L'artista mescola il sangue con la terra, per generare sempre nuova vita...

Sarà sicuramente potente, la vita. Piuttosto dolorosa, a mio avviso, a volte sorprendente, sicuramente intensa, vibrante, indubbiamente da vivere. Sempre e comunque.

Sara Tenaglia

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento
Fire cup

martedì 15 maggio 2007

Il funerale

Avrei voluto scrivere un altro post, in mezzo a questi due, ma il funerale è stato stamattina, e mi ha lasciato un po' di emozioni e di riflessioni che vi voglio raccontare.

In primo luogo, un funerale in chiesa è sempre una ritualità 'rischiosa'.
Nel senso che è a rischio di suonare stonata se la persona defunta non era credente, o almeno, non la si conosceva sotto quell'aspetto.
Mi è venuto da chiedermi come cavolo si svolga, e dove, un funerale laico. Intendo, se per un matrimonio esiste la cerimonia civile, al comune, per un funerale invece com'è?
Mi torna solo ora in mente la cerimonia funebre di Marcolone. Molto spoglia, e triste.
Restammo semplicemente a lungo alla morgue, a vederlo rigido nella sua maxi-tutona blu, e poi ci radunammo a Prima Porta, in una specie di enorme salone gonfio di casse da morto accatastate, con altre decine e decine di persone di altri funerali. Non ricordo neanche se alla fine andammo via prima dell'inumazione. Ricordo però che ci dissero dov'era la tomba, lo spazio che gli avrebbero dedicato. E ricordo che il comune forniva una bara d'ufficio, in caso non ce la si potesse permettere.
M'è venuta una gran voglia di andargli a portare un fiore: visto che suo fratello l'ha raggiunto qualche anno dopo non credo sia rimasto quasi nessuno a portargli un fiore. A lui e a Fabio.

Le cerimonie laiche sono tutte brevi.
Corrono.
Forse, il rischio di farsi celebrare in una messa cattolica, con tutto che non sei credente, o persino nemmeno cristiano, vale la candela.
Perché è bello prendersi del tempo assieme, con volti di persone che non vedevi da anni, riuscendo ad appoggiarsi uno con l'altro e sorridere. Ricordarsi del defunto in qualche suo momento di gioia; qualche cretinata assurda che ha fatto...
Se non cambio opinione in futuro, quando morirò fatemi un bel funerale. Che sia in chiesa o no - in fondo credo di essere mostruosamente religioso a modo mio, anche se infinitamente distante da questo cattolicesimo - voglio un funerale dove la gente, i miei amici, i miei cari, si ritrovino e si parlino. E magari, si facciano una bella mangiata, e ci sia musica. Dove si pianga, perché piangere fa bene all'anima - ti aiuta, ti sfoga, ti rende tutto più sopportabile - e si rida, perché è l'unico modo di rendersi conto che si è ancora vivi, e di quanto sia bello esserlo anche se si è un pochino più soli.
Ricordatemelo, quando morirà mio padre, mia madre.
Perché oggi Luisa era distrutta.
Perché Matilde s'imponeva di non piangere, e diceva "Oggi no. Domani sì, ma oggi no".
Perché Stefano doveva fare l'uomo di famiglia, il perno attorno a cui far ruotare tutto, e correva a destra e a sinistra, dava disposizioni e solo a tratti cedeva, gli occhi improvvisamente rossi.
Perché Maurizio faceva il saldo, il pilastro; ma non riusciva a muoversi, stava un po' in palla, e più che esser solido era rigido.
Perché Nonna Rosa non c'era, perché è anziana assai, e non hanno ancora avuto il cuore di dirglielo.

Dunque, Luciano non è che fosse credente. Era laico, comunista.
La chiesa stessa, oggi, era zeppa di comunisti.
Alcuni, come me, son rimasti in fondo, senza partecipare alla liturgia. Dario, Sante... Qualcuno, come Luca, se n'è proprio uscito dalla chiesa, per fare ritorno solo a fine cerimonia. Ma forse è che, dopo il funerale di suo padre Gianfranco, non è che morisse d'entusiasmo a stare ad un altro funerale.
C'era quasi tutta la vecchia sezione del PCI dove si sono formate, o approfondite, quelle amicizie che hanno attraversato e accompagnato la storia della mia famiglia. Quelle storiche. Quelle con quelle famiglie di cui conoscevi i figli, pur non uscendo mai assieme, magari, coi quali passavi tutto il tempo nei pranzi, nelle gite, nelle vacanze. C'era, sotto questo aspetto, un bel pezzo della mia vita.
Dal remoto passato - Peppe e Rosi, persi di vista da secoli - ad un passato un po' meno lontano - Ernesto e Liliana. E Piero e Lilli, tutti amici di mamma. Solo con alcuni, quelli del gruppo di burraco di cui vi dicevo, posso parlare di presente più che di passato. Amicizie vere, che come tutte le vere amicizie subiscono la turbolenza della distanza, del tempo, della passione politica, delle idee e degli ideali... il PCI era una grande famiglia, le sezioni i suoi nuclei. io sono uno di quei bambini cresciuti all'ombra di quel PCI. Che era anche fatto di scampagnate fuori porta e pic-nic.
Mamma ha lasciato prima il PCI e poi i DS, ed ora aspetta il partito democratico.
All'epoca, chi prese strade diverse a volte si è perso. Ma anche chi ha cambiato casa e sezione. O chi si è trasferito a vivere in un'altra regione, come Graziella e Renato che incontrammo in ospedale quando papà era ricoverato.
Le amicizie di famiglia, praticamente tutte di parte materna, vengono per lo più dal partito di allora e/o dalla scuola. Mamma era professoressa di matematica al liceo classico. Manara, Montale... Politica e istruzione sono sempre stati quasi un tutt'uno.
Ad ogni modo, molte facce mi ricordavano emozioni, affetti, più che ricordi veri e propri. E' il caso di Peppe e Rosi, per cui nutro un sincero affetto anche se praticamente non ricordo più nulla. Ricordo che mi dispiacque un casino non continuare a vederli. Ernesto, invece, beh, lui è legato all'idea stessa della giovialità. Ricorda un vichingo, a vederlo.
L'appetito era la cosa più entusiasmante di quell'uomo: vedere come mangiava ti faceva gustare di più quello che avevi nel piatto. Poi, gli dissero "Scusi, lei ha il colesterolo a 340, mi può spiegare perché è ancora vivo?", e fu costretto a guardarci mangiare mentre lui aveva davanti un piattino di verdurine. Triste, ma un bel ricordo. Ilare, perché comunque non si può associare la tristezza a uno come lui.
Così, proprio nel salutarlo fuori dalla chiesa, quando stavano per partire col carro funebre verso il cimitero, m'è venuto di ricordargli di quando lui, papà e Luciano in trattoria cantavano
"Aveee, Aveeee, Aveee-mo faaameeee"
sulle note dell'Ave Maria.
E lui s'è ricordato di una canzonetta veneta un po' scurrile che cantava insieme a Luciano, e quanto a quest'ultimo piacesse cantarla, come si divertiva. Ora non la ricordo bene, ma era qualcosa su come si mangia la mòna della gallina (col pane) e come si mangia invece quella delle donne... ^__^
Ora che ci penso, Ernesto aveva tre figlie strepitose... non ne ricordo nemmeno una, ma ricordo che erano davvero belle, soprattutto, credo, la più piccolina... chissà che fine hanno fatto. Capirai, sarà nonno da secoli.

Ricordare Luciano così, com'era vivo, in allegria, credo gli abbia fatto bene. E a me ha fatto piacere averglielo ricordato.
Non son riuscito a fare altrettanto con altri, ma mi sarebbe piaciuto.
Spargere un contagio solare, come un untore.
Mi piace riconoscermi nella figura dell'untore.
Ne parleremo.

Ma non son stato tutto il tempo a sentirmi dire frasi come "Eri un ragazzino...", "Eri alto così...", eccetera. Chiaro, dopo tutto il tempo passato, ho dovuto farmi riconoscere, dire chi ero. Ma è naturale, non è stato un peso. Anzi, è stato bello essere poi salutato con gioia; scoprire persino che Peppe, quando gli ho detto che ero uno dei figli di Maria, si sia ricordato all'istante il mio nome! Voglio dire, Sante, ad esempio, sulle prime mi ha scambiato per mio fratello...
No, fuori della chiesa sono rimasto incollato ad Elisa - c'era anche lei - per sapere della sua vita, ch'è un sacco di tempo che non ci vedevamo. Ha abbandonato Milano, finalmente!, ed è tornata a Trieste, portandosi appresso il suo novello giovin amore. Continua a lavorare per le riviste con cui collaborava ed in più a ripreso a lavorare per il Piccolo di Trieste. E, nota ghignante, era seduta dall'altro lato della cattedra alla tesi di laurea della sua migliore amica, la Stefy... ^__^

In chiesa, invece, sono rimasto defilato.
Quando si entra in chiesa da laico ad una funzione, ci si pone sempre il problema del rito: si è dentro o si è fuori? Che spazio si ha per restare nel mezzo? E' chiaro che non si partecipa attivamente alla liturgia, ma ci si chiede se in fondo si può o meno accennare una genuflessione o un segno della croce quando si entra...
Non è una questione di coerenza, non lo è mai stata.
No, è una questione personale sulle forme di rispetto verso la sacralità - presunta, reale o percepita - di un simile luogo. Ad ogni modo, da tempo faccio quel che mi sento. Per dire, mi è mancato quel piccolo "scambiatevi un segno di pace" che corrisponde molto alle mie corde. Ero troppo indietro, non l'ho potuto fare. In più, ero circondato da laici immobili, coi quali più che altro stonava farlo. Perché io non sono credente (cattolico, chiaramente - per quanto battezzato), e farlo quando per tutto il resto della funzione ero stato immobile suonava strano. Però, comunque, ho portato il pugno sul cuore - gesto che per me è un segno di pace.
Una volta entrato senza genuflessioni o segni della croce, e scelto di restare in piedi sul fondo, ho lasciato vagare lo sguardo sulla chiesa.
Adesso, si tratta di una chiesa moderna, del 1957, proprio 50 anni fa, che sta sulla Pineta Sacchetti.
Mi piacerebbe, davvero un casino, che la andaste a visitare.
A darci un'occhiata.
Non perché sia bella - non lo è. Ma perché dà da pensare.
C'è una vetrata, colorata, magnifica, senza immagini riconoscibili in particolare a parte un tondo, dai colori caldi, che potrebbe essere un sole. Il resto sono tasselli di vario colore, tra i quali abbonda il blu, come una sorta di cielo.
Quella vetrata è rilassante. E' allegra. Dà un po' di calore soffuso all'ambiente, ed era un piacere, in una simile occasione, lasciarci cadere lo sguardo. Sognare.
Anche perché il resto dell'edificio è anche un po'... squallido. Non dello squallore della 'manutenzione', no, di quello... tipicamente vuoto di una chiesa, dove anche quattro simil quadrucci di pietra - ci sono - su di una parete di mattoni fanno orrore. E quelle scritte di carta ritagliate da bimbi del catechismo per celebrare il cinquantenario, o i pannelli che sorreggono tonnellate di fotografie... fanno tristezza. Come mi fa tristezza il tipico banchetto con su le pubblicazioni evangeliche e parrocchiali.
Solo molto dopo - bam! - mi sono accorto della grossa scultura piatta e lignea attaccata alla parete sopra l'altare. Una raffigurazione dell'ultima cena. Estremamente stilizzata, moderna, piacevolissima a vedersi, del Cristo in piedi (unico col capo coperto - credo, sennò sono capelli, ma è un piccolo rettangolo bianco...) e undici apostoli a tavola e Giuda in piedi. Come so che era Giuda?
Sulle prime nemmeno l'avevo visto, sembrava un pezzo del tavolo, ma quando mi sono messo a contare i commensali ed erano dodici Cristo compreso, mi son messo a cercare l'altro. E l'ho trovato. Dev'essere da lì che porta sfiga essere in tredici a tavola... il tredicesimo è Giuda.
Non lo vedevo a prima vista perché - a differenza degli altri - lui non ha l'aureola. Il peso gravissimo della sua colpa che il cattolicesimo da millenni gli fa scontare, era tutto lì, nell'assenza di un'aureola. Nello stare in piedi a lato, come in castigo mentre gli altri son seduti. Ma anche l'unico in piedi come il Cristo. Chiaramente, questo sì che mi dava spunti da pensare - io amo Giuda come amo Caino, e di quest'ultimo Dio disse "Nessuno tocchi Caino".
In più, altri due, Pietro e Paolo suppongo, erano riconoscibili perché avevano la stessa aureola dorata del Cristo. Gli altri nera o marrone. Ora, comprenderete che aureola nera su testa lignea stilizzata fa effetto capello afroamericano anni '70... ^__^
Ho praticamente scannerizzato quella scultura.
Ne amavo la scelta del legno in listelli, da cui veniva un'aria di calore umano; apprezzavo che quasi si confondesse col muro, al contrario del massiccissimo Cristo crocefisso sulla sinistra; mi piaceva la modernità delle linee e dei volti, che facevano sentire più contemporaneo il messaggio e, beh, erano proprio belle; mi piaceva la semplicità non invasiva del tutto, comprese le tre aureole dorate e un po' pacchiane. Insomma, me la sono proprio gustata.
Mi piacerebbe proprio, se qualcuno di voi ci va, sapere che ne pensa. Della scultura e della vetrata.
La chiesa si chiama S. Lino Papa, che pare fu il secondo papa dopo San Pietro.
Ammazza quant'è antico il nome Lino...

Solo in un momento il mio sguardo è stato distolto dall'edificio.
E' stato quando il prete ha commentato la lettura di un passo del Vangelo (Matteo 25; 35-40) - io ovviamente stavo comunque ascoltando.
Perché in quel momento, e solo in quel momento, è uscito dalla retorica e dalla ritualità. Tanto che poi si sarebbe anche un po' impappinato nell'esprimere un bel concetto.
Il passo che vi dicevo mi ricorda moltissimo un pezzo del nostro spettacolo, che metteremo in scena il 22 e il 23 e dopo ancora a Ludika 1243, che quest'anno è dal 28 giugno al 1 luglio (siete avvisati sin d'ora, non azzardatevi a mancare).
Si tratta di un brano dal Corano, chiamato la 'Sura del Terremoto'.Verso la fine, dice

"...e chi ha fatto un grano di bene, lo vedrà. E chi ha fatto un grano di male, lo vedrà."

Quel passo del vangelo, ed il discorso del prete, verteva sul fare del bene. Sull'avere una fede.
Uscendo dal rito, riconosceva che Luciano aveva fede: magari non quella cristiana, ma quella in un'idea, o un ideale. Dei giusti sarà il regno dei cieli; giusti a priori, anche fuori della fede. Giusti in quanto operatori di bene, di un bene qualsiasi. Verso gli altri.
Quando dice "ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi [...] ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" è, come ha sottolineato il prete, un concetto anche laico.
Ponendo l'accento sul bene fatto - non sulla fede, gli atti di credo, l'obbedienza a un sistema teologico - sul bene fatto e basta, anche da non credente, da - aggiungo io - non battezzato persino... Il riconoscimento è ad una vita ben spesa. E questo sì che ha senso, ad un funerale. Questo, dà conforto.
In quel momento, ciascuno riconosceva e ricordava il grano di bene ricevuto da Luciano, ciascuno il suo.
Ed io ero commosso.
Mi son venuti i lucciconi, e gli occhi rossi, e stavo per piangere.
Tanto più quanto, subito dopo, ha espresso quel bel concetto che vi avevo accennato. Se fosse stato un abile oratore mi sarei sciolto in lacrime; fortuna (o sfortuna) che ha arrancato assai nell'esprimerlo.

Chi mi conosce, ed ha giocato di ruolo con me, sa che tipo di predilezione io abbia nel delineare e raffigurare i 'cattivi', gli antagonisti.
Non sono quasi mai il male puro, assoluto, a tutto tondo.
Amo investigarli, motivarli, donare la loro scelta negativa di pieghe reali, drammatiche; spesso rovesciare la percezione comune sul finale. Perché odio i categorismi e i pregiudizi. Perché trovo che questo aiuti nel percorso della tolleranza, sulla via della comprensione. Ad un paciere come me, per quanto suscettibile e testardo, non può che far piacere scovare il bene nel male, ed il male nel bene. "Il mondo è sfumature di grigio" dico spesso, per sottolineare la mia avversione al concetto "bianco/nero".
Un simile concetto, espresso in maniera più fascinosa, è nato nelle mie partite di ruolo.
Qualcuno, tra i miei giocatori, ricorderà ancora la frase "una candela nell'oscurità brilla di più di mille candele in pieno giorno".
Qualcosa in cui credo fermamente, e che le mie esperienze di vita mi hanno portato a supportare, ogni giorno di più. In fondo, è molto simile alla parabola della pecorella smarrita, o al ritorno del figliol prodigo, se non mi sbaglio.
Il prete ha ribadito proprio questo concetto, sorprendendomi però con un altro punto di vista. Ha detto qualcosa su di un cerino acceso al buio ed uno al sole in estate.
La luce che emettono, diceva, è la stessa. Anche se si nota di più la luce portata nel buio. Siamo solo noi a percepirla diversa. Ma, nell'oggettività del regno dei cieli ogni cosa vale per il suo valore: il bene fatto è bene, per quanto poco possa sembrare splendente. Per quanto sembri una goccia, o sembri perdersi nell'insieme di altre azioni benevole, o sia diretto non proprio verso chi ha veramente bisogno. Il bene è bene, e di qualsiasi gesto sia composto un giorno, come oggi, nel giorno del nostro funerale, verrà riconosciuto. Magari quello piccolo più di quello grande, chi lo sa. Certo, per il prete si tratta di una categorizzazione oggettiva, tra bene e male. Se continuate a leggere il brano del vangelo la situazione è identica al Corano, e non promette niente di diverso.
Ma per me, che mi batto contro il bianco e contro il nero, quello che conta è il riconoscimento del bene, svincolato da catalogazioni oggettive. Per me, il male è solo il concetto che serve a tarare il metro del bene, dal 'poco bene' al 'molto bene'.
E' l'unico modo per mantenere una coerenza di Dio, bene assoluto ed essere perfettissimo.

Ma magari affronteremo quest'argomento se vi parlerò delle mie partite di ruolo sull'Anticristo, e vi farò rizzare i capelli intellettivi proponendo una lettura blasfema, ma così blasfema, che è perfettamente coerente con la Bibbia, ed è l'unica a scioglierne le contraddizioni...
Poi vi faccio un post sulla mia idea della religione e della filosofia di vita (argomento affrontato anche a Granada)...
Finisco con lo spiegarvi perché ero un anarchico-diessino (adesso è peggio), e abbiamo detto tutto!
^__^

Il prete, subito dopo, è tornato a perdersi nel vuoto dei rituali.
Ed io mi sono ripreso le mie lacrime.
Anzi, ho persino avuto un po' di stizza quando parlando dell'aldilà, della resurrezione anche dei corpi (concetto interessante, questo), se n'è uscito dicendo, in conclusione, che il "fedele ha la sicura speranza della resurrezione".
Se è sicura, è certezza, non speranza.
Se hai fede, è certezza.
Si è perso nel rito, in parole che si sentivano dette senza il loro significato. Senza crederci, verrebbe da dire. Monotone, ripetitive... litaniche, si direbbe. Se il ministro del culto è il primo a non credere nel rito, come puoi pretendere che ci credano gli altri? Si vadano a fare una vacanza turistica dagli stregoni che cadono in trance, e poi ne riparliamo.
Mi piacerebbe per una volta vedere un prete che, celebrando messa, butti al cesso il rituale per scendere a parlare con delle parole vere. Che, staccandosi dal rito, comunicasse vita, sostanza. Umanità. Fede.
Di tutto quello che nel messaggio del cristianesimo pur c'è, ma oramai è coperto dalla patina dell'usualità, del rito mnemonico.
Mi piacrebbe assistere a una messa infervorata. Come purtroppo capita solo in qualche posto dopo un omicidio di mafia. Una messa come una riunione di un collettivo politico, con la stessa energia, perché la politica parla di vita come la religione.
Mi piacerebbe vedere una messa liberamente laica.

Luciano aveva fede, quale che fosse.
In un'idea socialista, comunista, comunitaria. Ad ogni modo una fede che unisce, che avvicina.
Era progressista, riformista, anche inquadrato. Ed adorava stare al passo coi tempi, sempre dietro all'ultima tecnologia. Era un uomo che guardava al futuro, che sognava un mondo migliore. Che andava avanti.
E per questo in fondo potrebbe aver ragione papà. Dopo essersi ripreso da un ictus, dopo essere andato a ricostruire la propria memoria nei luoghi, con la gente con cui era cresciuto, dopo aver recuperato sulla propria amnesia... morire.
Sai quanto gli sono girati.


A proposito di Fede, Fedemisi, mio amico ed ex-elishiano di Milano, proprio sabato notte mentre moriva Luciano ha fatto il chioppo con la moto, grave, facendosi anche passare sopra l'altro motociclo.
Sta in rianimazione, intubato, con diverse costole fracassate, un polmone fortemente compresso e altrettanto un rene.
Si sta rimettendo, la notizia m'è arrivata oggi perché - per convenienze che non vi sto a spiegare ma che condivido - l'hanno fatto sapere a tutti solo adesso.
Lo conosco, è una roccia ed è tignoso (ah, se è tignoso!), quindi so che si rimetterà. Una volta a Sarzana una tromba d'aria o simile ha fatto volare in aria un tavolino di ferro: stava per colpire una ragazza, lui si è messo in mezzo e se l'è preso sulla schiena, senza colpo ferire. Si rimetterà.
Anche perché ci sono i giusti segnali: non può parlare, e comunica digitando su una tastiera (o scrivendo su di una lavagna, non ho ben capito)... la prima parola che ha espresso è stata una bestemmia relativa a "un famoso porco di tre lettere", il che vuole inequivocabilmente dire che è lui, e non ha riportato danni cerebrali.
Ma, oltre a mandargli tutto il bene che gli voglio da Roma, a voi voglio raccontare (grazie ad Osiride, che è il nostro rappresentante/informatore da Milano) un episodio della sua degenza, usando le stesse precise parole con cui me l'hanno raccontato.

La sorella e il padre di Fede stanno osservandolo ansiosamente.
Fede digita OSSI..
"hai gli ossi rotti?" "ti fanno male le ossa?"
Fede li guarda incazzato e digita GE
"Genova?" "gelato? vuoi del gelato?"
Fede lanciando fulmini dalgi occhi digita NO!!!
"ah.. no.. niente gelato?"
Fede fa la faccia di Frankensteiin Junior e sviene.
"ah... OSSIGENO!!"

^____________^


GrimFang

domenica 13 maggio 2007

Ciao, Luciano

Capita sempre più spesso di usare la rete come se fosse una sorta di spazio interstiziale, un non luogo incorporeo che partecipa un po' sia della vita che della morte, per affidarle un messaggio di saluto ad un recentemente estinto.
No, non intendevo 'capita a me'. Ma in generale.
Come suonare "Il silenzio" a una nave che affonda, scrivere un sms ormai non più diretto a nessuno, o una mail che - magari si spera, per preservare un'idea di sacralità - nessuno leggerà.
Così, adesso che, dopo Gianfranco, se n'è andato Luciano, mi trovo nuovamente ad affrontare la morte; la nave che va alla deriva, lontano da me.

Luciano era forse l'amico più stretto di mamma.
Che chiaramente sta sotto a un Tgv (train grand vitesse), ma non lo darà mai a vedere. Anzi, è un po' allarmante che in parte l'abbia comunque dato a vedere; lei, che se gli scappa un accenno di sentimento non controllato e debitamente autorizzato dal suo cervello è perché tutt'intorno le sta crollando il mondo.
Non so nemmeno da quanti anni si conoscevano.
Ma è facile dire 'una vita', e non sbagliare. Non sbaglierei, credo, nemmeno se dicessi che io lo conosco da quando son nato. O giù di lì.
Perché era anche un amico di famiglia: la sua famiglia e la mia sono davvero legate.
Anni e anni di vacanze insieme. Se c'è una famiglia con cui posso pensare a quelle situazioni tipiche da film commedia americana - dove i vicini di casa partono per andare assieme in vacanza - beh, quella è la sua.
Una delle vacanze più indimenticabili della mia vita l'ho fatta con loro.
Calabria, Joppolo, camping La Zagara Selvaggia; una delle estati che ricordo meglio.
L'estate in cui Donella si sistemò lentamente la parte inferiore del costume facendoci cascare tre paia di occhi: i miei, quelli di mio fratello e quelli di Stefano (figlio maggiore di Luciano), che le sbavavamo da tempo dietro.
Donella... era amica di Luisa, sorella minore di Stefano. Veniva da... oddio... aspetta... era toscana di vicinissimo a Firenze... Donella... Sesto Fiorentino! (grande Google maps!)
Ma quella fu la vacanza dove avrei visto per la prima volta l'intero corpo femminile, seppur a tappe. Sì... a puntate.
'U pilu, come dicono in Sicilia, l'avrei visto a Donella; ma tutto il resto a Luisa.
Non ricordo bene, ma forse la prima parte fu il sedere, visto per lunghi attimi, ma un po' di sfuggita, perché fu mio cugino Daniele, di Milano, quando venne a trovarci per un po' di giorni con la famiglia - a proposito, sua sorella Memme si sposa a fine giugno, mi sa che ci vado - l'artefice del fatto. La stavamo inseguendo in acqua, con maschera e boccaglio, e con un colpo di stile libero le afferrò il costume che scivolò giù. Ricordo ancora che spalancammo gli occhi e ci guardammo attraverso le maschere, mentre lei se lo ritirava su.
Ma lo avrei visto meglio, su schermo panoramico, per così dire, più avanti.
Quando, tutti a tavola tranne me, la mamma uscì con lei dalla tenda per far vedere il bel pareo che aveva appena acquistato. Solo che qualcosa non andava nel nodo, o che so io, così la mamma glielo aprì e lo tenne davanti a lei come un velo, a coprire le nudità della figlia.
Solo che io stavo dietro, sdraiato sull'amaca! ^_^
Non so se è un ricordo vero o finto, ma rammento che Luisa se ne accorse. Girò la testa, mi vide e fece finta di niente. Gran donna.
Forse fece così perché già le avevo visto le tette. Fu un giorno che lei e mia sorella fecero una monellata. Ovvero presero il canotto, le maschere, le pinne e scomparvero. A ora di pranzo i genitori erano ovviamente fuori di testa, ma abbastanza tranquilli: le donne, si sa, sono sempre le pecore bianche (seee, lo pensano solo i genitori) e sembrava tutto troppo a posto per essere veramente allarmati. Ma la preoccupazione è un'ansia che serpeggia, così, tra una minaccia di castighi corporali pesanti e il dubbio atroce che potessero anche solo essere rimaste bloccate col canotto, ci spedirono a noi tre - me, mio fratello e Stefano - a cercarle lungo la costa.
Saltando da una roccia all'altra, nell'aria rovente (figuratevi il suolo) dell'ora di pranzo, ci facemmo minimo minimo un kilometro buono, per poi trovarle tutte allegre e contente a farsi il bagno in una caletta nascosta. Davvero un bel posto, così ci fermammo un po' anche noi (immaginerete da soli se ce l'hanno fatta passare quando siamo tornati). Ad ogni modo in cinque si era troppi per il canotto, e visto che noi si era fatta tutta la tratta a fette, era d'uopo che i maschi se ne stessero in panciolle a prendersi il sole, mentre le due donne, pinne-munite, spingevano la leggiadra imbarcazione verso casa.
Sì. Anche a me si delizia all'idea quella parte che ho di maschilismo.
Fatto sta che mentre noi ci si godeva beati i raggi del caldo sole, un banco di provvidenziali meduse veniva a incrociare la nostra strada. Ricordo un grido "Meduse!" strozzato e distorto dal boccaglio e un attimo dopo due corpi zuppi che si tiravano dietro una vasca di acqua invadevano lo stretto spazio fin lì dedicato ai bagni, sì, ma di sole.
Ed eccola lì, Luisa, per metà addosso a me, ridente e felice come tutti, per la situazione, per il pericolo scampato, col petto che si alza e si abbassa per l'emozione, la fatica... e il costume spostato. Una tetta candida, bianca, morbida, perfetta, con un capezzolo d'un puro rosa, di marmo per il freddo, l'eccitazione.
Per almeno un minuto.
Ma soprattutto: a circa quindici centimetri dai miei occhi.
Dieci dalla mia bocca.
Il mio cervello non esisteva più; ridevo, ma dentro di me c'era il Dio Pan in persona che gridava "Mordila! Mordila!". In realtà, qualcosa del cervello ancora doveva esserci, perché ricordo ora con la stessa nitidezza il pensiero che - grazie al cielo - mi bloccò:
"C'èsuofratello!C'èsuofratello!C'èsuofratello!C'èsuofratello!" ^__^
Senza contare che c'erano anche i miei, che le famiglie erano amicissime e che in generale la situazione prospettata sarebbe stata orribile.
Che vacanza...

Ne abbiamo fatte tante di vacanze, con loro. Molte in Calabria: San Nicola Arcella, Cirò Marina...
Ma è soprattutto in montagna che dividevamo lo spazio delle nostre vacanze, estive, invernali: perché abbiamo entrambe casa ad Ovindoli, ed anche piuttosto vicine.
Tra l'altro credo che presero proprio quella perché aveva anche il vantaggio della vicinanza con noi.
E ci siamo fatti un sacco e una sporta di escursioni.
Luciano era un buon camminatore, e del gruppo di su era sempre entusiasta di fare passeggiate, di andar per funghi... Era anche uno di quelli cui piaceva mangiare: se non era per lui, non avrei mai scoperto la trattoria Da Pellicola - un vecchietto con perennemente in testa un cappellaccio nero, pace all'anima sua - nel paese di nascita di Cocciolone (ve lo ricordate, quello caduto con l'aereo in Iraq), Paganica. Un posto dove c'è un allevamento di trote, e fanno uno splendido menù fisso, chiaramente a base di trote e altre cose di fiume tipo i gamberoni (da qualche parte conservo ancora una chela gigante di uno dei gamberoni che stava tra i miei spaghetti).
Ma Luciano era anche il fratello di Maurizio, ovvero lo zio di Elisa.
Elisa venne ad Ovindoli per credo tre estati. E divenne una mia buonissima amica e quindi, ovviamente, in ritardo sui tempi in cui sarebbe stato possibile (ancora ovviamente), una mia terribile cotta. Un giorno racconterò anche su queste pagine elettroniche di come sia andata, di come sia andato a Trieste seguendo una stella cometa... Se vi interessa chiedetemelo. Vi racconterò di Elisa e di come e perché sia, quasi un piccolo rito, la persona che chiamo alle 23.59 di ogni notte di San Silvestro. E magari vi finirò di parlare di Luisa, che adesso si è sposata (stefano nel frattempo lavora all'università e vive ai castelli), e di come, scrivendo queste righe, mi sia reso conto di quanto le sono debitore di un mio diverso approccio alla sfera sessuale. Chissà, forse non è un caso che la mia prima vera ragazza me la sia trovata in quel di Ovindoli...

In effetti, le nostre famiglie sono sempre state vicine.
Non di quel tipo di vicinanza quotidiana che comporta la condivisione di quasi tutto, come, che so, i vicini di casa in America. Quelli che hanno il pratino confinante e fanno assieme il pranzo della domenica, per intenderci.
No, quel tipo di vicinanza per la quale ti viene del tutto naturale chiederti che succederebbe se ti sposassi con una di loro, se diventaste parenti. Quel tipo di rapporto che una volta faceva nascere un sacco di matrimoni combinati: cresci insieme. Stefano e Luisa hanno un'età che è praticamente in mezzo a quella dei miei fratelli; diciamo poco sopra e poco sotto mio fratello, che è quello di mezzo. Per cui, anno dopo anno, condividi esperienze, cose, spazi vitali, vacanze... e chissà, Elisa era come la terza 'sorella' della loro famiglia, quella più vicina alla mia età (è poco più piccola).
Quindi, anche per il tipo di legame che abbiamo, meglio ancora per quello che avevamo, è stata lei la prima cui sono riuscito a mandare un sms. Non sapendo se e come l'avesse saputo, non me la sono sentita di telefonare.
Solo molte ore più tardi sono riuscito a mandarne uno anche a Stefano per tutta la famiglia, e non me la sono poi sentita di andare alla camera ardente, mentre andrò ai funerali, martedì.
Non me la sono sentita anche perché l'ultimo ricordo che ho di lui, che insegnava ai sordomuti, non è quello dell'ultima volta in cui l'ho visto, incrociandolo qui in casa durante una delle session settimanali di burraco (ah, tra l'altro vinceva spesso, pare). No; il ricordo più vivo e forte che ho di lui è di quest'estate, in montagna.
Quando lo incrociavo spesso, mentre andava da solo in giro a passeggiare.
Da solo, perché la nonna Rosa, madre della moglie, stava un po' male. E dire che gli sopravvive.
Da solo perché, io non sapevo bene, si era ripreso o stava finendo di riprendersi da un altro male, al cervello. Qualcosa di neuronale, credo. Qualcosa che aveva vinto.
Ma aveva già cominciato, e questo non lo sapevo, la dialisi, la lotta coi reni. (esci da una parte, entri dall'altra...)
Quella che, a causa del cortisone necessariamente somministrato, non lo avrebbe sconfitto, se non di sponda. Perché ieri è stato male, pensava fosse febbre e invece era polmonite - priva dei sintomi classici per via del cortisone. E quando si è sentito male la notte, ed è stato ricoverato, è caduto in stato d'incoscienza all'una, per morire stamane alle cinque.
Di cosa, papà - che è medico - non lo ha capito bene.
Per mamma erano stati gli stessi del medesimo ospedale, il Gemelli, ad avergli provocato la necessità della dialisi, nel curargli l'altro male al cervello. Per quanto possano esser bravi, finché non capisco meglio questa storia preferisco non farmi ricoverare, nel caso, in quell'ospedale.
E' lo stesso ospedale dove è morto Fabio, dove c'era la camera ardente di suo fratello Marco.
Beh... forse un po' grazie al cazzo, visto che è il più grosso policlinico della zona.
Fatto sta che Luciano è morto alle cinque di mattina del giorno della festa della mamma, nell'anno 2007.
E non mangerà la cena pagata coi soldi delle sconfitte a burraco (che credevate, che giocassero per giocare? Un euro a partita persa, e poi tutti a cena!). E non andrà con gli altri in giro per l'Italia a vedere i paesi, a farsi una gita fuori porta, a mangiar fuori, a vedere musei, monumenti... non andrà per funghi.
Passeggiava.
Lo ricordo col bastone da passeggio, il viso un po' stracco e... non sofferente, ma velato. Velato di tristezza, forse; la tristezza di non potersi più fare le camminate spavalde di una volta, le chiacchiere allegre e perditempo e, da buon veneto, magari farsi un cicchetto di rosso. Allegro, ma di un'allegria smorzata, posata... più anziana. E forse con meno piglio nel parlare. Ed io mi limitavo a brevi battute, un po' per fretta, un po' per paura di non saper di che parlare. E dire che da piccolo stavo un sacco di tempo da loro.
Così, qualche scambio di battute su Stefano, Luisa... sul mercato al parcheggio, sulla piazza. Sul palco della festa, sul programma. Sulla bicicletta. E poi via, ognuno per la sua strada.
Con quell'abito, quel cappello, il bastone. Nella sua passeggiata quotidiana.
Quel sorriso conciliante e un po' appannato. Come un cielo un po' coperto dalle nuvole.
Che annuisce. Che con quel venticello si sta anche bene, se solo piccasse un po' meno 'sto freddo.
Che riprende la sua strada, pronto ad andarsene verso la valle, per strade, prati, campi, montagne.
Come piaceva a lui.
Con questo ricordo, non riesco proprio a immaginarlo morto.

Lui è ancora lì, che cammina, in un bel pomeriggio sereno/variabile.
E ci resterà per sempre.
Ciao, Luciano.


GrimFang

venerdì 11 maggio 2007

La prima notte

Riprendiamo i post su Granada.
Difficile mantenersi ligi al racconto, quando c'è stata di mezzo una prova del laboratorio Ludyka in cui - ovviamente - si è parlato di tutto ciò che è avvenuto in Spagna... ma, per necessità di cose, nel caso dovrò raccontarvela alla fine.

Bene, smistati i due gruppi uno verso un ostello e l'altro verso una pensioncina, ciascuno si dirige zaino in spalla alla propria destinazione.
Qualunque viaggiatore prima o poi - soprattutto se nella mia medesima condizione di straccio umano - avrà un letto e un cesso come mèta agognata.
In quel momento, l'unica cosa chiedevo era sottrarmi al freddo umido belluino che mi stava devastando il fisico e l'intestino. Non vedevo l'ora di tirarmi addosso delle coperte, magari ancora vestito.
Così, una volta giunti a Plaza de la Trinidad, dove a tre metri di distanza c'era l'ingresso della pension "Cinco Gatos", gestita dalla vecchina Victoria - in cinque minuti ribattezzata 'panna e fragola' - che parlava italiano smozzicato, spagnolo e francese (lingua con cui conversava col marito francese), il mio obbiettivo era la sopravvivenza personale.
Chiariamo: non ero annebbiato al punto da non aver considerato che, Valentina (la più carina di Yogurt) a parte, la stragrande maggioranza delle yogurtine era in casa con me. Inoltre, nel salir le scale, loro si erano buttate tutte nell'appartamento al secondo piano, il primo disponibile, e avevo preso in considerazione l'idea di infilarmi da loro, ma diversi fattori mi avevano frenato.
Il primo, è che ero veramente in uno stato di schifo e, se da una parte volevo esser coccolato da loro, dall'altra non mi andava poi molto di dare l'impressione - parzialmente vera - di essere deboluccio e devastato. Tanto poi l'avrei data comunque, ma allora non lo sapevo ancora! ^__-
Il secondo è che già da Roma si era un po' discusso delle sistemazioni.
Proprio Isa, o Valentina, credo, del gruppo Yogurt, se ne uscì prospettando la divisione delle case per laboratori.
Adesso, io avevo ben presente il disegno di Vania - cercare di fondere il più possibile i gruppi, per darci la visione collettiva dell'esperienza. Ma mica solo per questo: diciamocelo, 45 persone di quei laboratori erano a fortissimo rischio di trasformarsi tutti in 'gita delle medie', rischiosissimo per la sua salute mentale. L'esigenza di farci conoscere, integrare, supportare e sopportare vicendevolmente da una parte sposava i disegni del viaggio teatrale; dall'altra evitava a Vania di essere trasformato all'istante nel babbo di tutti, nel professore cui tutti si rivolgono per risolvere le questioni, dal "mi fa male un callo" al "tizio mi ha fatto questo" o "Pinco ha spintonato Panco". L'ultima cosa al mondo che Vania voleva - checché ne abbia detto poi - era trovarsi, oltre a dover affrontare l'immensa mole del lavoro quotidiano, anche a dirimere miliardi di piccoli scazzi possibili.
Perché allora spezzettarci e mischiarci nelle stanze veniva a fare il gioco suo?
Beh, fondamentalmente perché avrebbe asciugato molte questioni nate dal 'fare gruppo' ed evitato tutte le possibili contrapposizioni stile 'muro contro muro' tra i gruppi.
Se ciascun laboratorio fosse rimasto compatto si sarebbero perpetuate dinamiche solite, quelle quotidiane di Roma, si sarebbe persa la dimensione comunitaria dell'esperienza e ci si sarebbe, diciamo, chiusi un po' a riccio. Uno scazzo tra persone sarebbe stato comunque gestibile, pur con difficoltà, ma uno tra gruppi... vivere giorni di astio serpeggiante tra comunità non integrate... (mamma che sto a dì, sembra che parlo della comunità cingalese a Littele Italy)... no, non se ne parla neppure. Abolire il rischio di faide e di prese di posizione collettive, magari ingenerate dal semplice diverbio tra due persone. Quindi, Vania non poteva lasciare la scelta ai singoli. Si sarebbero certamente formate sacche isolate di conoscenti, com'è naturale che sia.
Apertura versus chiusura; la scelta era obbligata, specie considerata la filosofia del viaggio.
Considerato poi che invece gli è andata talmente di lusso da poter persino beccare Fatima... ma di questo parleremo più avanti. (Godo, a sapere quanto sono bastardo, a volte) ^__^
Ad ogni modo, vi ho detto che ero perfettamente cosciente di questa situazione.
Quindi, a Ciampino, ci ho messo un attimo a farmi portabandiera dell'integrazione tra gruppi.
Ne dubitavate? ^_^
Mosso meramente da istinto piacionesco (o piacionico, per dirla alla Proietti), ma con l'abilità oratoria di un Cicerone, sorretta da simili inoppugnabili motivazioni, in quattro e quattr'otto convincevo le yogurtine non solo della mia idea - di Vania - ma dell'ingiustizia della loro.
Se anche i numeri potevano dare adito a immaginare una possibile divisione un laboratorio in una casa e due nell'altra, non si poteva evitare che almeno un laboratorio si dovesse trovare, seppur in minima parte, diviso tra due case: allora perché solo un laboratorio avrebbe dovuto essere penalizzato, e non poter ripassare o provare lo spettacolo senza essere costretto a spostarsi?
E dire che non mi era nemmeno venuto in mente che Stefano fa parte sia di Ludyka che di Saltymbanco, o Sara ed Alessio che invece son parte sia di Ludyka che di Yogurt. Quindi nemmeno poteva porsi l'idea.
Fatto sta che la questione veniva comunque affrontata da Vania nel fatidico autogrill dei calamaros fritos, in terra iberica.
In quell'occasione, il buon regista girava fra i tavoli con un foglio delle preferenze: con chi si voleva stare o quali caratteristiche dovevano avere (o assolutamente non avere) i compagni di strada. Nei restanti 300 e passa km fino a Granada, lui avrebbe elaborato una sistemazione delle stanze. In realtà, lui non aveva la più pallida idea di quante stanze da quante persone ci sarebbero state, quindi era un compito impossibile; ma ad ogni modo, dava a tutti noi la possibilità di riflettere sulle sistemazioni 'miste' (tra gruppi).
A quel punto, viaggio appena iniziato, non avevo la più pallida idea di quale ragazza (o almeno una rosa ristretta di ragazze) avrebbe da me ricevuto le maggiori attenzioni. Quindi, non avrei potuto dire "voglio stare in stanza con...", specie davanti a tutti. Troppo sfacciato, approccio perdente - per quanto potesse, al limite, farla sentire considerata in particolare. E poi, avevo zero voglia di fare la figura dell'allupato mannaro (che poi, a dirla tutta, non sono stato mai - a Granada, ovvio) o di puntare subito su un piano più esplicito, o di boutade, che storicamente ha sempre dimostrato che alla fine dei conti non paga. Quindi, al massimo (imbroccando l'imbeccata di un altro), mi sono limitato ad esternare la mia ampia disponibilità, magari evitando quelli che russano.
Dieci secondi dopo, Vania asseriva - in risposta a domanda altrui - che si poteva dire qualunque cosa: "Alessio, ad esempio, ha chiesto di dormire solo con donne".
Un battito di ciglia dopo, io e Brasca ci accodavamo con entusiasmo, ironizzando sul fatto che ci saremmo trovati in stanza io, lui e Alessio. L'idea di giocarmela più discretamente era già andata a farsi benedire.
In tutto questo, la molla che aveva fatto scattare l'adesione incondizionata a quelle parole continuava ad echeggiare nella mia testa: "Se stavo zitto e poi Vania lo usa davvero come criterio, sai che rosicata!".

Il terzo ed ultimo fattore per cui non mi fermai nell'appartamento al secondo piano, fu un grave errore di sottovalutazione che mi aveva viziato il giudizio.
Infatti, pensavo che le yogurtine fossero un pelo più snob, e che fossero entrate lì per valutare in quale appartamento fermarsi e che, in seguito, sarebbero comunque salite. Quindi ero andato al terzo piano.
Invece, còrca (abbreviazione romanesca).
M'ero abbondantemente sbagliato - e ovviamente sono stato felicissimo di scoprirlo - perché, anche se non sono il genere di tranquillone che si svacca dove capita, anche loro non vedevano l'ora di buttarsi su di un letto qualsiasi e prendere possesso del cesso, come tutti. E il primo letto andava benissimo - salvo poi magari protestare debolmente per l'igiene o esprimere dubbi sulle coperte... ma tanto avevano il sacco a pelo, che je fregava?
In tutti e cinque i giorni non credo siano mai salite, manco a dare un'occhio alle nostre stanze.
Ad ogni modo, scoprire che erano più alla mano di quel che immaginavo, ovviamente, non poteva che farmele piacere di più.

Così, una volta in quel di Granada, a due metri e mezzo da Plaza de la Trinidad, alla pension "Cinco Gatos", io avrei dovuto aspettarmi una distribuzione dei posti figlia dei compromessi elaborati da Vania in 300km e passa di strada, quelli fatti dal fatale autogrill fino a lì. Invece Vania era subito corso all'altro ostello perché la tipa di lì voleva essere pagata subito, ed io ero talmente devastato che non mi fregava nulla di con chi capitavo in stanza e volevo solo un letto e un cesso, appunto.
Non stavo poi così distrutto da non rendermi conto però del fatto che le yogurtine non salivano. Che si stavano riunendo tutte lì, che da me stavano salendo solo gente di Ludyka e Saltymbanco, con l'eccezione di Laura Yogurt (per distinguerla da Laura Ludyka cioè Lalla) che prendeva possesso di un posto nella stanza a fianco alla mia. Prospettandosi una situazione simile alla divisione delle macchine in cui avevo rischiato di restare a piedi e - se non era per Cri - di fare un viaggio veramente scomodo, mi decidevo a piazzare i bagagli in una camera da tre, e di lasciare che scegliessero gli altri di stare con me. Di fermarmi a guardare cosa il fluire del mondo avrebbe condotto da me.

...ve la siete bevuta?
^__^
La realtà è stata che sono rimasto tentennante a fare su e giù sulle scale, avanti e indietro, senza decidermi ad entrare dalle yogurtine e chiedere "qui c'è posto?" perché mi sembrava troppo sfacciato. Così, quando sono entrato da loro zaino in spalla era già tardi e i posti erano già presi, al che mi sono affrettato a salire, per non restare a dovermi adattare all'ultimo posto disponibile, magari vicino a un russatore professionista.
Ed il fluire del mondo ha portato me nella stanza con Stefano e Federichino.

E sinceramente, non poteva andare meglio.
Per quanto Stefano (e non sapete che sforzo sto facendo per non chiamarlo Starna, come lo chiamo sempre) sia un fine russatore - ma solo quando è veramente stanco (indovinate un po' quante volte è capitato in cinque notti a Granada?) - è anche il più sguajato, divertente, assolutamente non politically-correct anarchico mangiapreti che conosca!
Passare tutti quei giorni in stanza con lui e Federichino è stato un tajo. Ho riso fino alle lacrime, piegato a star-tac sul letto, per le battute più gore, grand-guignolesche che abbia mai sentito. Di una mi ricordo solo che aveva a che fare con le donne, un chilo di sabbia e un set di bisturi, e significava l'espressione di un certo qual apprezzamento per le grazie di Valentina di Yogurt...
^__^'
Federichino poi era il perfetto contraltare: pause storiche che davano forza alle battute di Stefano e mimica facciale che parlava fiumi di parole da sola... ogni piano d'ascolto che forniva era la celebrazione dell'assoluto, splendido squallore che Stefano aveva raggiunto (battendo il record precedente), e la battuta successiva era una splendida alzata per la conseguente schiacciata di Stefano.
Perfetti.
Un gioco in cui mi inserivo anch'io, alternando battute fulminanti ad alzate clamorose, spostandomi verso lo squallido di Stefano o l'ascetico giudizio di Federichino... che grandi serate.

Doman...beh, a dire il vero stamattina, li vedo e mi farò rinfrescare la memoria.
Meritano di essere immortalate su questo blog.
Dividere camera con loro è stata un'esperienza davvero gradevole. Lo dico oggi che son passati un po' di giorni in sana solitudine, ovviamente! ^__-
Ad ogni modo, quella sera, dopo aver ricevuto le coperte aggiuntive che panna e fragola aveva proposto e che io avevo accettato (Stefano le avrebbe chieste di corsa il giorno dopo - io nella mia sensazione di freddo, umido e fragilità che mi aveva accompagnato fin lì ero stato saggiamente più lungimirante; Federichino aveva il sacco a pelo e se ne fregava) di buon grado, non sono affatto andato a dormire. E nemmeno al cesso, a dire il vero.
Tanto per cominciare, era la prima notte a Granada, e per quanto fossero forti i miei istinti da pensionato (a nanna, subito!) si contorceva dentro di me il serpente giovanile dell'eccitazione dell'esperienza nuova tutti assieme. La voglia di chiacchierare, di star su svegli ancora un po', di fumare. Di parlare, ad esempio, di panna e fragola, cara vecchina che nel darci le chiavi aveva più e più volte chiesto di chiudere a chiave tutti e quattro i portoni (due portoni giù, uno su strada e uno interno, e due porte su, dell'appartamento e di camera) per cautelarsi dai ladri. Sembrava infatti un po' ossessionata. Ora, considerato che le stanze sembravano essere tutto tranne che invitanti per un ladro, l'unica cosa erano i nostri oggetti - che la vecchina ci pregava di non lasciare in casa se di valore.
Suppongo, in realtà, che la preoccupazione fosse di natura assicurativa: ovvero, panna e fragola NON era assicurata sui furti, e se capitava qualcosa del genere chiudeva baracca e burattini. Ad ogni modo, non era certo troppo entusiasmante arrivare dopo un viaggio simile in una pensioncina che a prima vista meritava una, massimo due stelle, e sentirsi dire che Granada pullulava di topi d'appartamento.
A proposito, mai avuto problemi del genere finché siamo rimasti a Granada. Fortunati? Mah... chi può dirlo?
Comunque, camera nostra era un rettangolo con la porta su di un lato corto e una porta-finestra con balcone sul lato opposto (profondità balcone 20 cm.) che affacciava su di un bel vicoletto che portava alla piazza, purtroppo dall'altro lato rispetto al portone d'ingresso della pensione; per cui, quando Stefano tornava alle 5 di mattina bisognava scendere fino giù per aprirgli - oppure, come avvenne fin dalla seconda volta, lui doveva venire dall'altro lato a farsi tirar le chiavi dal balcone. Per il resto, a fianco al balcone c'era il letto matrimoniale mio e di Federichino, poi il letto singolo di Stefano, poi uno spazio relativamente sgombro dove c'era una cassettiera con specchio sulla destra e una doccia e un lavandino sulla sinistra. Spazio di passaggio tra i letti e il muro (sul lato libero, ovviamente) 20 cm., spazio libero tra il mio letto e quello di Stefano 35 cm. in rapida diminuzione, man a mano che Stefano la notte si lanciava ubriaco sul letto per dormire.
L'ultima sera ci saranno stati un paio di centimetri.
Ad ogni modo, quella sera, la prima sera a Granada, le yogurtine sono state le prime a svenire sui letti. Nel loro appartamento, una stanza aveva - unica - occupanti maschili: indovinate un po'?
Alessio e Brasca.
Più tardi, per terra col sacco a pelo, nella zona del 'salotto' si sarebbe accampato Vania, rimasto fuori dall'altro ostello. E ci sarebbe, guarda un po', rimasto tutti i giorni.
Al piano superiore, nell'appartamento di sinistra si erano disposte le coppie di Ludyka ed un paio di Saltymbanco, già comatosi e a nanna dopo breve tempo.
Svegli fino alla fine solo quelli del nostro appartamento: oltre la nostra stanza, quella delle donne a fianco alla nostra. Sara, Wanda, Valentina (Ludyka) e Laura (Yogurt). Che ovviamente hanno cazzarato con noi fino a quando non stavamo crollando e poi sono andate a dormire. Come noi.
Solo che noi abbiamo continuato a cazzarare a letto!
Io ho approfittato finalmente del bagno, liberandomi dai fantasmi dei maledetti calamaros, e poi sono tornato in stanza. Stefano sotto le coperte, Federichino nel suo sacco a pelo sopra il letto matrimoniale, io dentro il letto matrimoniale, a tratti sotto Federichino.
A conti fatti, io sono stato l'ultimo a dormire.
Solo l'indomani avremmo fatto la conoscenza dei volatili di panna e fragola. Qualsiasi cosa fossero...


GrimFang