L'artista mescola il sangue con la terra, per generare sempre nuova vita...

Sarà sicuramente potente, la vita. Piuttosto dolorosa, a mio avviso, a volte sorprendente, sicuramente intensa, vibrante, indubbiamente da vivere. Sempre e comunque.

Sara Tenaglia

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento
Fire cup

mercoledì 28 marzo 2007

Witt The Chick !!!

Come promesso tempo fa, eccovi le strisce di Witt.
Datosi che non mi sono molto applicato a Stripcreator, di questi tempi, sto rapidamente esaurendo le vignette. Me ne sono rimaste un paio di serie, di cui alcune non molto carine. (ma le posterò ugualmente)
Mi è capitato, tra l'altro, di cercare di fissare almeno tre battute folgoranti che ho detto a lavoro, ma, a differenza di altri momenti della mia vita, per quanto brucianti fossero, le ho subito scordate...
Vabbé, pazienza, mi vendicherò in un momento d'ispirazione.
Per fare vignette decenti serve tanta ironia, molto entusiasmo ed almeno uno spunto divertente!
^__-









Detto questo, la prossima serie che verrà potrebbe essere il seguito di Guide For The Art...
Un abbraccio


GrimFang

lunedì 26 marzo 2007

BOMBA

Visto che ero troppo scombussolato per scrivere, stamattina, ho dovuto attendere un po’ per riuscire a calmarmi e a far smettere alle mie mani di tremare…
^__^

Il fatto è che mi si presenta – di botto, come sempre accade – la prospettiva di quella che, beh, è una delle famose ‘svolte’ nella vita.
Di che si tratta?
Presto detto, andare a vivere da solo. O meglio, in compagnia.
Abbandonare l’avito nido dei genitori per tuffarsi in quella massa scura e terribile che è la propria vita: indefinita e libera in quanto finalmente autogestita.
Ho sempre amato la parola autogestione, molto più di quell’altra, ‘occupazione’. Sarà perché la prima è un termine atto ad indicare un'azione di libera scelta responsabile, e in fondo 'delicatamente' impegnativa, mentre la seconda non a caso è usata soprattutto per indicare una seria attività lavorativa, anche se ai tempi di scuola era piuttosto sinonimo di libero cazzeggio. Certo: dormivi sui banchi e gestivi in toto il tuo ambiente liceale, e ti sembrava di possedere il massimo grado di libertà nelle scelte che riguardavano la tua vita. Appropriazione degli spazi, mutualità, solidarietà, turnazioni... ma nessuno in fondo percepiva che a quella maggiore libertà doveva per forza di cose corrispondere una responsabilità maggiore: a partire dalla pulizia della scuola, al dover cucinare, al servizio d’ordine…
Ah, bei tempi…
Io di occupazioni me ne son fatte circa tre, di autogestioni due.
Gran bel liceo, a quei tempi, il Mamiani.
Comunque, slittando via dai ricordi scolastici, torniamo a noi.

Mi hanno proposto di andare a stare in due, senza farmi pagare l’affitto, ma solo contribuendo alle spese di gestione (e già questo...). E me lo ha proposto una ragazza.
Eh, già.
Erica mi ha chiesto di andare a vivere con lei.
E mi sa che accetto.
Per otto mesi circa, andare a vivere da lei, nella sua casa galleggiante sul Tevere.

^___^

Boom, eh?
Il giovane Golden direbbe ‘ragazzi, roba da restarci secco’.
A me invece è preso il panico, e tuttora che scrivo – oggi è stata una bella giornata di sole, qui a Roma – ho le mani ghiacciate.
Otto mesi perché durante l’inverno è improponibile vivere là sopra; tanto che pure lei se ne torna a casa dai suoi. E per me, visto che si tratta di andarci intorno a metà aprile, non dovrebbe essere un gran problema, dato che penso che per allora papà si sia rimesso.
Quindi, intanto vedo per un mese come va.
Quello che temo, soprattutto, è il mio rapporto con il cibo: visto che, di solito, quando resto da solo mi nutro da schifo, temo tantissimo il ‘coccolontio de malnutritionae’ cioè il deperimento da mancanza di cibi sani. Il che si manifesta, per me, in debolezza, freddo e attacchi di squeraus.
Per carità, c’è sempre sua maestà il brodo caldo, che è una mano santa, però… ^_^
E poi, appunto, c’è la paura di stare male e non essere coccolato.
Diciamocelo, anche a trenta anni, non essendo mai vissuto seriamente fuori di casa, ogni volta che hai uno sturbo, un malessere o che sia, hai un appoggio su cui contare. Un supporto psicologico, anche un vaffanculo amorevole, quando il deliquio indotto da un trentasette e tre di troppo t’induce un po’ a drammatizzare… Ti senti filato. Insomma, non sei solo o almeno hai meno paura della solitudine.
Con questo non voglio dire che dell’andare a vivere con Erica mi spaventa la solitudine perché da lei sono distante: no, magari spesse volte non ci pigliamo, o faccio fatica a capirla (lei a me non so), ma sarebbe comunque un’esperienza interessante. Quello che voglio dire è che se una sera torno a casa emotivamente sconvolto per aver beccato Chiara e lei non c’è perché magari è a Milano o a lezione di piano io non ho nessuno cui appoggiarmi.
A casa, anche senza dire nulla, c’è la presenza confortante dei miei genitori.
È il sapere che ti puoi sentire anche male, tanto sarai soccorso. E questo, spesse volte nei periodi bui, è bastato a impedire l’insorgere – o quanto meno il sopraffarsi vittorioso – di quella orribile sensazione che è il principio della depressione. Una sorta di solitudine esistenziale… meglio, un pauroso senso di vuoto.

Sì, è soprattutto questo che temo.
Perché in fondo, per quanto possa essere attratto da Erica (e anche spaventato da questo), quello che si prospetta è sempre e comunque una relazione di coinquilinato. Con tutti i normali problemi che questo può comportare: lei recita e suona il piano, si dovrà pur esercitare e provare le parti. Io ho bisogno di un computer e una connessione, e lei dice che la possiamo scroccare ai vicini. Spero abbiano l’adsl… Anche io qualche volta dovrò provare le mie parti, e chissà, magari lì risulterò meno inibito che a casa, dove per provare lo spettacolo di Pascarella mormoravo tutto sottovoce, e solo quando i miei erano assenti potevo provare meglio l’espressione del testo… magari posso mettermi a provare i pois in salotto, o sul ponte. E nelle belle giornate fare colazione all’aperto, sul fiume, può essere una gran cosa. E poi la macchina la posso mettere sul bordo fiume, sperando che, col culo che ho, non me la travolga una piena. Insomma, sarà tutto da vedere. Gli orari, le compatibilità… e pensarne troppe adesso non sarebbe una cosa sana: anche se dovesse accadere, sarebbe ad aprile inoltrato, e bisogna comunque prima sentire i miei ed i suoi, e poi vedere bene… (mani avanti e testa fasciata, sì, lo so)
E poi il 27 parto per la Spagna.
Chissà, forse è questo accumulo di grosse novità che mi stressa.

Però - grazie a mamma - so già stirare. Non ho mai imparato a fare una lavatrice, ma un po' so cucinare. Insomma, le carte da giocare in una convivenza non mi mancano. Magari ricomincio a strimpellare un po' il sax. Di cose positive a venire, c'è la possibilità di averne a bizzeffe.
Ci sarà di sicuro da superare il test-prigione, ovvero se dopo un po' di tempo la convivenza 'forzata' non mi vada stretta.
L'unica cosa è che questo passo mi spaventa davvero.
Non è, come mi è capitato a dicembre per l'inchiesta-documentario, il caso in cui ti senti dentro ch'è l'occasione della tigre - o prendi o aspetta.
(da un detto zen, che vuole che la tigre, anche se ha fame, aspetti a scattare solo quando è sicura e determinata a cogliere la preda)
Quindi...

Ad ogni modo, domani mattina dovrebbero dimettere dall’ospedale papà e lo vado a prendere.
Poi vediamo in questi giorni come va, anche perché la mia macchinina mi dà problemi (la mia Bimba!) e sarebbe da portarla dall’elettrauto che conosce lui…
Dai, che si rimetteranno entrambi...
Um beso,


GrimFang

sabato 24 marzo 2007

A casa di Chiara

Sarebbe un titolo perfetto per un film, se non avessero già girato "A casa di Alice", che come storia non c'entra niente...
Beh, molti di voi sanno chi è la Chiara in questione; per quanto riguarda gli altri, mi sa che dovranno cercare di capirci qualcosa dal contesto, perché al momento non ho nessuna intenzione di mettermi a scrivere un papiello lungo quanto la Bibbia.
^__^

Quello che vi volevo brevemente (spero) dire, è quello che ho appena fatto e da cui sono tornato.

Sono andato a portare mamma all'ospedale - tra l'altro oggi pomeriggio pare //forse// che mio fratello possa passare a trovare papà, ergo mia mamma dovrà sbrigarsi a togliersi dalle scatole - e, grazie a dio, ho usato la mia macchinetta. Quella che ieri pomeriggio non ne ha voluto sapere di partire, costringendomi a prendere i mezzi e ad arrivare con un ritardo notevole a dare il cambio a mamma (che poi se n'era già andata).
Tra l'altro, ieri ho rivisto amici di famiglia che non vedevo veramente da tipo due decenni, perché poi s'erano persi i ponti... è la famiglia Benzi, di cui ho rivisto papà Renato, mamma Graziella e Carlotta, più il nuovo acquisto Luca, nipotino e figlio di Carlotta. Gli altri due, Edoardo e Cecilia, di lei fratelli, non c'erano perché, a quanto pare, una fa la hostess e vive a Venezia, e l'altro fa l'ingegnere aerospaziale a Parigi. Considerato che papà Renato era pilota, direi che la fissazione del volo è rimasta, in famiglia. Con loro c'eravamo persi da un bel po', eppure mi sono ricordato tutti i nomi - e un po' anche le facce, prima di averle riviste - e anche una scena indelebile: ad Alghero, dove adesso vivono i genitori, un'estate c'eravamo anche noi (ah, c'era anche un mitico catamarano, se non sbaglio) e loro ci avevano prestato casa mentre campeggiavano in roulotte. Beh, mi ricordo Carlotta che si affaccia sulla porta della roulotte - era più o meno mezzogiorno - dopo esserci appena entrata, molto accaldata. Si riaffaccia bianca come un cencio, reggendo in mano una bottiglia di vetro verde, di quelle dell'acqua minerale di una volta (ma quanti anni avevo io, tredici anni?? ^_^), alla quale s'era appena attaccata a garganella per lunghissimi secondi. Solo che non c'era acqua in quella bottiglia.
Lei, bianca come un cencio, voce vacillante fa:
"Ma che c'era, varecchina?"
No, era Fil'e Ferru, 90 gradi. E' stata un po' male, ma noi ci siamo sgarrati dalle risate.
Vabbé, la famiglia era lì perché, per un caso fortuito, anche Renato si doveva operare - s'è operato il giorno prima di mio padre - e quindi 1) i due degenti si son fatti compagnia a vicenda senza l'obbligo di rispettare orari di sorta e 2) i parenti si sono intrattenuti smaltendo abbondantemente l'ansia nelle chiacchiere.
Vedi mia madre, che nemmeno si è accorta che papà è stato sotto i ferri per oltre due ore.
^__^
Carlotta infatti faceva notare che potrebbe essere un'idea: se ti devi operare con un intervento programmato, fatti ricoverare dove c'è un amico che deve subire un'altra operazione, così si smaltisce tutto in due.
Certo, ti serve un amico che si debba operare.
Ma si può sempre pianificare assieme le cose! ^__^

Un particolare trash, gli impressionabili saltino il paragrafo.
Vi avevo detto che gli dovevano levare la cistifellea perché era diventata come un sacchetto di calcoli.
Sbagliavo. Il calcolo era principalmente UNO: un ovale di circa sette centimetri di lunghezza e tre-quattro di diametro massimo... una vera breccola, insomma.
Tant'è che gliel'hanno regalata in una scatolina e lui adesso se la tiene sul comodino, intenzionato a portarsela a casa, chissà, forse come trofeo, o come amuleto dello sciamano in grado di allontanare ogni altra consimile sfiga...
...mi sa che al posto suo farei lo stesso! ^__^

Comunque, dicevo, ho accompagnato mamma con la mia rediviva macchinetta, e, mentre tornavo, ho pensato qualcosa sulla morte, altrui; e sul concetto di assenza.
Mi è venuto spontaneo legarlo ad un'altra riflessione, nata tempo fa da una discussione con Erica. (della quale, temo, lei non abbia mai conosciuto la mia conclusione)
Si parlava, allora, della mutuale paura di impazzire. E si concedeva che, almeno per quanto ci riguardava, non era tanto il terrore di perdere il controllo, di perdere il dominio razionale sulle cose e sulla realtà... quanto piuttosto la paura dell'emarginazione, della marginalità sociale. Non si voleva finire, cioè, come quelle vecchie che parlano da sole in metropolitana, o quei tipi che hanno gli sbotti di rabbia improvvisa senza la minima - apparente - giustificazione.
I 'derivati da ansia sociale', intendendo con derivati qualcosa di simile agli scarti.
Già, insomma, qualcosa di molto simile a Chiara, in versione peggiore, ovviamente.
Ecco perché, da quella riflessione d'allora - in cui concludevo che in realtà non doveva trattarsi della paura di impazzire veramente, ma più di una paura diffusa della solitudine, mascherata da 'sintomi sociali' che portano a quello - mi stupivo oggi a trarne delle conclusioni, che prima non avevo preso in considerazione.
Prima fra tutte quella che, se mi spaventa così tanto la solitudine, come posso infliggerla ad altri come ho fatto per così tanto tempo con Chiara? Cavolo, lei era, è, non lo so, una auto-emarginata sociale a causa di problemi emotivo-mentali. Ed io, in fondo sì, sono stato un suo appiglio contro la solitudine. Buono, finché non mi sono dato - ma su questo non ci sono remore di sorta, ho fatto bene e lo rifarei, mors tua vita mea, sic transit gloria mundi, imperat. (non lo so, io non ho mai fatto latino! ^__^)
Però, pur continuando a dirle che le volevo bene, che le voglio bene, mentre mi do alla fuga gambe in spalla, sono stati sporadici i casi in cui, delle rare volte in cui ci vedevamo, io le donassi quell'abbraccio mirato, proprio diretto a scacciare la solitudine.
...quello che voglio anch'io, adesso.
Una cosa semplice, importante. Vitale. Il gesto fisico che va un pelo oltre le parole 'ti voglio bene' e che sta lì a sottolinearle, anzi, a renderle reali, a cementarle.
E quindi m'è venuta un'improvvisa, pazzesca voglia di andare da lei e darglielo!
Normale, no?
Se non fossero sette anni di fuga, di cui almeno quattro, credo, passati in analisi a causa sua, sarebbe perfettamente normale. Beh, sapete una cosa? Lo è comunque.
E' quello che è, un sentimento semplice.
Quindi ho diretto l'automobile verso casa sua e ho cominciato a pensare.
Se fosse giusto. Cosa mi tiravo dietro. Quanto il momento fosse appropriato, e quanto potesse darmi un motivo, un vantaggio, il ricovero in ospedale di papà (quanto potesse rendere l'occasione inusuale e impedire il riallacciarsi di una relazione continuativa - insomma ragazzi, io ancora sto bello confuso, mica l'ho capito bene cosa voglio, a parte il fatto che la desidero, con ogni centimetro della mia pelle). Insomma, più mi avvicinavo più salivano le tensioni e le paranoie; il che diventava un'incredibile serie di rutti e flatulenze, perché quando m'innervosisco ingoio un sacco d'aria.
Con meno paranoie del prevedibile arrivavo vicino alla sua casa, e più mi serviva tempo per pensare, più automaticamente sbagliavo strada. Allungavo, per pensare. Ma ero determinato, perché una voce, dentro di me, mi ricordava che con uno stimolo simile, così vivo, così positivo come il non far sentire solo qualcuno - e il non sentirti solo, egoista bastardo - se non fosse stato seguito sarebbe andato in peritonite da comportamento strunzo.
E io, coi senni di poi, c'ho già avuto tantissimo a che fare.
Quindi no, stasera non la reggo una crisi di coscienza lunga una quaresima quindi
Scendo, dalla macchina che avevo già parcheggiato da un po' - spaventando una passante che chiacchierava beata al telefono che pensava che fossi chissà che criminale che aveva puntato lei - e spengo il motore, che era un'altra cosa che poco mi sconfinferava, visto quanto avevo patito per accenderlo ieri (fallendo, mentre oggi era andata a culo e a colpi sul pedale del gas). Arrivo al campanello (come altre quattro volte su sette) e suono (come altre tre volte su quattro).
Non c'è o non risponde, come altre due volte su tre.
Quindi non l'ho incontrata, quell'abbraccio non gliel'ho dato e sono a posto con la mia coscienza.
Meglio di così...
Però un po' mi rode, che non c'era. Per una volta in cui ti fai tanto coraggio da arrivare fino a lì...
Ho anche insistito a lungo, visibilmente più sollevato, ho citofonato quattro volte. Attirando l'attenzione del nuovo cane che ha adottato, che era in giardino a sonnecchiare. E silenziosamente, cercavo di sentirmelo solidale, e di affidargli il messaggio di saluto, e quell'abbraccio, che non le sono riuscito a dare.

Chiunque m'avesse visto salutarlo con la mano e mormorare a mezza bocca da quattro metri e passa di distanza, m'avrebbe preso per pazzo.
Ma è quel tipo di pazzia che a me non mi dispiace. ^__-


GrimFang