L'artista mescola il sangue con la terra, per generare sempre nuova vita...

Sarà sicuramente potente, la vita. Piuttosto dolorosa, a mio avviso, a volte sorprendente, sicuramente intensa, vibrante, indubbiamente da vivere. Sempre e comunque.

Sara Tenaglia

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento

Terra, Pioggia, Fuoco & Vento
Fire cup

martedì 22 maggio 2007

Granada - El dia de El Apeadero

Alé, riprendiamo i racconti di Granada, sennò non affittiamo più! ^__^
La telecronaca, radiocronaca, videocronaca... uh, la blogcronaca (che orrore, sembra un verso onomatopeico di un rospo di tre chili) degli spettacoli che sto facendo in questi due giorni la post-icipo ad un post post-ato post-eriormente.
Unica nota a margine: ieri sera è venuta a vederci Lyra, che so che legge il blog. Di tutti gli altri, niente! Vabbè che sono giorni infrasettimanali, però... Nessuna traccia di Corinna, di mia cugina Nocciolina e di mia non-cugina Reby, che invece avevan detto sarebbero venute... vediamo stasera. [n.b.: ovviamente ho finito il post ben dopo la seconda messa in scena... Ma per sapere che fu vi tocca pazientare...]


Il giorno 28 aprile, in quel di Granada, Vania ci ha dato la mattinata libera.
Le avremmo avute tutte libere, e al tempo stesso quella sarebbe stata l'unica realmente tale.

Presi dalla spossatezza del viaggio, si può dire che ci siamo alzati tutti ben dopo le galline, e che - almeno io - non mi sia minimamente accorto degli aerei starnazzamenti che giungevano dalla tromba...uh, no, quella è delle scale... come si chiama un posto su cui si affacciano un sacco di finestre, verso l'interno di un palazzo? Deso? Non credo si possa definire un cortile interno, se è sotto il metro quadro... vabbè, magari era poco più grande, però era davvero un buco.
Insomma, come avremmo scoperto, chi al risveglio quel giorno stesso, chi dopo, la dolce e simpatica vecchina 'panna e fragola' oltre che di gatti era patita anche di volatili.

...ma che malpensanti!!! Santo cielo, ho solo detto patita di volatili, mica di uccelli!!!
Che gretti.

Insomma, all'ultimo piano doveva avere una specie di... sottotetto, voliera, che cazzo ne so, dove teneva questi misteriosi... uccelli. Oh, adesso mica potete sbottare a ridere ogni volta che dico uccelli!
...Ma che bel gruppo di ornitologi, eh?
Vabbè, continuiamo. Il fatto è che non si riusciva a capire cosa fossero. Indubitabilmente ogni tanto si sentiva qualcosa di simile a un gallo, ma, che mi risulti, nemmeno il gallo più rincoglionito fa chicchiricchì alle dieci e a mezzogiorno, poi alle due e infine alle sei (orari orientativi del tutto inventati, non sono mica stato lì col cronometro per vedere se erano intervalli regolari!).
Così, io mi sono fatto la personale teoria che si trattasse in realtà di pappagalli. Che coi galli semplici senza pappa non c'entrano niente, ma che da costoro potevano aver imparato il verso del chicco ricco, e quindi per la felicità degli inquilini di tutto lo stabile potevano imitarlo. Un verso gioiosamente trillante privato del suo senso e stupidamente ripetuto ogni mezz'ora (ma anche meno), ma non privato della sua intrinseca natura di verso eminentemente scassamarroni. Stefano - ma mica solo lui - se li sarebbe stufati volentieri, con o senza pappa che fossero.
Ad ogni modo, così sollecitato, mi tiravo in su sul letto verso le undici, credo, stupendomi di non essere rimasto in letargo fino al mattino successivo. Per prima cosa, la mia scelta di accettare la coperta aggiuntiva offerta dalla vecchina la sera prima si dimostrava pagante: Stefano si alzava con fare da zombie, e con aria minacciosa mugugnava "Stasera devo ricordarmi di chiedere una coperta alla vecchia".
Lo so, gioire delle disgrazie altrui non è cosa bella.
Ma umana, sì! Quindi mi alzai decisamente di buon umore.
Tanto più che la prima scelta della giornata l'ho imbroccata: memore dello strazio caldo/freddo del giorno precedente, optavo per cassare dal mio vestiario il vocabolo 'camicia', e d'indossare la felpa direttamente sulla maglietta. Perfetto.
Per tutta la mia successiva permanenza in Spagna, ho girato in t-shirt e felpa. Da paiùra. Superata l'impasse termica della Madrid-Granada! ^_^

La punta con tutti gli altri era per mezzogiorno, mezzogiorno e mezza alla piazzetta sotto 'casa nostra': plaza De La Trinidad. Il che era una bella botta di culo, perché mi consentiva di andarmene a zonzo per un pochino, con tutto il gusto di esplorare per la prima volta quella città.
Almeno, il quartiere.
A dire il vero, non ne ho girati che pochi isolati in tutto, ma per un motivo in particolare.
Questo.
Pontezuelas 32 BJ, local 1.
Girando per le calles di Granada (calle [pronuncia kàye] è strada in spagnolo, e non è plurale di calla, che in romanesco ha tutt'altro significato) mi sono imbattuto in quest'indirizzo.
E' un piccolo negozietto; avendo io la necessità di fare colazione, ed essendoci lì un cartello con scritto Illy, non ho atteso oltre altre indicazioni.

Il locale è rettangolare, lato corto sulla strada, portelloni aperti invece della serranda alzata e uno strabordare di merce a far da fermaporta.
La prima cosa che noto, oltre al cartello Illy, è un cartello scritto a mano col pennarello, che dice "Si fanno fotocopie". E un banco frigo da gelati.
Non è esattamente il tipo di negozio che m'ispira o che m'incuriosisce: ha l'aria un po'... barocca, nel sovrabbondare di merci decisamente superflue. Intendo, sovrabbondanti cascate di pacchetti di caramelle gommose attaccati a rachitiche grucce metalliche... un po' triste. Insomma, uno di quei negozi che tende ad innalzare il tuo tasso calorico alla sola vista ed il colesterolo nel tuo sangue se entri.
Non che io abbia problemi di linea, semmai sono una linea, e dovrei provvedere.
Però, insomma, quel negozio, visto così, da fuori, non era molto nelle mie corde.
Ma il cartello Illy lo era eccome.
Entro.

Ora, vi devo precisare, e confessare, che non ricordo tanto bene se questo sia accaduto proprio il 28, o invece il 29. Ma non credo sia poi così importante.
Al massimo, vi racconterò come accaduto il 29 quello che è realmente accaduto il 28 mattina...

Una volta dentro quel locale, ci si accorgeva che non era proprio corrispondente all'immagine che dava all'esterno.
Oddio, a pensarci ora, sia quel posto che l'edicola in Plaza De La Trinidad avevano un che dell'estetica dei paesi calabresi della mia infanzia. Di quei negozietti che trovi con un sacco di roba vecchia e nuova esposta, coi gadget per bambini piccoli dai nomi tipo, che so, 'La busta millesorprese'... Ecco, anche questo negozietto era un po' così.
Solo adesso riesco a dargli un nome, come attività.
Era un emporio.
Piccolo, senza troppe pretese, un emporio di paese.
Aperto, particolare non indifferente visto che anche in Spagna si festeggia il 1° maggio come festa nazionale del lavoro. Infatti, la quasi totalità di negozietti che avrei voluto vedere (un bel negozio di giocattoli - con Mazinga sull'insegna! - uno di modellismo, una libreria, due fumetterie...) erano chiusi per il fine settimana o per il ponte, e l'unica chance di trovarli aperti si riduceva a lunedì mattina. In più, visto che stavo girando di sabato quasi all'ora di pranzo (e lì la pausa pranzo è bella lunga) era praticamente matematico trovare tutto chiuso, ristorazione a parte.
Spendo due parole sulla questione della pausa pranzo.
In Spagna non c'è fuso orario.
Sono le sei da noi? Sono le sei anche lì.
Il fatto che poi ci siano Francia e Inghilterra di mezzo, di cui sicuramente quest'ultima viaggia con un'ora di ritardo rispetto a noi, è dato trascurabile. Loro hanno stabilito che il fuso orario che vogliono è lo stesso nostro.
Che vuol dire?
Beh, questo si traduce nel fatto che loro vanno a lavoro 'tardi' e quindi chiudono 'tardi': in pratica, alle otto di sera da loro c'è un sacco di luce naturale - quella che c'era da noi alle sette!
Ecco perché si possono tranquillamente 'coccolare' con una sostanziosa pausa pranzo, visto che chiudono molto più tardi e stanno in giro più a lungo. ^_^
Per stringere alla sugna del discorso, non ho mai trovato un negozio aperto quando volevo. Obvious.

Il piccolo emporio senza nome dentro era parquettato, e vendeva di tutto: dai giornali, riviste, prodotti editoriali con dvd allegati, allo shampoo ed i prodotti per la casa, dalle caramelle al pane, dal caffè fatto con le cialde Illy alle sigarette dal distributore automatico.
E proprio in quell'angolo lì, al fondo del locale, arredato moderno - tra parquet, porta a vetri sempre aperta (su cui troneggiava il cartello "qui si può fumare" ^__^), distributore di sigarette contro la parete di fondo, tre postazioni internet su mensola di legno chiaro sulla destra e bancone del pane con ripiano in vetro trasparente su cui consumare il proprio caffè (posacenere a portata di mano) a sinistra - mi sono andato a sistemare dopo aver chiesto alla commessa (o proprietaria?) un caffè.
C'è chi sostiene con forza il fatto che conoscere un paese è anche sacrificare qualcosa del proprio gusto nazionale in favore degli usi e costumi locali. Ovvero: paese che vai, caffè che ti bevi. Visto come fanno il caffè in Francia, so che non sono un sostenitore di questo punto di vista, magari teoricamente corretto. E a me, vedere la macchina Illy, seppure a cialde (anzi, meglio: fattore umano azzerato!), scaldava il cuore.
Come?
No, Paolo, la commessa non era carina.
L'avrei conosciuta meglio le volte in cui ci son tornato: si chiama Florencia (chiaro che appena sentito il nome mi sia rimasta un'emiparesi temporanea del sorriso pensando a Florence), ma vi racconterò di lei a tempo debito. Che poi, in effetti, non era commessa, ma gestiva lei il posto. Non so però se fosse anche la proprietaria...

Così, mi approprio del mio angolo, del mio sgabello, e del posacenere che gentilmente mi porge.
Mi dà la mia tazzina di plastica col caffè cortito, e se ne torna alla cassa.
Preziosa solitudine.
Senza fretta, senza meta.
Come piace a me.

Nessuno di noi, in quei giorni, è andato mai in giro senza il suo quadernino.
Il 'Diario dell'attore', che Vania ci aveva dato molto tempo prima, non solo per il viaggio.
Una sorta di taccuino su cui appuntare non tanto e non solo le lezioni, le informazioni su come è nata la tal maschera o quali esercizi siano migliori per sciogliere le muscolature legate allo Zanni o quant'altro, ma anche esperienze, emozioni, riflessioni che aiutano ad osservarsi e a migliorare il proprio percorso di attore.
Io, forse non ritenendomi un attore, o molto allergico al 'prendere appunti' di scolastica memoria, prima di Granada là sopra ci avevo scritto solo l'elenco dei miei 'Tori' da sconfiggere in scena (è una teoria teatrale di Vania) e le indicazioni sui personaggi di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, che mi eran piaciuti troppo.
Come dire... alacre e zelante nella stesura di appunti! ^__^
Ad ogni modo, a Granada era diverso.
Non c'era da scegliere se 'perder tempo' a trascrivere appunti o direttamente rielaborare cose di giorni precedenti. Semplicemente, si stava lì, e se c'era qualcosa che ti colpiva, e ti andava di scrivere, scrivevi.
Quindi, lì, nella pace di quel locale, visto in un'ottica diversa (dal fondo verso la strada era invece molto gradevole come locale), sorseggiando il caffè, mi è venuto naturale tirar fuori il taccuino e scrivere.
Mi sentivo un po' come mi capitò ad Amsterdam: l'intellettuale nel bistrò che prende appunti, o lascia scorrere i pensieri sulla carta.
In pratica, mi sono preso un sacro momento per me, e mi son goduto il mio star bene.
Talmente tanto che al pensiero "ma così finisce che devo tornare alla piazza e non ho visto niente!" con un sorrisetto e una scrollata di spalle mi sia detto "e 'sti cazzi", continuando a scrivere e a gustarmi sigaretta e caffè.
Forse quello è stato un momento molto importante.
No, non scherzo: è stata la reale differenza tra il viaggio da turista e il viaggio da attore.
Da turista, mi sarebbe davvero dispiaciuto sacrificare la visita alla città in nome di uno sgabello su cui mi piaceva stare. Da turista non mi sarei mai fermato in un simile posto così a lungo. Ma io non ero lì da turista.
Di vedere Granada - paradossalmente - m'importava poco.
A me, che di andare in viaggio e in esplorazione e farmi le mappe mentali dei posti vado pazzo!
Ma io ero lì come attore.
E come attore tu un posto lo vivi, e non te ne frega molto di esplorarlo.
Ecco, lo fai tuo, anche se è straniero. Magari facendo finta di essere in un piccolo caffè d'Argentina, minuscolo emulo di Borges, e che quando uscirai a fare quattro passi verso la piazza ti troverai in mezzo a case basse e colorate pastello, tra camionette verdi militari che presidiano la strada e una musica di tango che suona da qualche parte in un bordello. (...bum! ^_^)
E così è del tutto naturale passare il tempo a guardar fuori, fumare e abbassare lo sguardo sul taccuino come sospeso sulle baguettes, per via della lastra di vetro. E scrivere.

Quello che ho scritto sul mio taccuino a proposito di questo locale, merita un apposito post (anche perché è lungo, e delirante).

Uscito da lì, di corsa alla piazza, o quasi.
Il fatto è che si doveva mangiare, ed io ancora accusavo un pelino il caldo.
Trattandosi di piazza piena di alberi dalle fronde scarse e di un orario col sole a picco, non mi trovavo propriamente in vena di nutrirmi (memore soprattutto dei maledetti calamaros). Del resto non mi andava di svenire per calo di zuccheri, specie nella prospettiva che, fatta riunione, si partisse immediatamente per lavorare.
A trarmi in assoluto d'impaccio è venuta Francesca di Saltymbanco: donnone siciliano verace, abbondante in tutto, assieme a Chiara s'era semplicemente comprata della frutta. Arance.
Banale, nutriente, soprattutto se - come avevan fatto loro - accompagnato col pane.
Ho praticamente sempre mangiato pane e arance a pranzo, al massimo togliendomi lo sfizio di una bella mela verde verso l'ultimo giorno. (in realtà l'ultimo giorno a pranzo mi sarei sfondato al quartiere arabo, ma suvvia, bisogna pur romanzare!) ^__-

La riunione è andata via veloce, un po' di preparazione spirituale di tutti all'improba prova che ci attendeva e un po' di organizzazione degli spostamenti della giornata. In pratica, tutta la nostra attività del giorno 28 si riduceva ad una parata da farsi il pomeriggio, da una delle piazze principali di Granada (che era lì vicino - e praticamente sotto l'ostello degli altri) fino a questo teatrino, che si trovava in Calle Ave Maria 2.
Nota a margine: il giorno dopo ci avrebbe raggiunto Federicone dall'Irlanda, ed avrebbe preso parte alla parata per pubblicizzare i nostri spettacoli proprio in quel teatro. Beh, nessuno di noi si potrà scordare l'indirizzo di quel posto, perché Federicone in quell'occasione ha coniato la seguente canzonetta, che ora campeggia nella firma delle sue email:
"A la calle Ave Mariaaaaaaa 'ndo se toma la sangriiiaaaaa"
...e avrebbo potuto tranquillamente continuare come tutte le Osterie numero qualcosa.

Bene, i momenti di libertà prima del nuovo raduno vengono per lo più spesi in chiacchiera inter nos, soprattutto sdraiati a quattro di bastoni sul letto.
Poi ci si cambia e via, fuori!
Alla punta ci si arriva alla spicciolata, la qual cosa si sarebbe sempre ripetuta, pur se in maniera io direi contenuta, pur facendo, però, anche saltare i nervi a qualcuno - a lungo andare.
Tutti già vestiti, ci si trucca e si ottengono le ultime istruzioni.
Tutti insieme ci si muove cantando il 'Tonga', agli stop ci si ferma e si dice in coro
"A vosotros que mirais tres talleres proponemos con nosotros disfruitais de lo que os contaremos!"
Che sarebbe più o meno 'a voi che guardate proponiamo tre laboratori, tramite noi mettete a frutto quello che vi racconteremo'. E poi
"Los comediantes de la Italia: revelamos los secretos"
che non ha bisogno di traduzione.
A questo punto ci si separava e prima Yogurt, poi noi, poi Saltymbanco avevamo delle frasi relative ai singoli spettacoli. La nostra era fica assai, ed era
"Si los ojos màs no cierras y pones los piés en tierra los bufones de la antiquidad llegaran à esta ciudad!"
Ovvero: 'se non chiudi più gli occhi e metti i piedi per terra, i giullari dell'antichità giungeranno in questa città'.
^__^
Così, in questo modo sollecitati, cominciavamo a percorrere il corrispettivo della Rambla di Barcellona o di via del Corso, se preferite, per poi inerpicarci verso 'sto benedetto teatro dove, come da programma stabilito, avremmo poi assistito alla messinscena del gruppo teatrale autoctono del quale il giorno dopo saremmo stati ospiti graditi.
Mannaggia quanto sarà lungo 'sto post.
E' che vi devo spiegare cos'è il parkour.
L'idea del parkour è esaltante: sfruttare il corpo al massimo nella sua elasticità e nella sua potenza per riuscire ad arrivare a fare (nei sogni più sfrenati e proibiti, di quelli in cui ti svegli godendo e urlando tutto sudato) quello che normalmente accade nei film di genere wu-xia. Cioè saltare da un muro all'altro per arrivare fino al tetto. Fare in piccolo quello che fa l'Uomo Ragno, ma senza superpoteri. (stai godendo all'idea, eh, Digia? ^__^)
In pratica si tratta di allenarsi a saltare sulle pareti aggrappandosi a qualsiasi tipo di appiglio stabile, per poi rilanciarsi verso - possibilmente - la parete opposta a un appiglio più in alto.
Noi, ovviamente, siamo alla fase saltare e attaccarsi a un appiglio, e difficilmente andremo più in là. ^__^
Però questa è una cosa che mi piace tantissimo, e che ho cercato di fare ogni volta che ho potuto durante il viaggio: ergo, non appena abbandonato il corso per i vicoli in salita, mi sono sbizzarrito.
A onor del vero, l'emissione continua di voce - tra 'Tonga' cantata e annunci corali al pubblico - fatta ininterrottamente per tutto il percorso mi aveva mozzato il fiato, ma devo dire che all'idea di fare parkour m'è passato il fiatone all'istante.
Così, mentre si procedeva nelle calli (stavolta sto usando il termine alla veneziana) davo sfogo alla mia anima esibizionista (che è grande, per chi lo sa), anche perché, nella nostra accezione, il parkour è anche uno strumento per la spettacolarità: un giullare che salta e si attacca a una grata è certamente una figura ricca di spettacolarità, che genera fanciullesco stupore. Non mi dilungo oltre sul concetto, ma riflettete su quanto la nostra idea di normalità sia anche legata allo stare coi piedi per terra, sul marciapiede.
Quanti di voi ad esempio non si concedono da tempo evoluzioni attaccati agli 'appositi sostegni' dei mezzi pubblici? ^__-
Ad ogni modo, in particolare ho apprezzato i salti in salita sui bordi in mattoni di una scalinata (anche se ho dimostrato di aver paura di compiere un salto usando come appoggio la gamba sinistra) e non ho molto apprezzato un salto - pur bello - da una balaustra alla grata di una finestra, perché si è concluso col fantozziano impatto del mio piede sinistro (proprio lì dove la suola del mio stivale medievale non protegge la parte morbida del piede, l'incavo interno) contro il bordo, proprio l'angolino, della suddetta grata. Un dolore bestiale, pazzesco, per dirla come il nostro ragionier Ugo.
Avrei proseguito zoppicando fino alla fine, portandomi appresso il dolore fino al letto sul quale sarei crollato in un sonno di piombo.
Lungo il percorso, verso il finale, avremmo apprezzato un murales, fatto da un tipo che ha riempito Granada. E' bravissimo. Si chiama El Niño De Las Pinturas, e vi posto la foto proprio del murale in questione.


Beh, a questo punto eravamo proprio arrivati.
Nemmeno cento metri dopo, sulla sinistra una strada priva di forma e di asfalto scendeva sulla sinistra e ancora a sinistra c'era l'ingresso di questo teatro, ricavato da un garage proprio come il teatro Ygramul. E dentro sembrava anche messo meglio.
Accoglienza cortese, senza eccessi (quelli sarebbero venuti dopo ^_-) e noi, branco di quarantacinque (lo scrivo a lettere che dà più idea della massa di gente) devastati in cerca di un bicchier d'acqua, che ci svaccavamo stralunati dovunque capitava.
Poi, poi sarebbe venuto lo spettacolo, ma quello meriterebbe un post a parte... e poi questo è già troppo lungo... è tardi...
Vi toccherà aspettare!
^_____^


GrimFang
(in partenza per un weekend con Erika, Digia, il Deso, Sara e Maria!)



lunedì 21 maggio 2007

Uno spettacoloso weekend - Bertani Dai

Ed era ora!
Cacchio, tre post per tre giorni, ma se continuo così non la finisco più!!!
^__^
So già che la maggior parte di voi avrà cannato la lettura a una certa... tanto più che nella foga di scrivere non mi son nemmeno reso conto se il tutto sia o meno interessante.
Beh, perdonate lo sfogo, ma mi ci voleva un pochino, per ripigliarmi.
Domenica avrei dovuto stare a via Bertani, traversa tra via Mameli e piazza san Cosimato, a Trastevere (ah, che bello il conforto di Google Maps!), verso le 11 di mattina.
Considerato che alle tre stavo tornando a casa, era chiaro che non mi sarei alzato nemmeno con le cannonate.
Quindi, l'importante era stare lì in tempo per lo spettacolo e per godersi un po' la festa della strada.

Per chi non lo sapesse, il Bertani Dai è una festa, più che una manifestazione culturale, organizzata in primis dallo spazio B5 - Bertanicinque, nato come scantinato in un sottoscala dove svolgere attività artistiche e culturali, feste, eccetera. Uno spazio laboratorio, dove diversi giovani potevano fare causa comune per pagare l'affitto ed avere in cambio un posto dove poter lavorare ciascuno ai propri, diversissimi progetti.
Nulla di quanto ho scritto è esattamente esatto: è come l'ho capito e percepito io.
Ma se c'è un posto dove c'è voglia di fare, è il B5, che si è tra l'altro integrato benissimo nel suo territorio. Nel giro di pochi anni si son messi su uno spazio espositivo per mostre, conferenze, piccole performances di teatro e proiezioni video. Poi un altro spazio dove fare corsi pomeridiani di disegno per bambini e simili attività. E può anche essere che c'entrino qualcosa con la nuova libreria (almeno credo lo fosse) che ho visto per la prima volta proprio domenica.
Quindi, se c'è una cosa che non si può dire, è che stanno con le mani in mano!
Il Bertani Dai è la festa di via Bertani; di tutta la via. Negozi, teatri, bancarelle, ma soprattutto la gente (tra cui capita di ribeccare gente del liceo come Flavia o Husky, o la mia prof. di Geografia Astronomica, come m'è capitato quest'anno). E' questo il bello del Bertani Dai, la gente.
E' pieno, e mai come quest'anno... sì, Digia, anche di gnocca, ovviamente... dicevo, mai come quest'anno, che è stata la quarta edizione... Digia, smettila di mangiarti le mani, io sul blog vi avevo avvisato che c'era il Bertani Dai... dicevo, la quarta edizione è stata davvero la più bella.
Coi soliti casini, perché ad esempio mentre eravamo in scena con lo spettacolo è partito il concerto con le casse a un milione di watt, e siccome la via è lunga uno sputo, anche se erano dall'altra parte delle nostre voci non si capiva un cazzo.
Vabbè, ormai...
Ad ogni modo, la via era tutta piena di bancarelle, attrazioni, quadri, scenografie, strutture... e tavolini del ristorante l'Archetto II, il cui proprietario è un taglio oltre che una sagoma d'uomo. Un vero pezzo di pane buontempone! ^__^
Sono arrivato credo verso le tre e mezza, riuscendo a parcheggiare subito dopo che Gabriele, incontrato per caso, mi aveva avvertito: "Non c'è un buco!".
Solo ore dopo mi avrebbe fatto notare che ero in divieto di sosta.

Il pomeriggio è stato assolato e dolce; faceva caldo, e già in testa mi ronzava l'idea che forse prendere la casacca medievale di viscosa non era stata poi questa grande idea.
In più, invece di cambiarci nei sotterranei, come tutti gli altri anni, quest'anno ci è toccato un gazebo coperto di un velo tipo 'sacco di iuta' verde. Al quinto passante che si fermava a guardarci in mutande, sono arrivati i soccorsi con un telo aggiuntivo.
Là sotto già si crepava dal caldo, col telo in più e la casacca di viscosa...
Appena ho potuto mi sono fiondato fuori, per rientrare solo per espletare la necessaria fase del trucco. Poi via di nuovo! E all'ombra!
^__^
Una volta fuori ci siamo approntati alla riunione, ma due ragazze del laboratorio che Vania fa a Chieti (ma quando cavolo lo trova il tempo di andare fino lì???) e che sarebbero andati poi in scena la sera sono venute a 'ricevere istruzioni' dal regista su come prepararsi: cosa del copione si manteneva e cosa sarebbe stato cassato, e così via. Io non riesco a scollare lo sguardo dalla scollatura di quella con la maglietta verde, che sta tutta piegata in avanti e non sembra portare reggiseni di sorta, ma siccome se mi becca pare brutto, faccio vagare ogni tanto lo sguardo.
Così, mi distraggo un attimo e...

...e vedo un'amica dell'università.
Non solo, mi ricordo pure come si chiama! Carmen...

Ovviamente, è decisamente carina, che domande.
Ovviamente, mi fiondo immediatamente a salutarla.
Et voilà, si ricorda di me - anche se forse non di come mi chiamo. Così ci mettiamo a parlottare, che cosa hai fatto, che ci fai qui, non ti riconoscevo pittato, eccetera eccetera.
Scopro che lei è tornata da poco dall'Africa, dove per quattro mesi ha lavorato a un progetto proposto da lei in prima persona, e per altri due mesi s'è girata il continente nero per diletto. Dal Mozambico, mi pare, s'è fatta un bel giro fino in Sudafrica e poi di nuovo su a Roma. Prima dell'Africa invece, subito dopo la laurea, ha fatto qualcos'altro, un lavoro che non le è piaciuto.
Io, io mi sto svegliando nel 2007 da un immenso letargo, non privo delle sue ragioni e dei suoi frutti, e non mi sono ancora laureato.
M'informa di aver appena beccato Marco Sconvolt, altro amico dell'università - che più tardi avrei beccato anch'io, se la memoria non m'inganna, più un altro ragazzo, sempre università, Lorenzo, ch'è un accanito giocatore di Gurps, il gioco di ruolo che vanta il minor numero di gente che io conosca che lo giochi regolarmente - e improvvisamente Martina, un po' bruscamente, mi richiama all'ordine per la riunione.
Solo che non è vero, Vania ancora parla con quelle due.
Non so, di solito le loro sono boutade del tipo 'e basta!' per sottolineare la mia propensione ad abbordare qualsiasi ragazza carina, ma questa volta sembrava quasi gelosia. Sarà perché Carmen era comunque un'amica dell'università, mica una sconosciuta su cui mi ero buttato a pesce...
Ma questa volta, per voi lettori, c'è una novità.
Già, perché stavolta, per un caso fortuito, anche voi potrete vedere di chi sto parlando.
Foto liberamente presa in rete dal sito della nostra facoltà, signori, ecco a voi Carmen, delizioso concentrato di pepe!

^____^


Adesso, voi al posto mio non sareste tornati all'istante da lei, anche un po' scocciati dall'interruzione?
^__^
Bene, arriva il momento di andare in scena e, sì Deso, decisamente contento di averla tra il pubblico!
Alla riunione pre-spettacolo Vania ci dà dei tagli e mischia anche un pezzo del nostro primo spettacolo, quello di tre anni fa. Alessio, che non c'era, ha una decina di minuti di tempo per impararsi una canzone che facciamo tutti insieme proprio uscendo, pardon, entrando in scena.
Piccola prova tutti insieme, in cui la gente un pochino sclera - almeno un paio di persone - mentre il sottoscritto è tutto per godersela, e alle brutte buttarla in caciara. Che cavolo, mica è uno spettacolo vero e proprio! E' una vera e propria libera giullarata, per quanto fatta in sette (l'ottava, Wanda, mica s'è cambiata! E' rimasta a goderselo da fuori... s'è solo fatta lanciare per aria) in uno spazio che era quattro metri quadri scarsi, per di più affollati di ragazzini. ^_^'
Ma tant'è...
Si va in scena e voilà, panico diventa gioco, al limite ti senti triste perché pensi che la gente non si sta poi divertendo tanto... anche i bambini, non so, me li sarei aspettati più vivaci. Quando gli sorridevi, tutto pittato e mascherato, ti guardavano come se fossi l'Orco Sospetto, quello che poi viene la polizia e lo portano via in manette e poi lo ammazzano in carcere, dove può capitare...
Non so se mi sono spiegato.
Beh, quindi per me, forse qualcosa non ha funzionato.
Meglio di noi lo spettacolo di Saltymbanco, nemmeno quello fatto tutto, ma loro eminentemente per il volume a cannone delle casse del palco. Almeno lì, la storia di pirati se la sono un po' seguita tutta, fin dov'è arrivata.
Ok, fine spettacolo (era bello perché noi e Saltymbanco eravamo spettacoli fusi, il nostro chiudeva dando il 'la' al loro), riunione e poi a cambiarsi - con delle decisamente fuori luogo ragazze a metterci fretta, non era proprio il momento di venirci a stuzzicare - e poi, liberi.
Ancora col trucco in faccia - che mi sarei levato solo al momento di andar via, praticamente - becco la mia prof. del liceo, Elisa Di Rocco, con figlia e nipoti al seguito.
E' andata in pensione da un anno, e le cose al liceo Mamiani non sembrano che andar di male in peggio.
Io, il primo anno di liceo lì, l'ho fatto ancora col mitico preside Attilio Marinari.
poi ne ho visti cambiare un paio, di cui uno il famigerato Giangiuseppe Contessa. Un burocrate, in fondo. Ma nulla in confronto ai manager rampanti di ora.
Che non sanno un tubo su come si fa il preside, poi.
Sapete che mi ha raccontato? C'è stato un preside che, sottoposto a inchiesta dal ministero, si è sentito dire dall'ispettrice inviata a controllare "Lei non è in grado di fare il preside, non sa nemmeno da che parte si comincia". L'hanno mandato via. Cos'è finito a fare? Il preside, ovviamente, ma a Formia! Come dire, Roma il grano, Formia loglio...
Quello che c'è adesso dice che non vale niente.
Probabilmente, quando se n'è andata lei ha avuto una crisi di panico... lei era la vicepreside.
^__^
Il resto del pomeriggio lì è stato molto bello, con tutti gli amici che fanno parte o gravitano attorno al B5, come la Blond, il Guesio, Baciocchi, Constantin e Ioana, Sara (ah, vero, eravamo nove, e due non hanno fatto lo spettacolo!), Boccis, Alessio, Gianluca, e chi più ne ha più ne metta... e poi, con Carmen, nonostante la Blon l'avesse appena conosciuta, si è allargata di una tacca la cinta che lega in modo assurdo le nostre amicizie comuni!
Io e la Blond non si capisce come abbiamo un fracco di amici comuni. Uno, Michele - che c'era, domenica - è il figlio della migliore amica di mia madre, con cui condivido il giorno del mio compleanno (per chi c'era quest'anno al teatro Ygramul si ricorderà del pennellone lungo col pizzetto alla cui salute abbiamo brindato, era lui), e che lei ha conosciuto un Capodanno in Molise! ^__^
E poi Lucio, Baciocchi... la lista è davvero lunga.
E dire che a noi due ci ha presentato Sara.
Al Bertani Dai c'era anche il presidente del trofeo RiLL, con Valeria, la disegnatrice delle copertine di Sognando Mondi Incantati, che ho scoperto essere una delle ragazze cui l'anno scorso ho fatto un massaggio, mi pare... scatenando una reazione di Bruckino... a proposito, chissà lei che fine ha fatto...
Ad ogni modo, andarmene da lì 'anzitempo', mi è dispiaciuto un sacco.
Ma c'era una punta precisa al ristorante cinese su via Nomentana, molto buono, con gli altri del laboratorio. Sono stato davvero scisso, ma non mi andava di pisciarli a buffo, anche se poi m'è toccato aspettare quasi un'ora, prima che fossero tutti.
Ah, dimenticavo Stefano, che pure se con Saltymbanco ha fatto la sua parte con noi al momento giusto... quindi eravamo otto in scena e due fuori. Dovete proprio venire a vedere Stefano che fa la 'Sura del Terremoto'... vale la pena.
Beh, con questo è tutto.
La cena cinese è andata bene, a parte qualche 'scortesia' da parte loro che a una certa (le undici) stavano chiudendo.
Poi dritto a casa e ninna, come adesso, che domani - pardon, stasera - si va in scena!
Con tutto che è il compleanno di mia mamma, e mi salto la cena di famiglia...


GrimFang

PS: a proposito di coincidenze pazzesche. Mia mamma è nata il 22 maggio del 1939. Oggi ne parlavo col mio amico Stefano Landini, regista, di cui trovate il link al sito e al blog del suo film qui di fianco. Quel mio collega di lavoro che corre appresso a tutte le sottane e che mi ha ceduto il testimone visto che sta per sposarsi. Quello che sta sempre in giro insieme a me, tanto che ci hanno soprannominato Pulce&Poiana, Squalo&Barracuda, e ci tirano appresso frasi come "Chi va con lo zoppo impara a zoppicare, ma chi è lo zoppo dei due?!" e siamo più o meno identificati come il più grande pericolo di tutte le donne single e non dell'edificio...
Indovinate un po' in che giorno e in che anno è nata sua madre?
^______^

Uno spettacoloso weekend

(continua)

Così, venerdì sera riesco a ritornare a casa in uno stato piacevole, addormentandomi come un pupo, ma con una felpa per scacciare via qualsiasi ritorno di freddo - dentro e fuori.

Ah, una cosa che m'ero scordato: venerdì a pranzo, qui a mensa, c'era una delle ragazze davvero belle del Csc, Livia (tra l'altro nipote di un collega... no, non è proprio il caso di parlare di raccomandazioni... come se dicessero "è entrata perché l'ha raccomandata la donna delle pulizie"... noi si conta come il due di picche), ed era a tavola con altre due, diciamo un po' più mature.
E una delle due mi suonava nella memoria... come qualcuna cui si è voluto sinceramente del bene. E infatti era Paola Minaccioni, che ho adorato quando faceva il personaggio di Gioia, vittima del crudele e nazistoide centro dimagrante 'Il Macchinario', in un programma della Dandini...
Così, a fine pasto mi alzo, la guardo e le chiedo
"Scusa, ma sei tu che facevi quella de Il Macchinario, con la Dandini..."
E lei:
"Sì."
E io:
"Ti amo."

^__^
M'è uscito così, di un sincero disarmante, che sono sbottate a ridere tutte e tre. Ho sorriso garbato e son andato via.
Et voilà, oggi ci siamo fatti una chiacchierata, in cortile.
Starà qua a lungo, stanno preparando uno spettacolo per quest'estate...

Allora, da buon Dr. Divago, cerchiamo di tornare sui binari.
Non mi ricordo una ceppa di quello che ho fatto sabato mattina, perché dormivo. ^__-
Avrei dovuto andare in fila alle poste per una spedizione; e poi di nuovo in fila per stipulare la pensione BancoPosta integrativa; e poi cercare un elettrauto per mettere a posto la mia Bimba (la macchina), che è un po' che mi lascia a piedi. E altro ancora.
Invece mi sono sparato tutto il sonno che ho potuto, per annegare i rischi di fiacca da stanchezza = fragilità emotiva maggiore.
Poi, il pomeriggio, mi sono organizzato per andare la sera a cena a casa di Valerio, l'òmo di Erika.
Siccome che sta a Parco Leonardo, ch'è un po' in culo, o mi partiva la macchina, o stavo a casa.
In più, l'invito fatto da Sergio era sempre valido, e mi andava di recuperare la figura ameboide fatta la sera prima.
Mi chiama Erika, con la quale parlo un po' del mio spallamento, e mi precisa ch'è meglio stare da lei (vabbè, da Vale) per le sette e un quarto circa.
Un po' un'ammazzata, visto che ho appena iniziato a stirare, mi dico, ma si può fare. Nel frattempo, mi guardo il 4 a 1 di Luna Rossa alla Louis Vuitton Cup. Eh eh eh... adesso tifo come un addannato per Desafio, che i Kiwi sono duri da digerire...
Gabbiani.
Mi arriva un sms.
Emergenza spettatori a teatro, forse non c'è pubblico a vedere un laboratorio di Vania che arriva nientemeno che da Chieti.
Mannaggia, mi dico, ho già due impegni...
Gabbiani.
Altro sms.
E' Peppe, dell'università, che non vedo da secoli.
Stasera festa a casa mia in terrazza, porta chi vuoi basta che respira. Più o meno.
Cacchio. Peppe era quello delle sfide ai massaggi, che conosce un sacco di gnocca (è alla sua festa di laurea che ho ribeccato Florence, ma per fortuna ci sto pensando solo ora)... Vabbè, mica posso andare dappertutto!
Sms in risposta: Peppe, svegliarsi prima? Certo, da quale pulpito ti viene la predica...
Esco.
Penso: però, ma che gli è preso a tutti? Nessuno m'invita per seicento sere, si svegliano tutti questo sabato?!
Vado a giocare al superenalotto, 71 milioni di euro che si è vinto qualcun altro, poi a prendere i soldi, a fare benzina. Poi via verso Parco Leonardo.
Fortuna che ho un buon orientamento, e che provvidenzialmente Erika mi ha avvisato che sulla Roma-Fiumicino non c'è scritto "uscita Parco Leonardo", bensì "Portuense zona commerciale".
E ancora, fortuna che gli amici di Vale li conosco e li so prendere più o meno bene; di stare chiuso in una casa di sconosciuti in un momento in cui io per primo mi sento ostile, non mi andava proprio...
Arrivo.
Parcheggio.
Gabbiani.
Bestemmia.
Mi sono scordato del compleanno di mia cugina. LA cugina, quella del cuore. La prima volta che me lo scordo in un botto d'anni. Cavolo, cavolo, cavolo. E indovinate un po'?
M'invita alla sua festa.
Quella sera.
Perfetto, no?
La chiamo, mi scuso in ginocchio sui ceci, e mi sfogo un pochino anche con lei a proposito di mio fratello, che è anche suo cugino, ovviamente. Mi fa capire che ci tiene se passo, e che la festa andrà avanti a oltranza, quindi posso fare come cavolo mi pare.
Mollo la macchina, raggiungo a naso e ricordi casa di Vale, deduco dalla vicinanza con il cognome spagnolo (so che i suoi vicini di casa sono Andrea e Rossana la spagnola) e dalle iniziali P. e V. col medesimo cognome (Vale vive col fratello) quale sia il citofono, e chiedo il piano.
Questa cosa, che è applicare un minimo d'intuito, viene accolta in casa come l'ennesimo segno del mio mirabile ingegno: sono il cervellone.
Quello che a un tizio che attaccava pippa a Erika con un libro di Hubbard in mano (sempre a Parco Leonardo) l'ha liquidato con un "E' Scientology, no?".
(ed Erika: "andare in giro con te è un piacere, perché... ti viene da dire guardate questa persona con cui io vado in giro quanto è intelligente!" ^__^)

Ok.
Arrivo, faccio finalmente conoscenza con Andrea, ragazzo di Rossana, e della loro casa da fa-vo-la. Minchia. Una casa così puoi darci il sangue. Proprio bella.
Poi m'intrattengo un po' con gli altri e con Erika, si cena, sono seduto tra Cicalone (Tonino) e suo fratello mai visto prima, la conversazione è gradevole, scopro che a Mandrake piace da matti il gioco del vocabolario...
E soprattutto si mangia. Anzi, se magna, perché durante tutta la cena ho dato fondo al mio accento romanesco e slangato. ^__^
E ccuanto se magna!
Antipasto: prosciutto e melone, pomodori pachino, melanzane grigliate, peperoni arrostiti con olio e sale, bruschettone al forno, uova sode, insalata... e poi le penne all'arrabbiata, il pollo al forno con le patate, le fragole zucchero e limone, la torta di frutta senza gelatina (Tonino imperat) e il caffè.
Sontuosa.
Poi chiacchiera lunghissima con Erika sul nuovo spettacolo di Ludika che sto scrivendo, controllo delle schedine superenalotto e poi... poi due conti in tasca: erano le undici, forse ce la facevo ad agganciare Sergio.
Con la panza gonfia, e commettendo l'errore di non usufruire del cesso, mi metto in marcia verso la capitale.
Chiamo Sergio. Una, due, tre volte.
Non risponde.
Sono già a mezza strada quando mi ricordo che andavano in scena per ultimi: se inizi alle 21 e ci sono quattro corti da venti minuti prima di te, più dieci minuti di cambio scena tra uno e l'altro... vai in scena alle 23. Cioè allora. Stavo chiamando la gente durante la rappresentazione, e squillava pure!
Cazzo.
Vabbé, punto verso il teatro, allora, così li becco all'uscita.
Puntuale: a mezzanotte fermo la macchina davanti all'ingresso e loro sono appena usciti.
Il programma è bersi una birra là, al massimo spostandosi di venti metri.
Vado a parcheggiare.
Dove?
Ovvio, dove l'avevo messa la sera prima.
Li raggiungo a piedi e c'imbuchiamo in un pub di quelli che scendi una valanga di gradini per arrivare sottoterra, abbastanza ampio, chiuso da tutti i pizzi. La mia necessità di cesso che si era fatta impellente mi conduce alle toilets, dove curiosamente osservo che, di due cessi, uno è lindo e pinto, l'altro è coperto di scritte.
In quello lindo e pinto, quando chiudo la porta, sopra la maniglia c'è un adesivo rosso di quelli per gli avvisi importanti:
"Attenzione: dispositivo di emergenza. Per uscire, girare la maniglia e tirare."
...più o meno è geniale quanto la maglietta che ho visto venerdì mattina. Tutta nera, con la scritta a caratteri dorati
"Briatore me $piccia casa"
^__^

Vabbé.
Le note caratteristiche di quella serata sono state la televisione fissa sul canale FashionTv, ovvero maremoti di sorca 24h su 24, la chiacchierata col mio vicino, che aveva una benda sull'occhio - proprio quello dal mio lato - perché, come diceva lui, aveva "dato un'occhiata a un gancio di ferro". Dove? A lavoro. Che lavoro fa? Il compositore. No, l'altro lavoro: l'attrezzista per riprese cinematografiche. E infine, lo scazzo inesploso tra Simone e il cameriere, dovuto a una paradossale serie d'incomprensioni montati uno sull'altro a partire da un "ci puoi portare i pistacchi fintanto che non ci portate i panini" detto però con un pelino di acido che non ci doveva essere e terminato con un "...no, no, ti servo, basta che nun fai lo stronzo" o giù di lì.
=)P
Vabbé, telo anche da lì, lasciando un bicchiere di limoncello mezzo pieno, e vado a raggiungere mia cugina, che fortunatamente è anche da quelle parti.
Una volta sotto casa sua, però, non trovo parcheggio, e girando la mia Bimba si accascia tre volte. Spenta. In mezzo alla strada. Non regge il minimo, maledizione. Così, opto per fermarmi un attimo sotto casa e farla scendere, anche perché oramai, alle 2, stavo crollando dal sonno.
Scende, radiosa come l'aria al sole d'estate (tié! ^__^) e reca seco una busta aranciata (ari-tié! ^__^).
Cos'era?
Ma era il regalo per il MIO compleanno, a gennaio!!! Gh! ^__^
Me l'ha consegnato con tanti mesi di ritardo perché l'ha fatto lei, la mia Nocciolina, con le sue manine!!!
Trattasi di sciarpa morbida, dai bei colori e fichissima, che ho immediatamente indossato - senza peraltro accusare mai il caldo, datosi che freschettava non poco, e che mi sono tolto solo la mattina successiva, visto che ci sono andato a dormire!
E' una sciarpa bellissimaaaaa, grazie QG!!!
Siamo rimasti un po' sotto casa a parlare, mentre regolarmente il portone s'apriva e vomitava via transfughi dalla sua festa (una quarantina di persone in una casa piccolina - e due di loro le hanno persino improvvisato un concerto pianola e congas, se ricordo bene) per cui dopo poco ci siamo salutati.
Rosicando non poco di non esser potuto salire nemmeno un momento alla festa (al telefono con lei il pomeriggio:
Io: "E poi c'è un amico dell'università che m'ha invitato a una festa ch'è gonfia di donne..."
Lei: "Ah, anche la mia! Se questo argomento vale..."
^__^) mi sono diretto a casa, dove sono andato dritto a dormire come un pupo fanciullo...

E per il Bertani Dai, mannaggia, mi serve un altro post!
^__^


GrimFang