muore un figlio così, posso proprio capirlo...

Sono tante le cose che non so, e che forse non saprò mai, di mia nonna.
Ma so che era mia nonna, e che le volevo bene.

Così, oggi sono qui in ufficio per digerire l'evento.
Per non restare a casa da solo, a imballarmi nell'astenia e rigirarmi nel letto.
Che era morta l'ho saputo ascoltando mia madre che lasciava un messaggio in segreteria. Chiamava da fuori, perché loro stavano accudendo mio nipote.
Niccolò, la sua bisnonna l'ha conosciuta per soli sei mesi. Ma avrà delle fotografie con lei che lo tiene in braccio, per ricordarla.
Ascoltando il messaggio mentre veniva lasciato, avevo già capito. Ma non avendo capito bene la fine, ho pensato potesse essere "è morta Anna". Ma era chiaro, e quando l'ho riascoltato ho avuto solo un senso di conferma.
Quando mi dissero che era morto nonno, la presi molto, molto peggio.
Ma ero anche più giovane, e legato al nonno di cui porto il nome, per quanto fosse burbero e autoritario.

I funerali ci saranno domani mattina alle 10, non so ancora dove. E se voglio andare a guardarla prima che chiudano la bara, dovrò farlo oggi.
E' un ultimo saluto che non so se riuscirò a fare.

Mia nonna è morta alla veneranda età di 92 anni, se ho fatto bene i conti, ed il numero 100 non lo vedrà mai. Come non vedrà la mia tesi, se mai la farò, che a lei ed al mio relatore era stata dedicata.
Ma questo post col lutto al braccio è anche il centesimo del mio blog, e come quando ti muore un parente prossimo, come in effetti è, è tempo di bilanci.

Era il gennaio dell'anno scorso quando, un po' incautamente (scherzo), ho deciso di aprire questo blog.
Un blog che giudico un po' sotto la media, in fondo straparlo degli stracazzacci miei ed ho un pugno d'inguaribili lettori, né si può dire che gli argomenti di cui vi parlo siano poi così interessanti. E' un po' uno spaccato della mia vita, della mia esistenza, e delle molteplici maschere che indosso.
Ma proprio per questo un primo, importante risultato l'ho raggiunto: questo blog è ancora vivo, ed io ancora parlo. (Chi ha detto 'purtroppo'?! ^__^)

Poi, bisognerebbe parlare dei contenuti, del perché io abbia iniziato questa 'avventura'.
E qui, dovrei rammentare a tutti che questo blog è nato un po' per sfogo, un po' per fare qualcosa di concreto, avere delle scadenze fisse, e soprattutto come promemoria.
Promemoria per ricordarmi di fare, di dare vita a tutti quei sogni che partorisco dalla mia mente irrequieta ed inzio a fare, senza concluderne poi molti. Per questo, sotto al titolo, campeggia la frase che mi dedicò una volta la mia amica Sara.
E forse, proprio grazie a questo blog, finalmente i miei risultati sono riuscito a portarli a casa.

Il 2007 è stato un anno fantastico, prolifico come nessuno degli anni prima.
L'intervista ai cittadini sulla P.A., la mia comparsata nel corto di Sportiello, il racconto finalista a RiLL, il promo della MetRo, Arkipélagon (per quanto abortito), i due corti co-sceneggiati da me realizzati da Giulia a Firenze... solo per dirne alcuni.
E le pagine e pagine scritte, che ancora non hanno una soluzione, ma sono lì, belle dense.
Avrei voluto che mia nonna sapesse di tutto questo, o meglio, lo vorrei adesso.
Così, per presa conoscenza.
Come forse dovrebbero finalmente saperlo i miei, che faccio teatro da tre anni, che sono andato in scena tre volte con 'La Scoperta De L'America' e che ho scritto persino un monologo. E che sto lavorando su un copione di quattro atti.
Ma forse è solo ansia di riconoscimento, figlia della paura della morte. Chissà, almeno in questo forse fa bene.
Dunque anche sotto questo profilo è stato un successo, e magari anche l'aver diradato così tanto i miei post non è del tutto estraneo alla mia mancanza d'entusiasmo, che mi sento addosso come un veleno.
Perdere la voglia di raccontarsi, in fondo, non ne è che un sintomo.

Il 20 gennaio 2007 scrivevo che "Terra, Pioggia, Fuoco e Vento" è un marchio. Il marchio di un progetto da venire.
E non a caso il 2007 si è chiuso con un primo vero passo in questa direzione, la scelta di un primo socio, Valerio, di cui non vi ho scritto per mancanza di tempo. E forse non è un caso neanche questo.
Parlavo di "Una cooperativa di creativi". Progetti ambiziosi, ma che han cominciato a partire dal piccolo, dal mondo dei giochi da tavola. E son partiti confronti a proposito, poi persi e sospesi causa lavoro mio e di Jack Sbòrrow, e dell'Erasmus ispanico dello Spinacione.
E anche se nel 2008 questa macchina da guerra sembra essersi impantanata, io so che andrà avanti, coi suoi ritmi. Perché non si deve fermare.

Quello che forse avrei dovuto fare, e non ho fatto, sarebbe stato richiedere e ottenere maggiori commenti. Se da voi ne vengon pochi, avrei dovuto allargare il mio pubblico. Non centellinarlo, come ho fatto.
Ma la natura di sfogo, di blog quasi diario in cui emerge a tratti un me diverso da quello solito, magari più cinico, più innamorato della battuta, non so, mi ha sempre spinto ad essere restio.

Prendete Chiara, ad esempio.
Tempo fa, in preda all'ispirazione del momento, mentre andavo un martedì a laboratorio di teatro mi son fermato a prenderla.
Lei usciva da lavoro, zona piazza del Popolo, io avevo dimenticato il cellulare. L'orario di lavoro era da poco finito, e dirigersi verso il negozio poteva significare non incontrarla. L'unica cosa che sapevo era che prendeva la metro. L'unica era mettermi ad aspettare e sperare d'incontrarla. Mi sono anche dato un tempo massimo, ma finita la sigaretta - dopo essere corso appresso a un paio di ragazze che non avevo visto bene in faccia - sono andato a gettarla proprio nella piazza, e poi d'istinto ho tirato avanti. E me la sono trovata lì, con in mano le buste della spesa.
E' venuta, ha partecipato al laboratorio, ed è stata una bellissima serata.
Quando l'ho riportata a casa, tra una chiacchiera e l'altra, m'ha anche riempito di giocosi cazzotti - una cosa che, lei non sa, ho adorato. Perché c'era quella ingenua, spontanea complicità che rende speciali le persone.
Mi picchiava perché le avevo detto l'indirizzo del blog, e poi l'avevo confusa, facendoglielo dimenticare.
Perché sono mesi che lei setaccia la rete, con tattiche da hacker in erba, per riuscire a trovarlo. E a me piace da matti questo gioco. E non sa che, per trovarlo, basterebbe digitare "vania teatro ygramul chiara" per trovarmi in seconda pagina o "vania teatro ygramul pascarella" (lei c'era, a vedermi) per trovarmi alla prima! ^__^
O magari l'ha già trovato ma non mi dice niente...
E dire che praticamente le ho detto come fare quando siamo usciti insieme per festeggiare il suo autosiluramento, l'ultimo giorno di lavoro per gli schiavisti marca Timberland.
Siamo andati al belvedere di Monte Mario, all'Osservatorio. E poi ho provato a farla entrare scavalcando un cancello in una vecchia scuola elementare abbandonata, sempre lì in zona, ma c'era davvero troppa gente (compresi due tipi in un jeeppone a fianco a noi che stavano sicuramente facendo roba).
Perché non gliel'ho dato subito, l'indirizzo? (malpensanti!)
Ricordate quel post sulla festa di compleanno di Arianna, e quanti commenti erano partiti sul mio modo un po' velenoso di descrivere due tra le invitate? Ecco, è tutto lì.
Non ho dato l'indirizzo nemmeno ad Elisa, la nipote di Luciano da me compianto su queste pagine, nonostante sia una mia carissima amica. Perché non volevo che leggessero cose che... al di là del poter essere fraintese, potessero turbarle, non so, parti di storie non conosciute. Opinioni di passaggio che possono essere prese come fatti.
O magari che potessero ferirmi, smentendo cose che io qui scrivo e che penso in buona fede vere. O che mi piace pensare così.
Io qui, per quanto anonimo scrittore (anonimità fittizia per un buon 90% dei miei lettori) non sono un alterego al di là del giudizio. Sono io, carne ed ossa, e pensieri sbagliati.
Rompere un'amicizia per me sarebbe terribile, come brutta sarebbe un'incomprensione. Con molti di voi posso spiegarmi a parole: col Deso, col Digia spesso abbiamo anche discusso del blog. Ma non posso farlo con tutti.

Eppure questo sono io, e dovrei imparare ad avere il coraggio di farmi conoscere.
Anche così.

Questo non vuol dire che darò quest'indirizzo a tutti, ma dovrei applicarmi, come buon proposito, a diffondere il mio blog di più.
Voi, se trovate qualcuno cui interessa (come ha fatto il Deso a studio), fate altrettanto.
Sapere che qualcuno ti legge, quando scrivi, è importante.
Non sono mai stato uno che scrive per sé punto e basta.

E infatti la regolarità della vita quotidiana, il tran-tran dell'ufficio, mi ha aiutato a tenerlo in piedi. Non è un caso che vi scriva da qui. A casa, col computer connesso a internet che è in camera di mio padre, ed i genitori sempre tra i piedi, è sicuramente più difficile.
Ormai è ufficiale, da mercoledì firmo il contratto e mi trasferiscono d'ufficio: passo in Videoteca.
Curioso, per uno che a dicembre ha recitato la parte del commesso di videoteca che viene massacrato di mazzate.
Nuovi colleghi, addio ai vecchi che incontrerò solo al bar o nei corridoi.
Nuove cose da fare, nuove competenze, tristezze aggiunte. Il cambiamento a me mi fa star male.
E poi, anche tra gli studenti quelli che mi sentivo più vicini, entrati con me nel 2005, hanno finito e si sono diplomati. Restano altri, ma i nuovi mi sembrano una massa ostile di sconosciuti, potenzialmente privi di interesse.

L'assurdità delle cose che mi capitano mi ha fornito argomenti, e sono lieto di avervi divertito per quel che ho potuto. Conto di farlo ancora nel 2008, visto che è impossibile non me ne capitino di diverse!
Ad esempio, rimettendo a posto un quinto di scaffale di un armadietto, a casa, ho ritrovato un vecchio biglietto che mi avevano lasciato dal portiere quattro compagne di classe che mi erano venute a trovare.
Più o meno recitava così:
"Enrico, ti siamo venute a trovare affamate di sesso, con la promessa delle foto del superdotato, e tu non ci sei!!! Angela, Minni, Tania e Giorgia"

Ovviamente, si spiega col fatto che a scuola parlavo di una foto su computer di uno che ce l'aveva lungo quanto il torso (ce l'ho ancora quella foto, finta ovviamente), e non credo che fosse davvero del tutto onesto quanto scrivevano in quel foglio.
Però mi piace pensare che mi sto sbagliando. ^__-
Adesso, quanta gente tra i suoi ricordi può vantare un biglietto del genere?
^__^

Eccovi quindi svelato l'arcano del post da sei pagine precedente: essendo questo il post numero 100, non potevo mischiarli. Questo qui, doveva avere lo spazio suo.
Vi lascio, convinto che continuerete a leggermi, ormai siete assuefatti.


GrimFang