L'artista mescola il sangue con la terra, per generare sempre nuova vita...

Sarà sicuramente potente, la vita. Piuttosto dolorosa, a mio avviso, a volte sorprendente, sicuramente intensa, vibrante, indubbiamente da vivere. Sempre e comunque.

Sara Tenaglia

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento
Fire cup

giovedì 10 luglio 2008

Tegole

Ci sono momenti nella vita in cui le tegole precipitano da chissà dove e ti prendono tra capo e collo.

Proprio come la pigna che ieri è andata a schiantarsi sulla panchina a cinque centimetri dal mio ginocchio e a dieci da quello di Vincenzo, facendo un botto terribile. Un vero proiettile, che se ti piglia ti stende.
Se ti piglia, appunto.
Stavolta non ha preso me, ma gente cui voglio un mondo di bene.

La botta è arrivata con la chat di Gmail. Era il Digia, che mi scriveva a razzo su più righe una serie di notizie. Quindi è arrivata male, anzi, peggio.
Perché lì, mentre leggevo, alla terza riga c'era la notizia più bella che potessi aspettarmi.
Era lì, davanti a me, la leggevo e sentivo la felicità gonfiarsi nel petto, le labbra che si stiravano in un gigantesco sorriso, pronte a mormorare un rimbrotto muto verso chi quella notizia me l'aveva nascosta. E più la leggevo più m'immaginavo le facce, le emozioni, i sorrisi, e sentivo profondamente dentro di me, per empatia, la felicità e la gioia che provavano i miei amici. Anche se solo per un istante.
Ma in quell'istante vai avanti e leggi la riga successiva.
E cade la tegola.
Quello che pensavi ti rimane stampato sulla faccia, nella paresi di un sorriso che da gioioso è diventato agghiacciante parodia di se stesso. Il petto gonfio si cristallizza: sparito l'orgoglio resta solo il vuoto, tra pareti di cartapesta. E l'immaginazione, talmente vivida da renderti consapevole in pieno di quale portata possa essere stato l'impatto sui tuoi amici, diventa la porta dalla quale entra il vento che manda a male tutto ciò che c'era prima di bello. Il frizzante guizzo che ti sentivi nelle vene si fa solido e diventa veleno; il pensiero quasi commovente della notizia di prima diventa il crinale di un pianto che non esce, e che ti aiuterebbe a sfogarti un po'.
Dirlo ai colleghi che hai intorno aiuta, ma non basta. Non è la solidarietà di un viso amico o di un conoscente che può tamponarla: è la presa a male peggiore, quella che prima t'illude e poi ti disinganna. Devo mollare la postazione ed uscire a fumarmi una sigaretta.
Per metafora potrei dire che è come quando ricevi il regalo più grande che apri per ultimo; lo scarti, e dentro c'è una cosa che t'interessa nulla. Avevi delle aspettative grandiose, e ti ritrovi con un pugno di mosche. E improvvisamente, ti ritrovi a guardare con invidia gelosa i regali di tutti gli altri.
E' San Pietro che ti spalanca le porte del paradiso e dice
"Guarda! Questo è il Paradiso! ...ma non è per te." - e le richiude.
E' la gioia che va in cancrena.
E la coscienza di sapere che per loro è molto peggio peggiora le cose.

La giornata lavorativa passa in una sorta di anomica confusione, disorientato, nel pallone, in cui non è che ciò che avevo intorno avesse poi più molto senso.
Non sai che dire, non sai che fare, e non hai più voglia di fare niente. Te ne staresti volentieri in un angolo a compiangere te stesso ed i tuoi amici, e aspetti solo di andare a dormire. Due certezze le hai: come concorda Paolo, una simile pessima notizia se arrivava dopo era incomparabilmente peggio; e loro sanno che possono contare su di te, per quel che serve.
Anche se è retorico, però, dovresti dirglielo. Fargli sentire che sei vicino.
Ma, per parafrasare il cinema, ti senti nella condizione del
"E che te devo dì? ...E pure si te lo dico, che t'o dico a ffà?"
Ho provato a digerire la botta.
Non ho cercato la compagnia, ma il tabacco, la solitudine e il silenzio. Il cellulare nella mia mano ha formato un numero, ma non mi ha risposto nessuno.
Forse meglio così.
Non so se avrei trovato le parole.

Persino Momo, a mezzo chat, sulle prime non m'è stata troppo d'aiuto.
Lei, che la vita le sorride solo quando la scambia per un'altra e nonostante tutto è un concentrato d'allegrezza. Lei, che nella vita ha vinto bene perché non ritiene una cosa seria giocare per vincere. Lei queste cose non le capisce.
E chi le capisce?
Vuotare il sacco su quanto ci sia rimasto male m'ha aiutato ad affrontare meglio la giornata.
E poi, pian piano, Momo e altri m'hanno aiutato a ricordare, a tornare coi piedi per terra, nel mondo reale ch'è migliore di quello che c'immaginiamo.
A ricordare che lui, nonostante la caduta verticale e velocissima dall'altezza cui l'avranno spinto le sue aspettative, è, sarà e resterà sempre il cazzone che è, in grado di tirare fuori tutto il buono ed il bello in cui consiste il vivere e di condividerlo con gli altri. Che è e resta l'uomo in grado di rialzarsi e ricominciare a camminare nonostante le botte subite; che ha una fonte profonda di gioia da cui pescare a piene mani per farne una pomata da mettersi sulle ferite.
A ricordare che lei, cui il dolore deve aver dato una coltellata terribile, è, resta e sarà sempre la donna che cammina trotterellando col sorriso sulla faccia, la donna con una "serenità leonina" che la spinge avanti oltre gli ostacoli, piena di fiducia verso tutto ciò che viene e la attende. Che non rinuncia, che non si arrende; che ha un'altrettanto fonda risorsa cui attingere per colorarsi la vita.
A ricordare che si amano, che si sostengono l'uno con l'altra fin quasi ad essere invincibili l'uno accanto all'altra.
Ora che ci penso, somigliano maledettamente a questi due, dal film "Sky high"!

Ecco perché in fondo, nonostante la tristezza, sento che si è trattato di un attimo.
L'intrinseca vitalità che hanno non verrà meno. Nulla verrà meno.
A priori, a prescindere.
Vi voglio bene, ragazzi.


GrimFang

sabato 5 luglio 2008

Se qualcuno ruba un fiore per te...

...spiegagli la curva dell'inflazione.

No, dico, la benzina a Roma ha toccato vertici da capogiro - "nella misura in cui il prezzo delle uova"... ^_-
Sta a qualcosa come 1,547 o su di lì.
Ora, qualcuno mi deve spiegare perché il distributore a Cura di Vetralla davanti casa di Serenella la vende a 1,489 e persino quello Q8, che non è una compagnia indipendente come quello di Cura, in faccia a Porta Romana a Viterbo la fa a 1,479. A Roma sotto il muro dell'1,5 non si trova niente.
A me, questo fa incazzare: non si può certo dire che Viterbo sorga lungo le direttrici del trasporto stradale o ferroviario, no?
Allora com'è possibile che lì - dove la benzina arriva in autobotti che si fanno un mazzo così lungo strade tutte curve - il prezzo praticato al dettaglio venga così tanto meno? Cos'è, ci passa un oledotto sotterraneo? Sgorga direttamente dai pozzi?
Devo pensare che a Roma costa di più proprio perché siamo romani? Una sorta di pregiudizio razzista che ci vuole tutti ladri quindi ricchi, come vogliono Bossi e camicioverdisti? No, perché non mi pare che pure se vado ad Ariccia o Ardea il prezzo della benzina si abbassa a così tanto meno...
Io, visto che SO leggere e scrivere, il pieno l'ho fatto, all'andata a Ludika, e anche il rabbocco al ritorno. E mo' che ci vado martedì lo rifaccio ancora, non si sa mai. Chissà quando li rivedo, 'sti prezzi. Tuttora giro con la benza viterbese e pavento l'attimo in cui sarò costretto a tornare dal benzinaio...

Ludika è una sorta di strana magia.
Come vi dicevo, tutti gli anni parto stressato, nel panico, con un maledetto bisogno di riposare che so che per tutti quei giorni non avrà mai seguito. C'è da fare, sempre da fare, tanto da fare; e vigliaccamente ciascuno di noi ritaglia lunghi angoli di fancazzismo, che servono a staccare dallo stress, ma sono attimi consapevoli di quanto tu stia, in effetti, togliendo a Ludika. Chi, come me, non s'è ritagliato grosse competenze, si sente comunque salvo: non sono tagliato per fare il Mastro di Piazza o l'Imbanditore (^__-) e tutto quello che riesco a fare come compito o riempitivo è tanto di regalato. L'aver fatto, quest'anno, una lunga partita al gioco delle "asce svedesi" che abbiamo comprato a Giocaroma, m'è sembrato un bel momento. La gente si fermava a guardare quegli strani lanci di pioli di legno contro blocchetti di legno, quasi fosse una sorta di gioco delle bocce dalle regole strane... Peccato che giocare sui sanpietrini in discesa non sia l'ideale, che la partita sia durata a lungo e che le esigenze di piazza richiedessero di liberare il luogo entro una certa.
Per il resto, io invece sono una persona sempre disponibile. Cioè, attendo ordini: che ci sia una cosa da fare a S. Carluccio, montare le torce, avvisare qualche standista, fare il galoppino con la Tana o altro. E forse questa figura versatile è quella che serve di più in una simile manifestazione. E' per questo che siamo in tanti; i Ludykantes al gran completo, quelli di Elish... Sono pochi quelli che hanno specializzazioni, tipo Momar con l'impianto stereo o Vale ed Erika coi trucchi. O anche Kino che si fa tutte le parate perché ama la sua maschera da zanni. Io invece faccio, stacco, e mi fumo una sigaretta.
Quanto fumo, a Ludika.
Ed ogni volta che fumo, osservo. E mi godo la piazza.
Che siano i cinque metri scarsi del cancello del chiostro di S. Carluccio, o sia il vagabondare nel perimetro della piazza, da solo in silenzio o fermo a chiacchierare con gli amici e i conoscenti, è il mio modo di rendermi conto di essere lì, parte di Ludika.
Quest'anno mi sono tenuto parecchio in disparte, gustandomi un po' di più la solitudine, e la calma che ne consegue.
Ho evitato gli sguardi della sorridente e popputa biondina dello stand delle fate, suppongo per evitare di aggiungere ansie ad ansie, anche perché ho un vago ricordo di sapere che quella ragazza dall'aspetto attraente e dolce sta fuori come un balcone. Idem per le due trampoliere omonime, le Federica, che ci hanno raggiunto non ricordo più se venerdì o sabato (più probabile la seconda) e che hanno diviso i nostri spazi di dormitorio, in particolare il mio. Anche se la Federica dal viso più dolce continuava ad attirare i miei sguardi. Ma: no.
Ho tagliato il problema alla radice, e mi son dedicato ad altro.
Al massimo, ho provato a far passare qualche mal di testa e mal di pancia a Ludykantes vari, maschi e femmine. Sì, coi colori.
Diciamo che sono stato più serio. Un po' troppo.

Eppure, al momento di andare in scena venerdì, dopo un filaggio più serio per via del cazziatone del giorno prima, erano due le cose ad avermi calmato: il lungo ripasso personale, effettuato in solitaria, ad occhi chiusi sulla pagina precedente del copione che stavo ripassando; e la chiacchierata con Momo.
La chiacchierata con Momo perché mi ha dato quello che ricercavo prima dello spettacolo: i complimenti. Perché mi ha dato il metro di paragone con tutte le altre volte che mi son cagato sotto prima di andare in scena. E perché mi ha dato dei paralleli con quello che vivono tutti gli altri, lei in testa, e che io non sento di vivere.
Perché per me andare in scena non è vitale, né di fondamentale importanza. Non è un motivo di vita. Perché il mondo non mi si trasforma, non mi sento improvvisamente su di un palco, forse nemmeno al centro dell'attenzione; forse già più mi sento parte di un qualcosa di allargato, eppure non mi sento fuso nel gruppo.
O almeno, se accade, non lo percepisco, o non lo ricordo.
E allora, mi sono chiesto quando Momo s'è allontanata, perché lo faccio?
Perché vado in scena? Cosa cerco di ottenere?
Domandarmelo mi ha inevitabilmente calmato, spostando altrove l'attenzione.
Di sicuro una prima risposta è mostrare quanto sono bravo. Concetto assolutamente privo di termini di competizione che non siano con me stesso, altrimenti non avrei rinunciato così facilmente ad avere ruoli centrali. Certo, Fortunino è protagonista quasi assoluto de "L'amore degli Zanni", per numero di battute e presenza in scena, ma è stato il primo lavoro, di quattro anni fa. Da lì in poi ho avuto ruoli un po' più secondari, cercando di affinarli, magari, compatibilmente al tempo ed alle energie che potevo dedicargli, e cercando al massimo di... reggere il gruppo, caratterizzandoli allo stesso tempo con quelle particolari peculiarità che li rendevano miei, e unici. Come la vedéta de "I segreti di Viterbo" e la sua battuta in pseudo-venexian, che diceva "Ma voi i xe màti!!! Che mi, poderìa sèr 'lastico come la cortaxa rossa de n'albaro, ma me, g'ho ben presente ne la testa la fin de un oeuf sbatù giò par tèra!!!".
Persino nello spettacolo di questo anno, il ruolo di regista come Momar - centrale per la trama, non come numero o lunghezza di battute o di presenza in scena - non l'ho scelto io, ma mi è stato assegnato d'ufficio, dietro insistenza di Momar.
Mostrare quindi quanto sono bravo e ricevere applausi di conseguenza, dunque. Ricevere plauso e riconoscimento, a testimonianza che questa è una cosa che so fare bene. In passato, m'è stato anche gridato durante lo spettacolo quant'ero bravo. Certo, sbagliando il nome, ma questo è secondario... ^__^
Eppure...

Anche se la mia è una lotta individuale per emergere ed al contempo sostenere il gruppo, tutti i martedì passati a fare laboratorio, non sono forse anch'essi parte di quest'andata in scena e di tutte le successive? Non c'è forse un ruolo che io stesso mi ritaglio ogni giorno nel succedersi delle prove, delle settimane?
Non è dunque possibile che anche per me invece andare in scena sia vitale, non foss'altro per riempire di senso l'investimento di energie e tempo e denaro di un percorso lungo un anno?
Non sarà forse che sono solo troppo emotivamente distaccato per avvertirlo?
Divertirsi, diceva Momo, pensare che siamo lì, in quest'atmosfera magica e caciarona, tutti insieme, a condividere difficoltà e disagi, entusiasmi e fallimenti; che lasciamo il resto del mondo, il trantran quotidiano dietro, alle nostre spalle, e che ci consentiamo questa bolla miracolosa ed infantile, con cui giochiamo, danziamo, cantiamo, prima di ritornare per forza di cose più ricchi alle nostre esistenze.
Ecco, io non riuscivo a sentirla. Non bene.
Momo mi chiedeva a questo proposito, in quali momenti mi sentivo felice. E non sapevo risponderle. Poi, piano piano, uscivano fuori degli attimi lucidi: una chiacchierata con Polpaccini, uno stendardo ghibellino che sventola...
Forse non più con le forze di un tempo, e con gli acciacchi dell'età, del dormire scomodo, dell'aver ridato a Federicone il suo materassino ed essermi arrangiato con dei cuscini trapezoidali di un divano col risultato di essere scivolato per tutta la notte verso il lato basso a sinistra... Dell'aver comprato un paio di Superga sabato al negozio di Andrea, di esserci andato a far la spesa senza calzini e di essermi rimediato due brutte vesciche ai mignoli...

Ma quando siamo andati in scena venerdì sera, tutto ha preso una piega diversa, lasciando le storture alle spalle, e donandomi di nuovo una testa senza pensieri.
Due anni fa andammo in scena dimenticando nello spogliatoio la rete da pesca che dovevamo aprire e distendere nella prima scena. Ce ne rendemmo onto lì e rimediammo con la "rete invisibile" proposta da Martina: che funzionò meglio, e ci regalò per assurdo la tranquillità di sapere che potevamo sbagliare, che eravamo tutti sulla stessa barca e che in fondo non bisognava a tutti i costi remare ciascuno dalla sua parte.
Anche quest'anno è andata così, perché alla prima scena, tutti in coro, senza esitazioni, abbiamo sbagliato canzone.
Un'altra. Che veniva solo molto dopo, ma che aveva la pecca di essere stata cantata e stracantata perché era diventata su indicazione di Vania, beh, su abuso di Vania, una sorta di jingle di Ludika.
"Un evento medievale colorato come un giullare", appunto.
Ma abbiamo toppato tutti, e in pieno, e abbiamo capito che eravamo sulla stessa lunghezza d'onda, e che potevamo anche mandare in vacca la serata perché non avremmo sbagliato nel recuperare. Ed è stata una grandissima serata. Io che, nei quattro giorni di Ludika, sono andato avanti a Gatorade e similia, scoprendo nella Ludykantes Martina una consimile che poteva anche fungermi da pusher d'integratori, quella sera non ne ho sentito il bisogno; m'è bastato un po' d'acqua. E quando siamo ritornati in piazza, dopo il debriefing (la riunione post spettacolo abituale) e dopo la chiusura che non voleva chiudere la giornata, con le fiammate di gioia dei nostri mangiafuoco Ludyka e Ludykantes e soprattutto il BONGO del Roscio, che Dio l'abbia in gloria - che ci ha riportati alla non-chiusura della V (o VI?) edizione di Ludika, la più bella in assoluto - io ero leggero come non mai. E anche grazie a un paio di bicchieri di vino mi sono gustato la spelndida sensazione di trionfo che avevo in corpo, centellinadola e sezionandola pezzo a pezzo grazie all'avviso di Momo.
Quand'è che sono felice?
Adesso.
Perché?
Perché ce l'abbiamo (noi, e non solo io) fatta.

Dentro si festeggiava, fuori si festeggiava.
Si suonava in piazza, poi nel chiostro per far sgomberare la piazza, poi nuovamente fuori per non rompere le palle nel chiostro.
Fuori, con la chitarra, si spostano i Ludykantes a seguito del menestrello dalla rima improvvisata e baciata, col physique del rubacuori e l'accento di Baulàgna, simpatico e schivo. Gli irriducibili del "batto con qualsiasi cosa purché si continui a fare musica", gomito già alzato da tempo e testa in trance, non consentono al Roscio di uscire col bongo, pena il doverlo dividere con questa manica di a-ruotati in apparente crisi d'astinenza. Suonano con le stecche per terra, sulle bottiglie, ampolle, sanpietrini, e persino sul secchio di metallo che giungerà a fine serata deformato.
Ma oltre agli Afterhours, Bandabardò, ai classiconi come Contessa in versione MCR, a Guccini appena accennato... è la taranta improvvisata a stregare.
Infinita, lunga, elettrizzante, piena di energia.
Io sono in serata, sputo rima baciata su rima baciata, Alessio è tarantato, ma ha problemi a sciogliere la rima e s'impappa, però combatte perché vuole a tutti i costi partecipare. Come nelle migliori tradizioni di sfide di poeti cantori tra me e Pierre menestrello parte un botta e risposta in cui tra galanterie e ironia diventa centrale oltre alla figura della donna una bottiglia di vino che ci hanno lasciato. E trinco, trinco mentre canto, preoccupatissimo quando le botte di percussione del ragazzo alla mia sinistra, assatanato, rischiano di rovesciare la bottiglia. E mi sento più leggero, e innamorato della vita. I Ludykantes si spaccano dalle risate - ecco, questo è un momento magico - e mi ripassano la bottiglia ogni volta che cerco di liberarmene; ed io canto anche di questo, con versi come "e se non volete che mi rovino / a questo cantore togliete il vino", ma anche "amico vi consegno questo dispaccio / passate la bottiglia che ci rifaccio". ^__^

Finita la bottiglia e la taranta, chiusa da me con un paio di versi sulla lunghezza del brano, e da Pierre con un'ultimo verso efficace, mi sono ritirato al chiostro, recuperando il secchio e le bottiglie su cui suonavano gli ultras delle percussioni. Dentro tra Ludyka e Ludykantes c'era una chiassosa confusione che mal s'addiceva al mio stato d'animo, così sono tornato nel cortile interno.
Mi sono sdraiato su di un tavolo della gastronomia, nel chiostro, a guardare le stelle.
Cercavo di richiamare alla mente il cielo di Heidelberg, tanti anni fa, quando mi sembrò di precipitarci dentro, mentre ero sdraiato sul tavolaccio di un campeggio.
E quando è venuto Polpaccini l'ho invitato a fare altrettanto.
E quando è venuta Momo, anche lei.
Ed eravamo in tre, i tre più fusi di Ludika, ciascuno a modo suo, a ricercare la poesia laddove ancora c'è spazio. E a ridere, ridere, ridere chi più ne ha più ne metta. Complice anche il fatto che - io in mezzo - se Polpaccini parlava, Momo non sentiva, e viceversa, quindi io facevo da passaparola.
Poi sono arrivati gli altri e dalla poesia e dalla filosofia esistenziale e tutti gli alti argomenti della vita s'è passati alla politica. Discussione coinvolgente e appassionata, in verità, ma che ha decisamente chiuso la serata, mandandoci tutti a nanna contenti dopo aver spillato ancora qualche bicchiere di vino alla spina.

Sabato mattina, mi decido a farmi una 'doccia' a secchiate nel chiostro, come avevano fatto un paio di noi il giorno prima. Adesso ricordo meglio: Momo è salita giovedì, e durante il nostro spettacolo a piazza S. Carluccio spiegava al pubblico che cosa stava accadendo, inventando di sana pianta, tanto che per lei nel finale lo Zanni ha vinto (mentre invece veniva inghiottito dal Drago), perché "l'amore vince su tutto". ^__^
Ah, come si vede quando una donna è innamorata! =)P
Le trampoliere invece sono salite sabato, col cane.
Ed è stato venerdì sera che tutti si sono radunati su nella saletta-dormitorio Ludyka a decidere che film vedere tra quelli che aveva portato Vania, come fa tutti gli anni. La scelta era caduta su "Omen", che m'impressionò assai da piccolo e che ho evitato di vedere ritirandomi a nanna dopo i primi quindici minuti.
Comunque, la battaglia campale era domenica e non sabato, quindi sabato era più tranquilla degli altri anni. Ed in più era il compleanno di Momo, che la sera avremmo festeggiato alle pozze. Quindi era più una giornata da dedicare allo svago.
Il pomeriggio in piazza con Gabriele, Polpaccini e un altro paio di Ludykantes ci siamo sfidati alle asce svedesi, poi c'è stata un'operazione stile James Bond per raccogliere i fondi e scegliere il regalo per Momo.
Infatti, l'ignara fanciulla, nei giorni precedenti con più d'uno di noi s'era lasciata andare - in maniera completamente ingenua - ad apprezzamenti nei confronti di diverse mercanzie presenti sulle bancarelle, ed anche a qualche commento sul genere "sto ancora troppo dentro al clown [da quel mondo proviene] mentre vorrei entrare di più nel giullaresco", di cui puntualmente ciascuno di noi aveva preso nota mentale. Ad esempio io avevo notato che le piacevano un paio di scarpe di cuoio medievali - e vista la frase di cui sopra sembrava particolarmente azzeccata come scelta - ma il prezzo le cassava dalla scelta. Momar e Federichino erano stati invece testimoni d'altro e quindi, mentre la fanciulla era impegnata nella stesura degli indovinelli per la caccia al tesoro per i bimbi [nella quale avrei fatto il Magister, chiedendo le casate corrispondenti a quattro bandiere rappresentate alle mie spalle] io e Momar in punta di piedi risolvevamo la questione regalo, infilando il voluminoso pacco sotto la mia veste a mo' di panza.
E poi, di nuovo il momento dello spettacolo, stavolta però non dopo quello del Ludykantes, bensì dopo quello di Saltymbanco e di Yogurt. E risalgono i ricordi di Granada...
E dire che martedì, in un lapsus, avevo anche chiamato Grazia (di Yogurt) Cristina; che era sempre una ragazza di Yogurt che però quest'anno non partecipava. Vedere tutte quelle facce conosciute a cena, che non vedevo da quasi un anno; anche quelle facce 'piacionicamente corteggiate' all'epoca del viaggio in Spagna, prima fra tutte Barbara di Saltymbanco, che mi ha regalato ETo, appeso nella mia macchina... E non poter dar loro che un attimo di sfuggita, perché sempre preda del panico da mancato ripasso.
Rosicare all'idea di non vedere il loro spettacolo (quello di Yogurt almeno l'avevo visto a teatro martedì, dopo il nostro), e allo stesso tempo preoccuparmi che, dietro disposizione di Vania, si sarebbe fatta una parata per portare gente a quello di Yogurt - preoccparmi perché da qualcosa tra le righe avevo intuito che si correva il rischio di restare incastrati lì, senza poter tornare a fare memoria, filaggio e tutto...
...come puntualmente è avvenuto per me e Valentina, e forse anche Martina. In tre, a tenere la gente dietro una linea immaginaria della piazza, e nel caso del sottoscritto anche a fare da 'maschera' nel senso di comunicare alle persone la presenza o meno di posti liberi e a cercare di far diminuire il rumore (impossibile)...
E anche a fare una piccola cosa segreta.
A dare loro tutto il mio supporto energetico, perché portare "Gli uccelli" di Aristofane in piazza a Viterbo è una sorta di andare-al-massacro che ero sicuro, guardandoli, tutti loro avessero ben presente. E invece se la sono cavata, alla grande. Io ho fatto quel poco che potevo.
Poi tutti di corsa indietro, per fare la nostra parata, raggungere piazza San Pellegrino e fare la replica del nostro spettacolo della sera prima. Anche questa è andata bene.
Forse con qualche buco o svarione, ma nel complesso positiva.
E quando s'è fatta la riunione post-spettacolo, voilà!
Tanti auguri a Momo e un regalino piccolo ma prezioso che passa nelle sue mani: lo scarta, è una statuetta di un elfo su di una lumaca. E' commossa, ringrazia, ma ancora non sa che ha a che fare coi sottoscritti, che quando decidono di essere generosi sanno veramente imbroccare!
E tah-dah! Secondo regalo per Momo, sembra una forma di pane, vista la busta, ma dentro si nasconde un attaccapanni di terracotta... a forma di viso distorto di clown... sulla quale aveva sbavato per ore... ^__-
Momofelicità, e mancano le parole. Anche perché lei il giorno dopo parte che la sera va in scena a teatro a Roma, ed ha pure saltato le prove palco (ve l'ho detto no, che s'è addormentata in scena). E questo regalone le mette su un bel po' di carica, e si vede lontano un miglio ch'è tutta contenta.
...Momo... mo' te lo posso dì: a me quell'attaccapanni proprio nun me piace. ^__^
Ma l'importante è che sei contenta tu!

Poi, il tempo di organizzarsi (infinito) e alle pozze - orfani di quanti, tra Yogurt e Saltymbanco, ci avevano già abbandonato. Partiti appena in tempo per non vedere la rissa e la devastazione del bar lì vicino alla piazza ad opera di uno sciroccato ubriaco. E forse pure fatto. Quando siamo tornati sembrava ci fosse passato un uragano...
Alle pozze, a parte Rauros col suo casco di cocomero e un paio di barzellette tra Federicone e il Roscio (si sentiva la mancanza di Jack Sbòrbs), è stata un po' sottotono. C'erano tre ragazzi di nazionalità sconosciuta che rompevano il cazzo facendo bravate - e forse si sono pure fatti male, ed era difficile costruirsi un'oasi tranquilla, o per me trovare qualcosa d'interessante da fare oltre allo stare a mollo punto e basta. Tanto più che le vesciche bruciavano e non c'era verso di non farsi colpire la più dolorosa, quella sinistra, da chiunque mi passasse a fianco.
Così siamo usciti, cornetti notturni in un bar diverso dal solito perché quello apre più tardi, Said il marocchino che cerca compagnia e imbrocca con dieci ore di anticipo il vincitore degli Europei e quasi quasi anche il risultato (diceva 2-0, e per quasi tutto il lunedì sono stato convinto che fosse andata così), e poi a S. Carluccio, a nanna. Beh, per quanto possibile perché il cane delle trampoliere lo abbiamo fatto innervosire e abbiamo fatto una certa qual... cagnara.
Il giorno dopo si cerca di levarsi di dosso lo zolfo, e di prepararsi spiritualmente alla battaglia campale.
Quest'anno avevo proprio deciso: non lo faccio lo stendardiere ghibellino. Basta. Troppa fatica, troppi acciacchi.
Il giorno prima a pranzo mi avevano lanciato una bottiglia d'acqua che non avevo afferrato bene: il tappo mi sguizza tra le dita e rimedio una bella vescica sull'incavo dell'indice, proprio dove avrei dovuto tenere la bandiera per tutta la parata. In più, scopro che mi sono - chissà quando chissà come - ustionato entrambe le spalle. Sto una pecetta.
Vania e non solo lui ripetevano "tanto lo dici ogni anno, poi finisce sempre che lo fai"...
E l'ho fatto anche quest'anno.
No, dico, assurdo. Lo pensavo anche mentre mi proponevo, anzi, confermavo direttamente a Serenella che l'avrei fatto. Ma perché?
Ok, i debiti intestinali li avevo saldati la mattina prima, e in qualche modo astruso mi sentivo più riposato, anche per merito delle pozze. Ma perché questo insorgere all'ultimo secondo di uno spirito di appartenenza alla bandiera, o qualsiasi altra cosa fosse?
E scoprire poi che il generale ghibellino quest'anno sarà Federicone, che manda spesso e volentieri le cose in caciara... e che il palo scelto per il mio stendardo è una canna di bambù tagliata a punta, che alla prima occasione potrebbe conficcarmisi nell'anca...
Ma non c'è niente da fare.
Sfilare in parata reggendo lo stendardo e facendo un paio di quei giochi da stendardiere cui sono arrivato a naso, facendo schiattare d'invidia i guelfi perché loro non hanno un portabandiera che ci riesce... Eh, sò soddisfazioni.
Ed anche sentirmi ufficiale, con un piccolo nucleo di uomini ai miei ordini, e correre sul campo lanciandomi alla carica, riscuotere gli applausi del pubblico, provare l'adrenalina di vedersi venire incontro un fottio di guelfi e avere al tempo stesso la lucidità di decidere rapidamente per il meglio... è la mia mente strategica che si appaga. Come l'anno che inventai le parole d'ordine da gridare per mascherare i movimenti della mia squadra: quando i guelfi ci sentivano gridare "Aquila! Falco! Onda! Onda! Onda!" e andavano nel panico...
Ed anche vincere nonostante i guelfi barino ogni anno è una soddisfazione.
Ma alla lunga questo stato di cose dà anche amarezza.
Per cui, quest'anno, ho barato io, e non mi vergogno ad ammetterlo.

I guelfi erano di più, molti di più, mezza volta di più. Noi poco più di una ventina, loro circa trentacinque. Come TUTTI gli anni.
Perché non vengono contati, suppongo, tutti quelli che non hanno bisogno di un costume perché hanno il proprio, e si presentano direttamente in piazza per combattere coi guelfi.
Ma non solo erano di più, il loro stendardiere non c'era, quindi s'è offerto Massimo (Ludyka) di farlo. Ci siamo accordati tra noi per le regole degli stendardieri (tre colpi ricevuti e molli lo stendardo ma non muori, non sei armato), e poi siamo partiti in parata. A Valle Faul, luogo dello scontro, il loro stendardiere tradizionale aspettava, ed ha rilevato il posto di Massimo, senza aver discusso nulla con me.
Così, quando nella furia della battaglia m'hanno colpito tre volte e stavo per cedere lo stendardo, ho visto di fronte a me il loro stendardiere armato di mazza in mezzo a un nugolo di ghibellini che lo stava colpendo.
"Ma tu quanti punti hai?!" - ho detto, mentre il mio pugno si serrava come acciaio sul mio stendardo.
"Nessuno, sono immortale!" - mi ha sorriso.
A quel punto non ci ho visto più e dopo avergli gridato in faccia che noi non dovevamo avere armi, ho finito di contare e ho gridato "VITTORIAAA!!!" facendomi largo tra i ghibellini, per andarglielo a gridare in faccia a tutti i guelfi che avevo davanti.
"VITTORIAAA!!! VITTORIAAA!!! VITTORIAAA!!!"
Dopo, le loro facce incredule, sorridenti e confuse, mi avrebbero fatto un po' dispiacere, ma lì per lì ero un animale, mi sentivo di poter vedere la mia faccia terribile un palmo davanti a me, come vedendola dall'interno, con tutta la gioia malvagia del sapore della vendetta, della rivincita. Mi hanno fatto strada, senza sollevare un dito, mentre correvo a sventolare il mio stendardo e gettavo a terra con disprezzo il loro, saltandoci anche sopra diverse volte.
L'aver barato è consistito soprattutto nel non aver contato il segnale "Morte" che gli arbitri dovevano dare per poter iniziare a contare i colpi subiti. Infatti loro non lo avevano dato, eppure noi avevamo conquistato lo stendardo nemico. Com'è possibile? Se non devi contare i tuoi tre punti, perché cedere lo stendardo? E poi, quando cazzo lo danno 'sto segnale? Là sotto ci si pistava come fabbri (ma era soprattutto scena) ed abbiamo fatto avanti e indietro nel campo di battaglia almeno un paio di volte...
Ad ogni modo, i pupi guelfi ovviamente non ci stanno (col senno di poi anche perché era durata poco) e chiedono di farne un'altra, subito subito. A me mi girano talmente e mi rode così tanto il culo, che dico chiaro e tondo che per quel che mi riguarda possono pure andarsi ad impiccare.
Tra l'altro, vicino a me, c'è un'altro ragazzo di identico umore - forse è pure un guelfo, non lo so - che si lamenta del fatto che per ore sono stati a istruire gli eserciti su in piazza e a spiegare che non ci si deve buttare contro gli scudi avversari, né tantomeno fare delle cariche con gli scudi a schiacciare gli avversari, e poi in campo "passi la prima, passi la seconda, ma alla terza me sò rotto il cazzo". Ed ha fatto una carica di scudo.
Ecco, vengono da me Federicone e un altro paio di persone, cercano di convincermi. C'è anche Andrea, che fa il generale guelfo (capirai, tra lui e Federicone, si rischiava che s'incontrassero al centro del campo e si mettessero a giocare a briscola! ^_^), mi chiede di rifarla così, gli eserciti per cazzi loro e solo un duello cinque contro cinque, tra generali, corpo di guardia e stendardieri. Vabbè, mi dico: vogliono vincere, e non la smetteranno finché 'sto cazzo di stendardo non ce l'avranno loro e potranno gridare "ho vinto, ho vinto!" anche quest'anno. E siccome le polemiche mi fanno il sangue amaro, dico "vabbé, famo contenti 'sti regazzini" e vado.
La scena è talmente farlocca che sembra di polistirolo. Federicone e Andrea combattono tipo rallenty, anche la guardia scelta, ma almeno si vede che stanno lì per divertirsi. I ghibellini hanno ovviamente la peggio - e sembra proprio fatto apposta - ma in fondo storicamente andò così, e per quanto mi riguarda a 'sta botta abbiamo vinto. E poi, cinque minuti prima quando ho spiegato ch'era successo lo stesso generale guelfo m'ha detto "hai fatto bene".
Solo, non mi quadra perché il loro stendardiere non sia fra i cinque che fanno la singolar tenzone, ma in mezzo a una ventina di guelfi che fanno muro con gli scudi, a cerchio, in una scena che ricorda da morire tante illustrazioni fantasy, ed anche qualche scena de Il Signore degli Anelli, mi sa.
E non mi quadra nemmeno perché, visto che era uno scontro cinque a cinque, lo stendardiere avversario mi indichi e dica ad uno dei ragazzi guelfi "vai, vai!!!". Ma gli eserciti non dovevano stare per cazzi loro? Non dovevo cedere la bandiera al generale avversario? Barate pure su questo, barate?!
MAVVAFFANCULOVA'.
Aspetto i tre tocchi e poi mi butto per terra, lanciandogli lo stendardo in modo da restare con la mano tesa alzata e diagonale. Non se ne accorge, peccato. Chissà se a Viterbo mandano a quel paese con lo stesso gesto. Ormai, quello che domina è l'istinto 'sti cazzi.
Qualcuno ancora non pago continua a scaramucciare anche dopo che la battaglia è finita.
In finale, nessuno s'è fatto male quest'anno, ed è già una vittoria. Ma l'amarezza per la reiterata viltà e infantilità dei guelfi mi ha lasciato un sapore molto più acido di tutti gli altri anni. Eppure, eravamo meno, peggio organizzati e abbiamo vinto. Avrei dovuto essere esaltato, pensare che allora esiste una giustizia al mondo; che l'orco gigante ha confidato troppo su se stesso e la sassata di Davide l'ha preso in centro pieno... E invece stavo lì a rodermi il fegato pensando all'ingenuità con cui, ogni anno, mi aspetto che giochino secondo le regole, come abbiamo sempre fatto noi - e spesso vincendo.
Sogno il giorno in cui, ad eserciti schierati in Valle Faul, al mio segnale si palesino, inaspettati, più di cento ghibellini armati e vestiti di tutto punto, con tanto di generali a cavallo. Lo spettacolo ed il colpo d'occhio di vedere i ghibellini almeno cinque o sei volte tanto i guelfi. Fargli provare, per una volta, cosa vuol dire vedersi in pochi contro un esercito di tre-quattro volte te di fronte.
E poi, togliersi la porca soddisfazione di giocare secondo le regole.
Ringraziando la Ludykantes Martina, che mi ha portato nella sacca i tre Powerade che le avevo commissionato di comprare a inizio sfilata, mi sono riportato con le auguste chiappe a S. Carluccio. Avvelenato, ma anche dispiaciuto - soprattutto per quel poveraccio che aveva tutto il diritto di strapparmi lo stendardo e che non me l'ha strappato.
Continuando a ricevere la comprensione dei guelfi cui esponevo il mio punto di vista, ho impiegato il pomeriggio a cercarlo, 'sto tipo. L'ho trovato quando già avevo indosso la maschera neutra con cui fare la parata per lo spettacolo dei Ludykantes ed il nostro a seguire. Gli ho riferito in fretta le motivazioni ed il mio rammarico, ma alla fine è suonata più come quello che ha barato, lo sa, ed ora c'ha i sensi di colpa e ha paura che gli altri ci vadano in puzza.
Beh, 'fanculo alle dietrologie. Io quello che dovevo dire l'ho detto.
Anche se da dietro una maschera bianca e inquietante che lasciava vedere solo i miei occhi e la parte bassa della bocca. ^__^
Lo spettacolo, il nostro, è stato ridotto all'osso.
Nemmeno una mezz'ora. Meglio così, eravamo stracchi.
E poi, doveva essere una sorta di pout-pourri di tutti i nostri spettacoli - in particolare i due che non ci ricordiamo affatto - e in un certo senso lo è stato; tra buchi, lacune e tanta voglia di far bene anche se non ci ricordavamo un cazzo. Andati in scena senza ombra d'interruzione tra lo spettacolo Ludykantes e il nostro, ce la siam cavata egregiamente, visti i presupposti.
E poi, non ve l'ho detto, ma per due giorni siam andati 'a cappello', ovvero a fine spettacolo abbiamo chiesto il contributo del pubblico. E se alla prima sera ne avevamo fatti un po' meno di 150, alla seconda ne abbiam fatti 171, di euro! Di cui una parte è stata spesa per farci bere e festeggiare!
Tutti con la birra, io col vino.
E' un po' che la birra non mi attira.
La voglia di partire latita, io devo accompagnare Valentina, Alessio e forse qualcun'altro, ma c'è da caricare la macchina, quindi dovrò passare a teatro... Però vorrei fare un po' tardi. Certo, Valentina il giorno dopo si alza alle 6:30 che deve andare a tenere i bimbi al centro estivo... e scalpita. Meno male che riusciamo a piazzare Alessio su di un'altra macchina e così accordarci per passare a teatro con calma, il lunedì.
Bevo vino, chiacchiero, mi saluto quattro volte con Polpaccini.
Valentina scalpita sempre più irrequieta, io vado a prendere la macchina, la carico. Erika mi lascia intravvedere la possibilità di restare ore a discutere su cosa mi devo caricare io perché in macchina a lei non entra, quindi mi affretto a mettere più roba possibile prima che lei prenda la macchina e si faccia i conti sulla sua reale capienza. E quindi, via!
Signori, durante il viaggio di ritorno Vale ha dormito ed io ero schifosamente brillo.
^__^
Non le ho detto niente, solo il giorno dopo gliel'ho confessato! ^__^
Gli ultimi chilometri me li son fatti con colpi di sonno continui, vedevo i led rossi degli stop delle macchine davanti che da due diventavano uno...
Sono arrivato a casa per miracolo.
=)P

E così si è chiusa l'ottava edizione di Ludika.
Si è sentita la mancanza di Jack Sbòrbs, del musico col suo stand di cappelli e la moglie, ed il vino di miele che ci piaceva tanto. E' ora che ci penso che ne sento appieno la mancanza.
Sua, non del vino.
Ma il ritorno del Roscio ci ha restituito qualcosa del passato.
GrimFang

venerdì 4 luglio 2008

I pavoni a San Pietro

Devo coniare un nuovo termine: momerie.
Letto alla francese, momrì.
Ovvero, le cose alla Momo: confuse, disordinate, caotiche, ma sempre piene d'entusiasmo, eclatanti, vitali; prive di punti di riferimento, tali che se s'inceppano un momento la frase successiva non può che essere un "Eh?" espresso a chi le parla.
Questa qui s'è addormentata in scena sul divano... Leggete qui. No, dico, come fa a non essere adorabile? Ci mancava solo che si mettesse a russare! Pensa che scena! E sono sicuro che c'avrebbe improvvisato sopra, trasformando il suo personaggio in una narcolettica!!!
^__^

Se non fosse stato per Momo, forse la strizza pazzesca che avevo venerdì prima dell'andata in scena non sarebbe passata.

Ma prima c'è una doverosa, e lunga, nota a margine: ieri sera sono andato alla festa di Mario, uno dei quattro autori originali di Elish. Alla 'fattoria' in vicolo del Gelsomino.
Non avendolo mai sentito nominare in vita mia, l'ho cercato con GoogleMaps e... ho scoperto ch'è dietro casa mia. Intendo nella parte di Roma che in assoluto conosco di più: esattamente dietro alla mia scuola elementare, in un punto che ho sempre pensato essere un piccolo spiazzo che finiva lì. E invece, dalla panoramica dall'alto ti rendi conto che c'è tutta una zona estesissima, che giustamente racchiude lo spazio tra la Gregorio VII e l'Aurelia, alle spalle dei complessi residenziali davanti a Villa Pamphili... Terreni che per me erano il muro di canneti incolti ed erbacce selvagge alla fine di via della Cava Aurelia o dietro lo sfasciacarrozze che confinava con la rete del nostro giardino scolastico. E invece... Invece scopri che c'è questa cazzo di via che s'inerpica, tortuosa, fino ad arrivare in cima, fino a sbucare in una zona che sa tanto di palazzo nobiliare romano fuori porta dei primi dell'ottocento, coi suoi giardini dai viottoli lineari...
E ancora di più lo stupore di chiedere a papà "Ma te lo sai dov'è vicolo del Gelsomino?" e sentirsi rispondere "Sì". Per scoprire che lo sa solo in quanto ha partecipato ad una di quelle visite guidate dei parchi del quartiere, dove li hanno portati alle fattorie...
E allora cogli la palla al balzo perché tu devi proprio andare ad una di queste 'fattorie', ma non ottieni indicazioni utili... perché non sai quale. La laconica risposta è tiri dritto finché non la incontri.
Così vado, volto sul vicolo del Gelsomino e c'è un bel cartello proprietà privata. Ma c'è anche una fiaccola a terra, la sbarra è alzata... Se il posto l'hanno affittato magari si può entrare. E poi, se la fattoria è su, non posso certo parcheggiare qui e poi sciropparmi la salita fino all'Aurelia!
Solo che, una volta più dentro, quando la strada comincia a farsi stretta e sterrata, un legittimo dubbio mi assale, e resto fermo di fronte alle cancellate in legno con la scritta parcheggio, la transenna conscritto procedere a passo d'uomo, le due possibilità di svolta, la fiaccola che invita a proseguire e la casa con le luci accese dietro di me, dove potrebbero stare facendo la festa oppure una famiglia che non c'entra niente sta consumando la cena. Al telefonino non rispondono, ma sento una porta sbattere, e poi dal nulla sbuca una vecchina che m'informa delle indicazioni per la festa. Arrivo su, volto, supero una roulotte con gente che ci abita dentro e mi dirigo verso una tettoia illuminata con sotto dei tavoli. Sono lì.
Saluto Mario, Mara ch'è di nuovo incinta dopo aver avuto Martin un paio d'anni fa, e scopro ancora di più l'assurdità di questo luogo. Perché a pochissima distanza da casa mia, dal Vaticano, da San Pietro, c'è una collina verde e selvatica dove ci sono... capre. Cavalli. Animali da cortile. Pavoni. No, dico, tra l'Aurelia Antica e la Gregorio VII!!!
0__0

Arrivo, e sono lì in pochi: conosco solo Mario e Mara, e Veronica - che a dire il vero ricordavo di conoscere, ma non il nome o le circostanze - e con loro mi fermo a chiacchierare. Comprendo subito che c'è qualcosa che soprattutto Mara cerca di farmi capire a proposito di Veronica, come se fosse grave il fatto di rammentarla poco. La guardo mentre tiene in braccio il bambino di tre mesi, Iacopo, e finalmente Mara mette in chiaro le cose. Indica Iacopo e fa
"Ma te l'hai mai visto il figlio di Angelo?"
Equazione rapida e shock anafilattico. QUELLO è il figlio di Angelo. Veronica è sua moglie. Oh, cacchio!!!
Sapevo, perché me l'aveva detto Emiliano - che sarebbe sopraggiunto più tardi con la ragazza (di cui continuo a non focalizzare il nome perché è simile a Chiara, forse Clara) - che aveva avuto un figlio; e sapevo che s'era sposato in chiesa (Angelo!!! 0__o) perché proprio il giorno delle nozze lo avevamo invitato alla festa di compleanno di Arianna, e quindi c'eravamo risentiti. Ma vedersi quel frugolino minuscolo in carne ed ossa davanti, realizzando all'improvviso... ^__^
Dicono che ho vacillato! =)P
Ho ballato "la break sul posto per un attimo", come hanno descritto in seguito a Emiliano.
E trenta secondi dopo me n'hanno appioppata un'altra di notiziona: in questo momento in cui scrivo Simone s'è appena sposato. Con la mamma di Margherita, sua figlia? Nooo, si son mollati da tempo. Con Lorella, la mamma del suo secondo figlio, Valerio.
Cavolo, almeno dalla parte dei fuoriusciti del primo gruppo di Elish (Silvio compreso, cui è nato da un po' Federico) sta diventando una nursery.
^__^
Così, s'è fatto un po' il punto delle notizie su tutti gli amici di allora: io e Vania siamo diventati zii, Simone ha due figli e s'è sposato oggi, Mario e Mara aspettano il secondo dopo Martin, Anelo dopo essersi sposato ha avuto Iacopo, Cesare sta crescendo Kariya che era già nato all'epoca quindi adesso ha superato i dieci anni, Emiliano e Mario stanno scrivendo una serie tv da proporre a grosse case di produzione, Taiyo s'è sposato, Simoncione fa teatro, l'altro Emiliano fa il portiere di notte, Andrea dopo un pessimo periodo sta lavorando come agente immobiliare, Vania oltre al teatro ha preso in gestione un'edicola... E tanti altri ce ne siamo scordati, nel tentativo di fissare tutte le novità.
E visto che avevo ancora la cena sullo stomaco ho pensato bene di provare a mandarla giù con un po' di rum e sprite, poi con rum e cola, e poi con cola e basta, che il rum era finito. La serata è continuata in allegria, ed io ho telato quando gli amici che conoscevo portavano a casa il pupo o si preparavano comunque ad affrontare il matrimonio di oggi.

In questi casi, oltre allo scoprire anche eventi luttuosi, come la morte per infarto fulminante di un altro ragazzo che conoscevo all'epoca, di cui però non riuscivo a rammentare il viso, ma solo il nome, ci si trova a fare un certo rendiconto della propria vita. Per lo stesso motivo ero entrato un po' in agitazione quando avevo beccato Emi alla festa di via Bertani. E invece stavolta, tutto era un po' tornato alla tranquillità di una festa; io sono appena tornato da Ludika, il periodo è positivo, ci sono un sacco di cose che devo fare quest'estate, ma c'è anche un senso di prossima ventura vacanza. C'era anche un'aria di progetti, di tenacia, di 'ragazzi' (ormai siamo tutti sopra ai trenta) che hanno voglia di fare, che non vogliono arrendersi; e che in fondo ottengono risultati. Mario è stato persino fotografato per Capital, in qualità di giovane imprenditore di successo.
Insomma, l'atmosfera era positiva, ed anche i miei conti in tasca sul non avere ancora una compagna, dei figli, una famiglia, sul fatto di abitare ancora a casa dai miei, non sembravano così terribili. Così, schivando un po' l'ansia esistenziale che mi caratterizza, magari giocandoci un po' su, scoprendo con piacere che mi andava di mettere al corrente Angelo sul ricovero di mio fratello al TSO l'anno scorso...
Ho ritrovato una piccola fetta di una famiglia; trasformata, arricchita da figli ed impegni lavorativi, ma ancora tranquilla e facente parte di me, anche se più alla lontana. E mi sono anche accorto che io possiedo frammenti di questi ricordi che loro condividono in prima persona, come il Nerkiopiteco (qui un estratto), il filmino girato a casa mia in montagna, StarMisfius, il viaggio Interrail del 1993, eccetera che sono e rimangono delle pietre miliari del nostro rapporto.

Così sono andato via dalla festa felice e non depresso, come temevo.
Allegro e vagamente alticcio, e non in preda a brividi freddi o fitte allo stomaco.
Col piacere di sapere che qualcuno, oggi, Simone lo avrebbe abbracciato da parte mia.
Alla prossima vi racconto com'è andata Ludika, prometto!


GrimFang